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Una piccola storia davvero poco importante.

Una cosa e’ sapere che certe cose accadono, un’altra cosa e’ vederne una con i propri occhi, per quanto comparativamente minore. Sembra ovvio, eppure ci si rimane sempre male.
Sabato mattina, circa mezzogiorno, io e tutta la famigliola siamo di ritorno col passeggino da una piccola sortita per comprare dei libri e dei dvd, quando vediamo sul marciapiede davanti a noi un dispiegamento di forza poliziesca inusuale di fronte alla moschea di Sheikh Jarrah: sei camionette della polizia, la meta’ delle quali sono quelle corazzate e particolarmente minacciose della Border Police. Ci sono forse una ventina di poliziotti con i mitra (quelli della Border Police hanno divise verdi e hanno armi piu’ grandi, e per molto tempo ho creduto che fossero soldati).
La prudenza genitoriale ci induce a cambiare marciapiede, e cosi’ ci ritroviamo in mezzo a una piccola folla di curiosi, in maggior parte arabi ma anche qualche ebreo ultra-ortodosso.
Avevo gia’ notato che quella moschea aveva l’aria di ospitare intere famiglie (e tutte molto scalcagnate) ma tuttora non so che storia ci sia dietro. Ipotizzo che ci si rifugino alcune delle famiglie del quartiere espropriate per fare spazio ai coloni (vecchio post).
La scena che tutti guardano non ci e’ immediatamente molto chiara. Un signore arabo arrabbiatissimo sta parlando con veemenza ai poliziotti armatissimi, che sembrano molto calmi. Il signore arabo e’ circondato da altri arabi, uomini e donne, che sembrano dirgli di stare calmo. Poi mi accorgo che dietro di loro ci sono sei o sette adolescenti in fila su un muretto. Solo dopo un po’ capiro’ che non stanno li’ per curiosare la scena, ma sono sotto minaccia di mitra. Ancora dietro, ci sono bambine di varie eta’; una bambina piccola (6-7 anni?) piange disperatamente, delle bambine piu’ grandi la trattengono per impedirle di avvicinarsi al muretto o ai poliziotti. Non sappiamo se continuare a stare li’ a fare i guardoni o se e’ meglio andarcene. Varie persone, tra cui un mio collega israeliano (che non e’ esattamente un anti-sistema), ci hanno messo in guardia dallo stare vicini a luoghi di scontro (come le manifestazioni di ogni tipo), perche’ i mezzi “non letali” abitualmente utilizzati dalle forze di sicurezza israeliani ogni tanto possono risultare un po’ letali [1].
Chiedo a un altro curioso, un signore arabo, cosa sta succedendo. Mi dice che un ragazzo ha tirato una pietra a un poliziotto, e io non riesco a trattenere una reazione incredula. Ma come, per una pietra tutto questo dispiegamento di forze? Eh si’, risponde il signore, sogghignando (per la mia ingenuita’, suppongo).
E’ in quel momento che arrivano sulla scena pure due poliziotti a cavallo, rendendo la scena ancora piu’ surreale. Un gruppo di poliziotti della Border Police emergono dalla loro ricognizione dentro la moschea, e mi distraggo a osservare che faccia hanno (facce tranquillissime di ragazzi normalissimi – non sembrano carichi ne’ di tensione ne’ di odio, tutto trasmette un’impressione di routine). Riguardo verso il signore che sbraitava, perche’ il tono delle sue urla ha cambiato frequenza e ampiezza: due poliziotti infatti l’hanno appena afferrato, uno da un braccio e uno dall’altro!
Sono incredulo e sconvolto da questo sviluppo (essere arrestati per avere urlato troppo ai poliziotti?) nonostante abbia gia’ visto la stessa identica scena in questo video (il secondo, ma prima guardate il primo), in cui la disputa tra un palestinese di Hebron che tiene la bandiera palestinese sul tetto e un colono che fa irruzione sul tetto per toglierla attira l’intervento di soldati, i quali pensano bene di calmare gli animi intimando al palestinese di rimuovere la bandiera; al suo rifiuto, argomentato col fatto che sventolare bandiere non e’ proibito, fanno esattamente lo stesso gesto per arrestarlo.
Comunque a quel punto abbiamo deciso che era arrivato il momento di non prendere rischi stupidi, e ce ne siamo andati.

L’indomani, la notizia era raccontata cosi’ dal sito di un giornale “centrista” [2]:

An Arab boy threw a stone at police officers who were conducting traffic enforcement duties near the tomb of Shimon HaTzadik in Jerusalem on Saturday, smashing the windshield of their car. After the boy was arrested, Arab youths huddled around the officers and attacked them, while trying to release the boy.

