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Intifadah silenziosa.

Negli ultimi tempi della nostra residenza a Gerusalemme, quando gia’ sapevamo del nostro imminente ritorno nelle campagne franco-svizzere, capitava molto spesso che gli amici e conoscenti europei ci chiedessero se eravamo contenti di tornare. E la risposta era imbarazzante da dare, perche’ la domanda non era mai intesa come una vera domanda ma sottintendeva un “dimmi quanto intensamente sei sollevato dall’andartene da quel posto spaventoso”, ma la nostra risposta non era quella attesa. Rispondevamo, infatti, che a noi stare li’ piaceva, e anche molto. E infatti dopo il ritorno abbiamo continuato ad averne nostalgia di un posto bellissimo e interessante su moltissimi livelli, dove abbiamo vissuto tutto sommato molto bene, giusto con qualche periodo di ansia e abbastanza amarezza nel verificare cosa succede alla psiche collettiva durante una guerra, ma insomma, quale posto al mondo e’ perfetto?

Comincio pero’ a sospettare che forse non siamo stati li’ in un momento “normale”, ma anzi in uno dei periodi di calma maggiore della storia recente. Giusto prima della sua fine.

Oggi, per la seconda volta in 15 giorni, una macchina guidata da uno di Hamas si e’ lanciata sulla folla nel tratto di strada tra le due fermate di tram che usavamo noi (link). (La volta precedente e’ corrisposta al mio post precedente.) [1]
Questo in un contesto in cui gia’ da qualche tempo si parla di “Intifadah silenziosa” o “Intifadah calma”, intendendo un aumento delle rivolte di strada nei quartieri arabi [2] e degli atti di violenza tipo sassi o molotov, e in polemica con le ripetute affermazioni delle forze dell’ordine che “comunque questa non e’ la Terza Intifadah”.

Il riassunto della situazione recente da parte di un influente giornalista israeliano [3], il giorno prima di questo attentato:

We are stuck with the settlers, with the hatred of Arabs, with the fears and anxieties our leaders are instilling in us; they are stuck with the refugees, with the hatred of Jews, with the illusion that we can still be thrown into the sea.
(…)
The negotiations are resumed from time to time precisely because the hidden assumption on both sides is that nothing will come out of them.
(Nahum Barnea, da qui)

[1] Per una strana ironia del destino stavolta l’attentatore ha ucciso un arabo, ma di religione era druso e quindi suppongo che dal punto di vista di Hamas, che e’ un movimento esplicitamente islamico [a], la sua morte sia comunque meglio che niente.

[2] Sia questo che l’attentato molto simile di due settimane fa sono stati compiuti da membri di Hamas, ma dubito che le rivolte spontanee che capitano ormai quasi quotidianamente nei quartieri arabi di Gerusalemme siano organizzate da Hamas, sebbene Hamas le elogi. Un piccolo dettaglio a supporto della mia speculazione: nelle foto di rivoltosi si vedono spesso capigliature alla mohicana. Orbene, un dettaglio che mi aveva colpito quando mi era stato raccontato di come Hamas governa Gaza e’ che proibisce tassativamente i capelli alla mohicana. (Il dettaglio mi aveva colpito perche’ e’ una capigliatura estremamente alla moda tra i giovani arabi dei quartieri piu’ miserabili di Gerusalemme Est.)

[3] Nahum Barnea e’ un giornalista di centro-destra. Dopo il linciaggio di Ramallah del 2000 propose il “test del linciaggio” per attaccare i giornalisti di sinistra. Ha perso un figlio sedicenne in un attentato suicida nel 1996. Esponente di un “pacifismo pragmatico”, tende spesso a premettere che dei palestinesi non gliene frega niente e/o che considera i loro leader dei farabutti, ma ritiene e spiega che se gli israeliani vogliono vivere in pace devono prendere a calci in culo la lobby delle colonie (link a un ottimo articolo) e dare via un grosso pezzo dei Territori Occupati in fretta, anche senza negoziare. [d]