Reinforcement teams who arrived at the scene detained six youths who were suspected of attacking the officers. Two officers who were lightly wounded received treatment on the spot.

Dato che ci siamo persi l’inizio della storia, non sappiamo se sia vero o no che quei ragazzi hanno attaccato i poliziotti. Ma visto quello che abbiamo visto, ora ci chiediamo, come e’ definito dalla polizia il verbo “attaccare”?
Inoltre, sembrava che tutti e soli i maschi tra i 10 e i 18 anni fossero su quel muretto ad aspettare di essere arrestati. Tutti quelli non sul muretto o erano adulti o erano bambini piccolissimi o erano adolescenti femmine. Tutti i maschi tra 10 e 18 anni avevano partecipato all’attacco oppure, mi sorge il dubbio, i poliziotti avevano preventivamente arrestato tutti quelli nel segmento demografico piu’ propenso al combinare guai? Oppure non avevano idea di chi fosse quello della pietra, ma avevano solo intravisto che doveva essere un adolescente maschio, e allora nel dubbio li avevano acchiappati tutti, e poi hanno deciso a sorte che uno era quello della pietra e gli altri avevano attaccato?
E poi, qui non viene menzionato nessun adulto arrestato. Cos’e’ successo a quel signore? L’hanno rilasciato subito, dopo averlo sufficientemente spaventato, oppure semplicemente e’ capitato che una inaccuratezza entrasse nella notizia?
E i ragazzi arrestati, saranno tornati a casa nel frattempo, o saranno ancora in cella? E in quali condizioni [3] saranno stati tenuti in cella?

Logo sulle onnipresenti camionette dell’Israeli Border Police.

[1] Avevo gia’ in canna da qualche tempo una mezza idea di un post basato su questa pagina in cui mi ero imbattuto per caso preparando un post precedente. Si tratta di un post del blog ufficiale delle Israel Defense Forces, dedicato a spiegare la giornata tipo dei soldati in operazione in Giudea e Samaria (il nome israeliano di cio’ che noi chiamiamo Cisgiordania e internazionalmente e’ noto come West Bank). Avevo trovato il seguente paragrafo particolarmente infame:

Early Afternoon. Time to throw stones at the soldiers. The event normally disperses exactly one hour after it started, but it’s not quite over yet. “This is the part where they normally throw stones,” sighs Ynon. And indeed, a few seconds later, huge stones fly over the heads of the soldiers. One hits a soldier hard in the leg. Ynon orders his soldiers to put an end to the violence using non-lethal means.

All’inizio ogni volta che leggevo che usano mezzi non letali mi dicevo “pheeeeeew, grazie al cielo non cercano di ammazzare la gente!”, poi nel bollettino di sicurezza di mia moglie ho cominciato a leggere varie istanze di esiti abbastanza gravi dell’uso di armi non letali (le piu’ usate sono le pallottole coperte di gomma e il gas irritante), e infine mi sono imbattuto in spiegazioni e numeri poco rassicuranti. Aiuta molto il fatto che a volte le armi non-letali sono usate in maniera volutamente impropria, ad esempio sembra che un grande classico sia sparare la scatola di gas irritante direttamente contro il torace o la faccia, o le pallottole coperte di gomma direttamente alla testa, cosa che se fatta da sufficientemente vicino puo’ dare danni permanenti, come nell’incredibile caso del quindicenne di Hebron raccontato qui dalla sua avvocata israeliana:

The case I still have a hard time with is a story from 2008 of a 15-year-old boy [Yaacoub Mohamed Saleh Ala Qasrawi – Y.G.) who was on his way back from school in Hebron with some of his cousins or friends. They saw soldiers on one path so they took another one. Suddenly a soldier who was hiding behind a barrel popped out and called the boy to approach him. The boy complied and started walking toward him and the soldier shot a rubber bullet in his head. To this day he suffers from brain damage.

Per chi e’ curioso, ecco un esempio di arma non letale:

“ISPRA, which specializes in the field of non-lethal and protection measures for police and HLS forces has recently launched a line of 37/38mm guns for dispersing riots.
Among other things, the line also includes a new “Multi” gun, which can be loaded with six 38mm bullets or a “single” gun loaded with just one bullet. The guns are capable of utilizing the assorted non-lethal measures produced by ISPRA. The 38mm diameter is the one preferred by police forces for use facing civilians.”

Quelli che ho visto sabato, pero’, avevano dei mitra molto piu’ grossi, e – almeno al mio occhio poco esperto – sembravano francamente molto piu’ letali di questi cosi non letali.