[a] I movimenti nazionalisti palestinesi “storici” (Hamas e’ relativamente recente, essendo stato fondato nel 1987) sono in generale laici, e spesso hanno avuto tra i loro leader dei cristiani (che hanno sempre avuto la tendenza almeno dall’800 a essere sovrarappresentati tra le elite palestinesi; ipotizzo perche’ in media piu’ istruiti grazie all’abbondanza di scuole cristiane gestite da europei).
Sembra strano, in questi tempi recenti in cui la questione israelo-palestinese sembra essere dominata sul piano verbale da argomenti religiosi [b], pensare che per la maggior parte del tempo il conflitto non e’ stato visto in questi termini dalle sue parti in causa, se non come “effetto al second’ordine”.

[b] Esattamente nel mezzo tra questi due attentati nel mio ex quartiere, c’e’ stato un altro atto terroristico di rilevanza (pero’ a Gerusalemme Ovest): un palestinese ha cercato di ammazzare un certo Rabbino Glick, un noto attivista di un movimento religioso secondo cui e’ opportuno, anzi necessario, andare periodicamente a pregare sul Monte del Tempio (cosa vietata ai non musulmani dalle forze dell’ordine israeliane, preoccupate di evitare provocazioni, per non parlare del fatto che il Rabbinato d’Israele vieta tout court a ogni ebreo di mettere piede sul Monte del Tempio, per la sua eccessiva santita’ – ne parlai qui). [c]

[c] E giusto per dimostrare come in quel paese niente e’ semplice, niente puo’ essere spiegato senza iniziare la frase con “e’ complicato”: e’ venuto fuori un video di Glick, girato poche settimane prima dell’attentato in cui, dopo essere entrato nella Spianata delle Moschee, canta una preghiera in arabo con alcuni musulmani, poi verso la fine del video (se capisco bene) gli insegna come tradurre in ebraico una frase che ha prima detto in arabo (non conosco nessuna delle due lingue ma in una ha detto Allah e nell’altra Adonai), e sembrano essere tutti molto di buon umore.

[d] E siccome, di nuovo, non si puo’ dire niente senza dover aggiungere da qualche parte un “e’ complicato”: contrariamente a quanto il lettore potrebbe pensare, l’idea di andare via dai Territori unilateralmente non e’ “di sinistra”. Si tratta infatti della dottrina di Ariel Sharon buonanima, che ritiro’ unilateralmente da Gaza proprio perche’ trovava aberrante negoziare con la controparte, e in contrasto con la mini-tradizione laburista (Rabin, Peres, Barak) di chiacchierare troppo e di troppe cose con Arafat.
Attualmente la sinistra israeliana dice che il ritiro da Gaza non porto’ pace proprio perche’ non fu parte di una negoziazione completa (cioe’ che includesse anche garanzie di sicurezza, oltre ad aspetti di mutuo interesse e mutuo controllo), la destra dice che fu una cazzata perche’ tenerci 7000 coloni e 1500-2000 soldati secondo loro era molto meglio, e insomma non so quanti siano rimasti a parte Barnea in Israele a difendere quella scelta, 10 anni dopo.

[nota bonus] Un po’ dopo essere stato raggiunto dalla notizia dell’attentato ho avuto uno strano presentimento, e ho visitato la pagina delle statistiche di questo sito. C’erano 4 visite oggi dal Regno Unito, cifra inusuale tranne quando litigo con il signor R.A.Z., che vive nel Regno Unito e si prefigge di monitorare l’antisemitismo nella blogosfera.
Insomma sembra molto in ansia di sapere il mio parere sulle novita’ del giorno, e io ne sono come al solito molto lusingato.

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Dopo la tempesta e’ quiete.

[Colonna sonora]

Dall’ultimo post il numero di sommosse e’ gradualmente andato a diminuire, fino a sparire anche a Shu’afat (il quartiere del ragazzo arabo ammazzato mercoledi’ mattina, Mohammed Abu Khdeir), che stamattina e’ stato riaperto al traffico.

Anche il tram ha ripreso a fare il percorso completo, fino ai quartieri-colonia della periferia nord-est (per arrivarci, deve fare tre fermate consecutive in quartieri arabi, tra cui Shu’afat). Parlando di tram, i racconti di chi c’era nella sera di follia di martedi’ sembrano abbastanza rivoltanti.

Era la sera prima del rapimento e dell’omicidio incredibile del ragazzo (nel frattempo l’autopsia ha dimostrato che era ancora vivo, anche se col cranio fratturato, quando gli hanno dato fuoco). Quella sera, oltre alla storia del treno e varie altre simili, oltre a un paio tentativi di linciaggio di arabi, oltre ai cortei che cantavano “morte agli arabi”, una notizia che non era mai stata molto enfatizzata era quella di un tentativo di rapimento andato a vuoto. Confesso che ero arrivato alla conclusione che si trattasse probabilmente di una leggenda metropolitana, emersa post-facto in seguito al rapimento vero. Invece, adesso che hanno arrestato i probabili colpevoli, viene fuori (anche sui media israeliani) che avevano in effetti tentato un rapimento la sera di martedi’. In quel caso si trattava di un ragazzino molto piu’ piccolo (10 anni), ma la madre l’aveva salvato. Ieri c’era stata un’altra notizia di tentativo di rapimento di un arabo da parte di ebrei (link), in questo caso in Cisgiordania (zona di Nablus), ma non ho visto la notizia riportata da nessun’altra parte quindi propendo ancora per l’ipotesi isteria collettiva. (Anche se spero di non risultare insultante nel supporlo. I palestinesi si sono sentiti giustamente insultati dal fatto che dall’istante del rapimento di Mohammed Abu Khdeir fino a poche ore fa tutti i media israeliani, persino l’empatico Haaretz, davano se andava bene il 50% di probabilita’ alla possibilita’ che gli assassini fossero ebrei, ipotizzando altrimenti gia’ dal titolo che non fosse altro che “la tipica disputa familiare tra arabi”; per un commentatore letto da qualche parte, la notizia che secondo l’autopsia il ragazzo e’ stato bruciato vivo era un’ulteriore prova della pista araba; per confronto, quasi tutti i media israeliani titolavano fin dall’inizio del rapimento di Gilad Shaer, Naftali Frenkel e Eyal Yifrach che era stata Hamas, sebbene non ci fosse in quel momento alcuna prova).

Gli estremisti ebrei arrestati, incastrati da alcune telecamere di sorveglianza, sono tutti ultra’ del Beitar Gerusalemme. Uno dei primi post di questo blog era stato dedicato alla tifoseria di questa squadra dalle peculiari regole di selezione dei giocatori. Chi si ricorda di Arkan La Tigre non sara’ sorpreso.

Il padre di Mohammed Abu Khdeir nei giorni scorsi aveva fatto un appello al governo israeliano in cui chiedeva di fare giustizia, e in cui aveva infilato una richiesta politicamente velenosetta: aveva chiesto di abbattere le case delle famiglie dei colpevoli. Anch’io avevo gia’ fatto la stessa considerazione, e amaramente scommetto che non succedera’. Per chi non lo sapesse, e’ pratica standard abbattere le case dei parenti stretti dei terroristi, ed e’ gia’ stato fatto per i due presunti assassini di Gilad Shaer, Naftali Frenkel e Eyal Yifrach (che sono ancora a piede libero, e infatti l’Operazione Guardiano del Fratello non e’ ancora chiusa – incidentalmente, il governo potra’ per una volta evitare le accuse di essere piu’ bravo a trovare gli assassini arabi che quelli ebrei).