[2] Non ho trovato traccia della notizia ne’ sul Jerusalem Post (centro-destra e pro-colonie) ne’ su Haaretz (centro-sinistra e anti-colonie). A dimostrazione della banalita’ del fatto, dato il contesto.
Nemmeno Maan News, che e’ sempre in cerca di notizie che possono screditare gli israeliani, menziona l’episodio. Ne menziona un altro avvenuto esattamente nello stesso posto due giorni dopo (link), probabilmente indirettamente collegato (“A spokesperson for the Israeli police, Luba al-Samri, is quoted in the report as saying that a young Palestinian man hurled stones in the area at an Israeli vehicle” – si riferira’ alla pietra di sabato?)
Quindi nemmeno per le vittime vale la pena raccontare l’episodio, se non c’e’ di mezzo come minimo una madre di famiglia scaraventata per terra mentre viene filmata da un testimone oculare.

[3] Ad esempio:

Israel is placing increasing numbers of arrested Palestinian children in solitary confinement, an international children’s rights group said in a report issued on Monday. In more than one in five cases recorded by Defence for Children International in 2013, children detained for questioning by the army reported “undergoing solitary confinement,” DCI said in a statement. This was a 2% rise on 2012 figures, it said. “Use of isolation against Palestinian children as an interrogation tool is a growing trend,” said Ayed Abu Eqtaish of DCI in the Palestinian territories. “This is a violation of children’s rights and the international community must demand justice and accountability,” he said. “Globally, children and juvenile offenders are often held in isolation either as a disciplinary measure or to separate them from adult populations,” DCI said. “The use of solitary confinement by Israeli authorities does not appear to be related to any disciplinary, protective, or medical rationale.” (AFP)

Vedere anche questo documentario di 45′.

Tornando da Simone il Giusto.

Di passaggio per lavoro da Ginevra, la settimana scorsa, e passando un paio di notti nella nostra vecchia casa, mi e’ caduto l’occhio sul volume di “Cronache di Gerusalemme” di Guy Delisle che ci avevano prestato Paola e Giuseppe [1], e non ho resistito alla curiosita’ di aprirne varie pagine a caso per vedere il contrasto tra cio’ che immaginavo di Gerusalemme leggendolo e quello che adesso conosciamo di prima mano [2].
Ho scoperto che la storia del nostro quartiere, che raccontai qui, l’aveva gia’ raccontata lui, ma ancora i nomi di questi posti non significavano niente per noi e avevamo dimenticato. Era il 2008 quando l’ha scritto, e le cose erano appena iniziate. Le manifestazioni di protesta settimanali del venerdi’ erano appena iniziate, e ci andavano tante persone, non solo arabi ma anche attivisti ebrei e stranieri (fa impressione confrontare con quello che vediamo adesso: quattro anziani che sventolano la bandiera palestinese con l’aria dimessa). Il giorno in cui qualcuno lo porto’ a visitare il posto, i coloni avevano appena occupato un’altro casa araba; dettaglio interessante, avevano approfittato di un momento in cui la casa era vuota per aprire una parete a picconate ed entrare. In uno dei quadretti della tavola, un colono con la pistola in mano sfidava la gente attraverso il muro ancora aperto, dicendo “la casa e’ nostra adesso!”. Probabilmente avevo dimenticato questa scena perche’ il mio cervello l’aveva ritenuta poco verosimile. Dopo quattro mesi ci siamo talmente abituati a sentirci raccontare certe dinamiche che adesso riesco a immaginarmi la scena perfettamente.
Comunque, rileggendo questa scena ho anche visto che lui, la tomba di Simone il Giusto, l’aveva visitata! Ma allora, mi son detto, quell’arabo li’ non sapeva una sega!
Appena tornato a Gerusalemme, quindi, approfittando di una passeggiata con moglie e figlia, ho proposto di andare a vedere questa famosa tomba che crea tanti problemi etnici.
L’arabo di quel mio vecchio post mi aveva indicato un ingresso nella roccia (o almeno cosi’ avevo capito), ma a ispezione piu’ ravvicinata abbiamo scoperto che il vero ingresso era appena piu’ in la’. Non ci era ben chiaro come funzionasse per visitare, e abbiamo chiesto a un haredi nel cortile. Ci ha spiegato che io potevo entrare da un lato (e con la testa coperta, ma avrei trovato delle kippah di stoffa all’ingresso), ma mia moglie da un altro lato, per motivi religiosi. Immaginavamo che i due accessi avrebbero comunque portato allo stesso posto, ma invece no, solo io avrei trovato davanti a me la tomba, mentre mia moglie si sarebbe ritrovata in una semplice stanzetta dove raccogliersi in preghiera se voleva.
Comunque la visita e’ stata interessante (per me) anche se tutto sommato non c’era tantissimo da vedere, come correttamente aveva detto il signore arabo quella volta.
Mia moglie non aveva ancora visto quella parte problematica del quartiere, e allora l’abbiamo girato insieme, con nostra figlia nel passeggino. Una macchina della polizia faceva su e giu’ per la via, c’erano telecamere di sicurezza dappertutto, ma se non fosse stato per quello uno avrebbe potuto credere che il quartiere fosse un buon esempio di convivenza inter-etnica, con i coloni ebrei sul marciapiede a pochi metri da qualche arabo e nessuno che sembrava fare caso a nessun altro.
Fiancheggiando case arabe e case ormai ebraiche (inequivocabili, date le bandiere israeliane e le stelle di David), ci siamo chiesti se la nostra pelle chiara potesse essere causa di pericolosi fraintendimenti da parte degli arabi. A rassicurarci, un piccolo gruppo di bambine arabe che ci sono corse incontro e ci hanno chiesto “how are you?” e “what’s your name?”, interessate soprattutto a nostra figlia [3]. Quindi, ne abbiamo dedotto, evidentemente si capisce al volo che siamo stranieri.
Abbiamo continuato la passeggiata fino alla fine della strada, dove si trasforma in un affascinante scorcio di campagna incapsulato nel bel mezzo della citta’. In alcuni punti c’erano delle sorte di accampamenti che ricordavano quelli dei beduini che si vedono andando verso il Mar Morto (i quali a loro volta assomigliano a campi di zingari). Forse ci stanno famiglie espropriate che non sanno dove altro andare?
Tornando indietro, ci si para davanti un bambino arabo attorno agli 8 anni. Ci guarda fisso, e notiamo che ha un paio di piccoli sassi in una mano. Parlottiamo tra noi inquieti chiedendoci se, tutto sommato, la nostra identificazione come stranieri e non come ebrei e’ veramente cosi’ chiara per tutti i bambini del quartiere. Rifletto su un paio di piani: uno e’ provare a passare come se nulla fosse e se vedo che alza la mano per tirare un sasso (soprattutto se a nostra figlia) lo gonfio come una zampogna; l’altro e’ salutarlo in inglese sperando che questo gli dia la prova inequivocabile che non siamo i cattivoni di cui parlano sempre mamma e papa’. Alla fine opto per il secondo piano. Continua a guardarci fisso, ma non succede nulla di spiacevole, e non sapremo mai come interpretare quel suo sguardo. [4]
(Si potrebbe utilizzare la scena del duello oculare tra noi e il bimbo arabo come una metafora del conflitto israelo-palestinese: una delle parti in causa e’ sproporzionatamente piu’ forte dell’altra, ma e’ terrorizzata all’idea del danno che la parte debole potrebbe sconsideratamente fargli, ed e’ pronta ad un “eccesso di risposta” nel caso.)