Accennavo nel mio ultimo post al sollievo perche’ il figlio adolescente della nostra babysitter e’ sano e salvo, ed ha inoltre evitato saggiamente di partecipare alle sommosse. Tristemente viene fuori che pero’ Mohammed era suo cugino, e tra i suoi cugini quello a cui era piu’ legato. E che un altro cugino, temporaneamente in visita dall’America, e’ diventato famoso per avere invece partecipato alle sommosse ed essersi preso un sacco di botte dalla polizia, registrate da altre telecamere di sorveglianza (e’ gia’ la seconda volta nello stesso post che cito telecamere di sorveglianza, e le avevo citate nella nota [1] di quest’altro post – il Grande Fratello ci controlla, ma non e’ quello governativo immaginato da Orwell, e’ quello dei bottegai preoccupati per i loro esercizi commerciali in zone ad alta criminalita’). Caso che tra l’altro dimostra per l’ennesima volta (come gia’ discusso qua) la differenza che fa l’avere una cittadinanza e il non avercela: di ragazzini arabi pestati come tamburi negli stessi giorni ce ne sono stati innumerevoli, ma questo e’ cittadino americano e fa notizia, gli altri non hanno nessuna cittadinanza. (Incidentalmente, recentemente mi sono imbattuto piu’ volte in israeliani che non sanno che gli arabi di Gerusalemme Est non sono “arabi israeliani” ma palestinesi con la “Jerusalem ID”.)

Intanto, la Cisgiordania sorprendentemente e’ rimasta calma, mentre Gerusalemme Est impazziva e persino arabi israeliani di alcune zone a maggioranza araba della Galilea scendevano in sommossa (si dice anche trattando gli ebrei di passaggio come gli arabi di Gerusalemme erano stati trattati martedi’). Questo articolo prende lo spunto per elogiare l’esistenza stessa dell’Autorita’ Palestinese. In effetti, abbiamo pensato la stessa cosa ieri. Dopo avere consultato la comunita’ facebook di genitori stranieri per avere consigli al riguardo, abbiamo deciso di non cancellare la visita programmata da tempo a Betlemme con i miei genitori in visita. L’ONU non proibiva la visita a Betlemme e Gerico (nel resto della Cisgiordania si’), i genitori residenti a Betlemme confermavano che tutto era sempre rimasto tranquillo, e qualcuno commentava “l’Autorita’ Palestinese non permette che ci siano disturbi nei luoghi piu’ turistici”. In effetti, non oso immaginare l’indotto turistico in un posto come Betlemme. E confermiamo che la citta’ era tranquillissima, i soldati israeliani al check point sembravano addirittura annoiati.

E anche il nostro quartiere ha continuato a essere tranquillo per tutta la durata della crisi, anche nel momento apicale in cui tutti gli altri quartieri arabi a nord della Citta’ Vecchia erano in fiamme, e si sentivano anche 2-3 elicotteri circolare simultaneamente sopra le nostre teste. Il venerdi’ tardo pomeriggio andando a prendere delle pizze da asporto (“irresponsabile!”, starete pensando; ma posso assicurare che e’ la migliore pizza della citta’) ho notato gli ultra-ortodossi in visita alla Tomba di Simone il Saggio che continuavano impassibili a incrociare arabi altrettanto impassibili sui marciapiedi di Sheikh Jarrah; un contingente di poliziotti di frontiera piu’ numeroso del solito, ma molto rilassato; un signore con la kippah chiacchierava con il padrone arabo di un negozietto in cui stava facendo la spesa (forse commentavano gli avvenimenti del giorno?). Unico dettaglio a ricordare che la gente aveva paura: inusualmente per quell’ora, il parchetto di giochi infantili (dove giocano solo arabi e noi) era completamente vuoto.


Update: il tempo di passare il controllo di sicurezza (vi scrivo dall’aeroporto Ben Gurion, in procinto di andare in Europa per un mese), e cambia tutto.

22.30 Palestinians are gathering in Shu’fat, light clashes reported. ISF checking IDs of those entering to Shufat and into Beit Hanina. Settlers are gathering in Pisgat Zeev.

Ultra Orthodox Jews are gathering on route 60, at the Junction towards Ammunition Hill, near UNRWA WBFO. ISF presence as well.

Ammunition Hill (cui e’ dedicata una canzone) e’ a uno sputo di distanza da casa nostra.