Tomba di Simone il Giusto. Foto dal sito http://www.thirdtemple.com

[1] Noi non avevamo mai sentito parlare di questo fumetto, ma da quando siamo partiti moltissime persone ce lo hanno menzionato, in Italia, Francia e Belgio. Sembra avere avuto un successo strepitoso, anche tra persone non particolarmente appassionate della storia israelo-palestinese.

[2] Ci aveva molto preoccupato la sua descrizione dell’impatto iniziale con Gerusalemme Est, ad esempio il dettaglio che trovare uno svago per i suoi due bambini sembrava un’impresa. Ogni volta che trovava un parchetto di giochi con scivoli era un evento tale da meritare una nuova puntata del suo fumetto. Ma loro vivevano a Beit Hanina, noi piu’ in centro, e in termini di giochi per bambini nei dintorni siamo messi meglio che in qualsiasi altro posto in cui abbiamo abitato.
Una licenza poetica che si e’ preso, per qualche motivo: la loro donna delle pulizie (e occasionale babysitter) nel fumetto portava il velo per strada e se lo toglieva a casa. La stessa persona e’ una delle nostre babysitter (ed ha usato il fumetto come referenza) e si chiede come mai l’abbia ritratta cosi’, visto che lei il velo non lo porta mai. (Nonostante il marito non sia un esempio particolarmente lampante di mentalita’ moderna: non vuole che passi troppe ore a lavorare a casa d’altri perche’ teme cio’ che potrebbero pensarne i vicini.)

[3] Nostra figlia sembra molto esotica ai palestinesi. Qualche giorno dopo, visitando il Monte delle Tentazioni che sovrasta Gerico, varie scolaresche di studentesse adolescenti palestinesi si sono fermate per chiederci il permesso di farle delle foto. Ne abbiamo sgamato persino alcune che le facevano la foto di nascosto. Al punto che verso la fine della gita non ne potevamo piu’ e capivamo cosa provano i vips verso i paparazzi.