Update #2: appena atterrato e arrivato in ufficio (7 a.m. circa) ricontrollo. Tutt’apposto. E per una volta, nelle notizie i segni di sanita’ mentale superano quelli di follia.


Update #3: qui sopra (prima dei vari update) concludevo menzionando la tranquillita’ del nostro quartiere in questi giorni. In realta’ dimenticavo un episodio che sembrava di nessuna importanza: sabato sera tornando da Betlemme avevamo visto un assembramento di gente, e due auto della polizia, di fronte allo stesso identico luogo della storia che narrai qui. Non sembrava una scena di grande tensione, ma per un si’ e per un no mia moglie mi ha convinto a cambiare strada, non fosse mai che volasse qualche pietra o peggio. Viene fuori che aveva ragione lei, o quantomeno l’evento ha passato la soglia per entrare nel bollettino di sicurezza, ed ecco la notizia che lo racconta (la fonte in questione e’ palestinese e la conosco come molto di parte, quindi e’ plausibile che sia esagerata; nessun giornale online israeliano sembra riportare nulla al riguardo).


Update #4 (ovvero #1b): scoperta la ragione della protesta ultra-ortodossa vicino a casa nostra ieri sera (vedasi primo update): protestavano contro il disturbo dello Shabbat da parte del rumore degli elicotteri.

Mi ricorda l’episodio menzionato da questo bel libro, di quando un comandante del proto-esercito israeliano della guerra del ’48-’49 riusci’ a convincere la comunita’ ultra-ortodossa a lasciare che i giovani studenti della Torah partecipassero allo sforzo bellico, ma i rabbini lo facevano ammattire continuando a insistere che le battaglie fossero sospese durante lo Shabbat.

Ti telefono da una guerra.

[Colonna sonora]

Vari amici chiedono, attraverso diversi mezzi informatici, se devono preoccuparsi per noi.

Non e’ facile rispondere. Siamo piu’ tranquilli di quanto chiunque si aspetti e meno di quanto vorremmo. In un certo senso mi ricorda quando ero piccolo e ci chiamavano gli amici dei miei genitori dal Nord preoccupati perche’ l’Etna era in eruzione. (Pero’ ok, muore piu’ gente in media durante una manifestazione a Gerusalemme che durante un secolo di eruzioni sull’Etna.)

E’ difficile spiegare che noi siamo abbastanza tranquilli e simultaneamente raccontare che gli elicotteri hanno volato sopra di noi tutto il giorno e la notte e continuano ancora, che noi stessi e tutti quelli che conosciamo abbiamo tenuto i bimbi chiusi in casa e continueremo a tenerceli per un po’, che alcuni quartieri sono ancora chiusi al traffico e ieri era quasi impossibile uscire ed entrare dalla citta’, che la macchina dell’ONU che porta ogni mattina mia moglie al lavoro si e’ trovata ieri nel mezzo della piu’ grossa rivolta (quella davanti a casa del ragazzo arabo rapito e ucciso) e, nel momento in cui e’ faticosamente riuscita a uscire dalla morsa della folla eccitata, si e’ trovata con dietro i manifestanti e davanti una trentina di soldati con i fucili puntati ad altezza uomo che stavano avanzando pronti a iniziare la repressione.

Puo’ inoltre non aiutare a tranquillizzarvi, amici che comprensibilmente vi preoccupate, cliccare sui link a giornali online che ho provveduto ieri in cui si descrivono anche le bande di ragazzi ebrei che martedi’ si sono prefissi come scopo di terrorizzare la popolazione araba di Gerusalemme. (Per qualche motivo, sebbene le notizie di aggressioni fisiche siano ovviamente piu’ gravi, ho trovato particolarmente disturbante il dettaglio delle bande che entrano sul tram per controllare se ci sono arabi, e quando in dubbio chiedono che ora e’ per sentire l’accento.) [1]