[4] Che poi, abbiamo sempre dato per scontato che in quanto stranieri non siamo soggetti a ostilita’ da parte degli arabi. (Sappiamo di essere soggetti a potenziale ostilita’ da parte di un segmento non piccolo della societa’ israeliana, che vede gli stranieri, soprattutto se connessi a organismi internazionali, come gente sbilanciata ingiustamente verso gli arabi e che giudica senza sapere un cazzo.)
Qualche giorno fa pero’ una macchina dell’ONU e’ stata presa a sassate da qualche parte in Cisgiordania. E contestualmente, l’ONU ha ricordato ai suoi dipendenti che quando guidano in Cisgiordania devono rispettare il codice della strada e che hanno ricevuto varie lamentele da parte della polizia palestinese e dei residenti, che si lagnano per la guida e il senso di impunita’ di molti “internazionali”.

I pericoli della fisica.

Quando sono a Gerusalemme [1] lavoro da casa, in assoluta solitudine. Qualche volta a ora di pranzo decido di prendere un po’ d’aria e attraverso il quartiere per comprare delle pallotte di felafel da consumare poi a casa. Quando mi chiedo se potrebbe capitarmi qualcosa di molto brutto in uno di quei momenti, mi consolo pensando che qualcuno potrebbe titolare la notizia con una gustosissima citazione. [2]

Uno di quei giorni, sulla via del ritorno ho visto un ragazzo arabo che prendeva foto col teleobiettivo. Fotografava nella direzione delle case espropriate, e poi parlava con un signore, anch’egli arabo. Avevo gia’ letto molto sulle tensioni del quartiere ma non ero ancora riuscito a localizzare la famosa tomba di Shimon HaTzadik (nonostante i cartelli qua e la’ che ne indicano la direzione) che ne e’ l’epicentro. Per qualche motivo ho avuto la certezza che fossero le persone giuste per dischiudermi i segreti del quartiere, e mi sono avvicinato a loro per chiedere se potevo avere un’indicazione. Il ragazzo non mi ha cagato ma il signore mi ha accolto con cordialita’.

“Mi dica, cosa cerca?”
“Vorrei sapere -ehm- dove si trova la tomba di Shimon HaTzadik. Perche’ sa, e’ indicata, ma io non la vedo.”
“Guardi, e’ proprio la’.”
“Ma la’ dove?”
“Venga, venga con me.” E mentre ci avviamo: “Lei di dov’e’?”
“Italiano.”
“Ah l’Italia! E che cosa e’?”
“Cosa sono cosa?”
“Cristiano, ebreo?”
“Ateo.”
(Si rabbuia) “Ateo… Ma questo non va bene, uno deve studiare, conoscere, la scienza per esempio… La scienza… e’ importante!”
“Eh ma lo so, lo so… Anzi, lei non lo sa ma io sono proprio uno scienziato!”
“Uno scienziato?”
“Si’, io di lavoro faccio lo scienziato.”
“Fisica?”
(Sorpreso che l’avesse azzeccata) “Uh… si’, proprio fisica!”
(Scuotendo la testa) “Ma la fisica e’ pericolosa… Uno deve stare attento…”
(Sorridendo condiscendente) “Eheh si’ in effetti e’ pericolosa”
(Serio) “La fisica e’ pericolosa, uno studia la fisica e poi… Prendiamo la teoria della relativita’ per esempio… Ma tu lo sai che la teoria della relativita’ non e’ vera?”
“Mah, veramente finora tutti gli esperimenti… guardi le posso assicurare che…”
“Si’ si’ tu vedrai vedrai, che fra poco si dimostrera’ che e’ tutta sbagliata.”
Intuendo dove vuole andare a parare [3] cambio discorso:
“E lei invece cos’e’?”
(Sorridendo) “Musulmano!”
(Sorridendo anch’io) “Ahh!”
“Lo sai che in questo paese prima comandavano gli arabi?”
“Si’ ho letto qualcosa al riguardo”
“Anche questa tomba dove stiamo andando… Ora gli ebrei dicono che e’ di Shimon HaTzadik, ma prima era un luogo di culto musulmano.”
“Ah non lo sapevo [4]”
Arriviamo davanti a uno spiazzo polveroso, di fronte a una parete con uno striscione in ebraico.
“Siamo arrivati.”
“Ma dov’e’ la tomba?”
“Si entra da li’ di fronte” (indica un buco nella parete) “e si scende.”
“Ah, mi aspettavo una cosa un po’ piu’ scenica…”
(Alzando le spalle) “E’ una grotta.”
“Ma ci si puo’ entrare?”
“No, gli ebrei non fanno entrare. Ma tanto non e’ che ci sia molto da vedere. E’ una grotta.”
“Non si puo’ entrare? Ma neanche io che non sono arabo?”
(Ci pensa) “Non lo so. Comunque che ci vai a fare? E’ solo una grotta…”
“Beh ma sa, data l’importanza simbolica… Mi pare di capire che gli ebrei lo considerano un luogo di culto… Cioe’ non e’ che debba per forza essere bello, per valere la pena visitarlo.”
“Vieni con me, vediamolo da sopra.”
Lo seguo, e guardiamo lo stesso spiazzo da una stradina che sale sopra l’altezza dello striscione.
“Ma proprio non ci posso entrare?”
“Non lo so. Ma e’ una grotta. Non e’ cosi’ interessante. Ci sono gli ebrei che fanno cosi’,” e mima il gesto di prostrarsi a terra. Scendiamo. “Ma senti, tu sei sposato?”
“Si’.”
“Hai figli?”
“Una bambina.”
“Soltanto? Ma quanti anni hai?”
“37”
“Io ho 57 anni e ho cinque figlie!”
“Ah”
“E quattro figli!”
“Appero’!”
“Lo so che da voi, in Europa, non si fanno piu’ figli…” Poi, forse pentito di dare l’impressione di star criticando la mia cultura, “Ma d’altra parte, lo capisco, da voi costa molto di piu’…”
Allontanandoci incrociamo il ragazzo che prima prendeva le foto. Il signore lo ferma e gli chiede qualcosa in arabo. Sento una parola che suona come Italiya. Il ragazzo scrolla le spalle e se ne va.
Gli chiedo: “Di che parlavate?”
Scrolla le spalle: “Niente, niente… E’ solo una grotta, non e’ interessante. Ci sono tante cose interessanti a Gerusalemme, le dovresti visitare…”

[1] A differenza di mia moglie e figlia che sono sempre a Gerusalemme, io ci sto solo due settimane ogni mese, e il resto in Europa, principalmente in Belgio a parte occasionali conferenze altrove. Questo post e alcuni dei successivi sono scritti durante il mio viaggio per Berlino passando per Bruxelles.

[2] Date le tensioni etniche del quartiere, e il fatto che la mia pelle chiara in congiunzione col teorema di Bayes porti tutti a credere che io sia ebreo, ogni tanto mi capita di chiedermi se sia davvero cosi’ sicuro andarmene in giro bel bello nel quartiere. Normalmente non percepisco nessuna ostilita’, ma ieri mattina un ragazzo arabo mi ha urlato qualcosa in faccia. Gli ho risposto “I… I don’t understand, I’m sorry!” allargando le braccia, pensando che mi stesse chiedendo o segnalando qualcosa, e lui ha fatto un’espressione sorpresa e poi desolata e se ne e’ andato, tirato per la manica da un suo amico che sembrava disapprovare il suo atto verbale.

[3] Da anni sono affascinato da un’ampia galassia di mattoidi che si prefiggono come scopo di dimostrare che la teoria della relativita’, la fisica dei quanti e in generale tutto cio’ che e’ l’ossatura della fisica post-1900 sono delle assurdita’ il cui successo nella comunita’ scientifica e’ ascrivibile a (e anzi prova de) l’influenza del Sionismo.
Conoscevo solo la versione d’Occidente del fenomeno, ma in effetti non e’ sorprendente che l’idea abbia preso piede (o sia originata indipendentemente) nel mondo arabo, dove un numero elevato di persone sono scettiche anche della realta’ storica dell’Olocausto.

[4] Che io sappia se l’e’ inventato lui, non avendo mai trovato menzione di nulla di simile nelle mie molte letture sull’argomento.

Simone il Giusto e l’albero di limoni.

La sera del giorno in cui abbiamo raggiunto l’accordo per l’affitto dell’appartamento in cui adesso viviamo, nel quartiere arabo di Sheikh Jarrah, abbiamo cenato dal nostro amico Giorgio che vive a Gerusalemme Est da molti anni. Gli abbiamo mostrato la posizione dell’appartamento sulla mappa, ci ha detto che gli sembrava una buona scelta (zona carina e verdeggiante, con un consolato ogni due case) e poi ci ha mostrato una strada li’ vicino che ci consigliava di evitare, soprattutto con la bambina, e soprattutto il venerdi’. A pochi passi infatti inizia una zona di case arabe espropriate o demolite [1], per cui ogni venerdi’ c’e’ una manifestazione di abitanti del quartiere, arriva sempre la polizia, e ogni tanto ci scappano lacrimogeni e mazzate.
Ovviamente ci dimenticammo rapidamente del nome della strada, e cercammo invano di ricordarcelo riguardando la mappa. Fino a quando…

In quegli stessi giorni cercavamo una bambinaia [2] per occuparsi di nostra figlia quando non c’e’ l’asilo (per esempio i venerdi’, dato che la maggior parte delle maestre sono musulmane).
Prendendo appuntamento col marito di quella che poi sarebbe diventata infatti la nostra bambinaia dei venerdi’:
“Non conosco questa strada, siamo appena arrivati nel quartiere; non mi potrebbe dare qualche punto di riferimento?”
“Siamo di fronte alla strada dove c’e’ una manifestazione tutti i venerdi’.”

Pero’ questa bambinaia sembra proprio brava, e la sua casa accogliente, ed e’ l’unica tra tutte quelle contattate che abita davvero vicino a casa nostra. Ed ecco che questa settimana nostra figlia e’ andata quasi ogni giorno da lei (l’asilo ricomincera’ solo l’8 gennaio, dopo il Natale Ortodosso) e ci andra’ tutti i venerdi’ almeno per questo mese.

Abitano in una palazzina a due piani fatiscente e dall’aspetto miserabile, in linea con gli standard della loro parte di Sheikh Jarrah. Accanto ad essa, c’e’ un grande buco nel terreno. Un paio di giorni fa, da una rassegna stampa dell’ONU apprendiamo cosa probabilmente sara’ costruito in quel grande buco:

Netanyahu puts settlement construction plans on hold until after Kerry visit: Prime Minister Benjamin Netanyahu has asked Housing Minister Uri Ariel to delay publication of tenders for the construction of 1,400 new housing units in West Bank settlements and East Jerusalem until after U.S. Secretary of State John Kerry’s visit, senior Israeli officials said Wednesday. Kerry will arrive in Israel on Thursday for a series of meetings with Netanyahu and Palestinian President Mahmoud Abbas in order to continue efforts at drafting the “framework agreement” for peace talks, which the U.S. hopes to present by the end of the month. The secretary of state will stay in the region until Sunday, at least, and is likely to extend his visit by a few extra days. A senior official in Jerusalem said that Netanyahu and Ariel have an understanding that the tenders will be published after Kerry’s visit: “Nobody has an intention of sticking a finger in Kerry’s eye,” said the official. “On this matter, there is full coordination between the prime minister and the housing minister.” Earlier Wednesday, the Jerusalem Municipal Planning and Building Committee decided at the last minute to pull from the day’s agenda deliberations on the construction of a nine-story structure for a yeshiva in the predominantly Arab East Jerusalem neighborhood of Sheikh Jarrah. This move also seems intended to avoid raising U.S. ire over settlement construction. (Haaretz)

Cioe’ vogliono costruire una scuola religiosa ebraica di NOVE PIANI in mezzo a delle case (per ora) arabe (incidentalmente, anche di fronte a un minareto).
E inoltre da questo apprendo che finche’ c’e’ Kerry fisicamente in citta’ [3] non votano la delibera, ma appena se ne va… [4]

Sebbene in generale il piano (non particolarmente occulto, ne’ sottile) sia asintoticamente di ebraizzare tutta Gerusalemme Est, la cosa e’ graduale e non tutti i quartieri arabi sentono la stessa pressione simultaneamente.
Nel caso del mio quartiere, la parte alta sembra sia lasciata in pace (forse per l’alta densita’ di consolati e organizzazioni internazionali?) mentre i poveracci che abitano le catapecchie piu’ sotto hanno la sfiga di essere vicini alla tomba di Shimon Ha’Tzadik (Simone il Giusto). Questa, e un po’ di terra attorno, era proprieta’ ebraica dal 1876, ma gli ebrei furono cacciati dalle loro case allo scoppio della Prima Guerra Arabo-Israeliana [5].
Durante quella prima guerra, la situazione a Gerusalemme fu simmetrica: tantissimi ebrei e tantissimi arabi persero le loro case. Dal 1967 in poi, qualunque casa o pezzo di terra che sia appartenuto a ebrei nel passato viene reclamato dallo stato di Israele e dato a famiglie ebree (non necessariamente eredi dei passati proprietari ebrei). E la simmetria e’ rotta dal fatto che nessuno si sogna di restituire agli arabi case e terreni dell’Ovest (come il quartiere di Katamon).

Questo venerdi’ e’ stato il primo giorno completo di nostra figlia dalla bambinaia, e andando a riprenderla mi sono ricordato del monito di fare attenzione per strada.
Ma la situazione sembrava tutto sommato tranquilla, anzi quasi un idillio di multireligiosita’: tantissimi ebrei ultra-ortodossi per strada (stava per tramontare il sole e quindi iniziare lo Shabbat) mentre il minareto illuminato dai neon verdi [6] diffondeva il canto del muezzin, e in generale (come sempre) ultra-ortodossi e arabi si incrociavano sui marciapiede come se niente fosse.
L’unico segno della fantomatica manifestazione erano quattro o cinque anziani arabi che parlavano tra loro tenendo una grande bandiera palestinese. Al mio ritorno con la bimba in braccio non c’erano piu’, e esattamente nello stesso posto c’era una macchina della polizia.
Quasi arrivato a casa ho sentito dei botti alle mie spalle. Mi sono chiesto come mai facessero dei fuochi d’artificio, poi mi sono ricordato che c’e’ un’altra cosa che suona come dei fuochi d’artificio e mi sono un po’ cacato sotto. L’indomani leggendo il report di sicurezza che mia moglie riceve quotidianamente come tutti i dipendenti dell’ONU abbiamo scoperto che probabilmente non veniva dal nostro quartiere (in cui nulla veniva segnalato per quel giorno) ma da ben piu’ lontano (una giovane palestinese aveva tentato di accoltellare un ebreo vicino alla Citta’ Vecchia).

L’indomani, tornando da un giro solitario per sbrigare faccende, sono di nuovo passato per la stessa zona. In giro c’erano quasi solo arabi, un’eccezione era una giovane coppia di ultra-ortodossi dall’aria gentile e un po’ triste. Non ho resistito e li ho seguiti per vedere da lontano dove abitano. Abitano in una casetta dall’aspetto miserabile, ingentilita solo da un bellissimo albero di limoni pieno di frutti, con la bandiera israeliana sul tetto e una scritta in ebraico a caratteri cubitali sulla facciata. Nella casetta (anch’essa miserabile) accanto alla loro, una signora di aspetto arabo spazzava il proprio giardino. Anche lei sembrava averci i cazzi suoi, comunque non aveva guardato la coppia ebraica neanche di striscio.
Il dettaglio dell’albero di limone mi ha fatto scattare il ricordo di una cosa che avevo letto su internet il giorno prima (gia’ linkato sopra):

Diab lives in the heart of Sheikh Jarrah, just down the street from the ruins of the tomb. Across the street from his home, a Palestinian home is now decorated with Israeli flags, signifying its takeover by settlers, who now enjoy the lemon tree the Palestinian family before them was forced to leave behind. Next door to Diab, the front half of another house is occupied by settlers; the back half remains Palestinian. On the hill behind us, a watchtower manned by Israeli security forces surveys the neighborhood, protecting the settler minority from any violence that may occur — but doing little for the Palestinians.

Tutto coincide.
Penso a quei due coloni ultra-ortodossi. Chiaramente viene facile averceli sul culo. Pero’, a rifletterci, hanno una casetta un po’ di merda, rapporti di vicinato poco cordiali, sono pedine di una disputa territoriale combattuta a colpi di antichi atti di proprieta’ ottomani. D’altra parte, hanno almeno un bellissimo albero di limoni.

Ecco una mappa della zona per chi fosse curioso:

[1] Per chi ha voglia di leggersi 96 pagine, il contesto e’ ben spiegato qui.

[2] La prima persona che abbiamo conosciuto che ci ha menzionato che ha un ordine di demolizione per la sua casa (in un quartiere piu’ periferico, Beit Hanina) e’, per una strana coincidenza, anche lei una bambinaia cui abbiamo fatto la job interview in quei giorni.
Per un’altra bizzarra coincidenza la stessa persona e’ citata in Cronache di Gerusalemme, che tutti gli stranieri di Gerusalemme hanno letto.

[3] Ieri ho di nuovo incrociato per strada il suo corteo di macchine! (La prima volta era stata poche settimane fa.)
Finiremo col fare amicizia.

[4] Da notare che gia’ solo per questi piccoli ritardi il buon Netanyahu si becca insulti e minacce dai suoi stessi ministri. Venerdi’ ho sbirciato la prima pagina del Jerusalem Post proprio con l’idea “Mi pare sia appena arrivato Kerry, vediamo un po’ come avanzano i colloqui di pace”, e nell’articolo principale campeggiava una fotona del Ministro dell’Interno che versava il cemento per aiutare la costruzione della prima casa di un nuovo mega-complesso abitativo in una colonia nella West Bank. Il Ministro ricordava a Netanyahu che la sua maggioranza di governo e’ una maggioranza pro-colonie.

[5] Interessante articolo con punto di vista pro-israeliano, che menziona un altro luogo di interesse ebraico nello stesso quartiere, la Tomba dei Re, che pero’ lo stato non puo’ espropriare perche’ appartiene alla Francia (la quale, per il loro scorno, ci organizza ogni anno un festival pro-palestinese). Dalla descrizione sembra un posto fichissimo, ma ogni volta che ci passiamo davanti e’ chiuso, e nessuna informazione viene fornita su quando (e se) e’ aperta per visite.

[6] Ecco una foto del meraviglioso minareto al neon verde:

La foto non e’ mia ma viene da questo post di un blog israeliano, che da’ il punto di vista ebraico sulla stessa situazione che ho narrato io.