Pero’ rimane il fatto che siamo privilegiati, tra le varie cose, anche sul piano della sicurezza. Casa nostra ha filo spinato, cancello robusto e telecamere di sicurezza (il proprietario affitta dei locali al consolato britannico, che impone standard di sicurezza elevati; d’altronde l’ONU non avrebbe accettato che affittassimo una casa poco sicura, e hanno mandato un omino a verificare). La nostra parte di quartiere e’ abitata a stragrande maggioranza da “internationals”. La summenzionata macchina in cui viaggia mia moglie e’ corazzata e nessuno al suo interno corre rischi di beccarsi proiettili israeliani o bombe molotov palestinesi o soffocare per il gas lacrimogeno. Inoltre si capisce al volo che non siamo arabi e, a quanto pare, almeno alcuni capiscono abbastanza facilmente anche che non siamo ebrei. (Giusto ieri, entrando in un negozietto, il proprietario mi ha salutato in italiano prima che avessi potuto pronunciare una sola parola. Chiedendogli come avesse fatto a capirlo, ha risposto “boh, dall’aspetto”.)

Il tenore di una tipica discussione fra stranieri e’ questo:

facebook-july3

In parallelo pero’ sullo stesso gruppo procedono le discussioni sulle attivita’ estive per bambini pre-scolari, dove trovare prodotti di bellezza, compra-vendita di oggetti.

Sono piu’ preoccupato per altre persone. Una delle nostre babysitter abita a pochi passi dal luogo del rapimento. Ieri abbiamo scambiato qualche sms, perche’ volevo assicurarmi che tutti i suoi figli stessero bene (uno dei suoi maschi ha la stessa eta’ del ragazzo ucciso). Stamattina di nuovo, per lo stesso motivo, perche’ googlando per “jerusalem riots shuafat” su google images mi e’ venuto in mente che i suoi figli appartengono esattamente al segmento demografico palestinese che partecipa piu’ frequentemente alle proteste (e conseguentemente, che ha il tasso di mortalita’ piu’ alto). Trattandosi per giunta di una famiglia che e’ da anni sotto la spada di Damocle dell’esproprio con i soliti pretesti (permesso di lavori di rinnovo negato -> casa diventa sempre piu’ decrepita e/o lavori sono fatti illegalmente -> casa viene dichiarata pericolosa dalle autorita’ municipali e quindi da demolire -> ricorsi, contro-ricorsi, tutto lo stipendio speso in avvocati, paura che se esci di casa ti si impiantino dei coloni ebrei e se la prendano con la forza, e non ci puoi fare niente perche’ la polizia dira’ che quella casa non e’ gia’ piu’ tua), cosa che puo’ contribuire a una certa formazione della psiche di un adolescente arabo. Comunque no, per fortuna stanno tutti bene, a parte il non potersi muovere perche’ la strada e’ chiusa.

Leggo da qualche parte su facebook (ma la fonte non ha particolari credenziali di attendibilita’) che domani sara’ dichiarato (da chi?) Giorno della Rabbia Palestinese. Come si vive sapendo questo? Organizzandosi per lavorare da casa, e anticipando la spesa a oggi.

[1]

Sul cartello e’ scritto “Odiare gli arabi non e’ razzismo, e’ avere dei valori. #IsraelDemandsRevenge.”, e secondo questo sito e’ stato postato nelle ultime 24 ore. Trovare di peggio da entrambi i lati e’ facilissimo, questa immagine pero’ la trovo particolarmente iconica perche’ finche’ non leggi la traduzione non te l’aspetti.

Nessun titolo.

Coloni ebrei hanno rapito e ucciso, bruciandolo, un ragazzo arabo a Gerusalemme Est per vendicare i tre ragazzi ebrei trovati morti ieri. La citta’ e’ piena di soldati.
Gia’ ieri, pletora di micro-notizie relative ad aggressioni di bande di giovani ebrei contro arabi, manifestazioni di ebrei che diventavano violente, tentativi di linciaggio fermati dalla polizia (link 1, link 2). Oggi manifestazioni spontanee rabbiose in tutti i quartieri arabi.
Al momento di cominciare a scrivere questo post non c’e’ nulla di tutto questo sui giornali online, non sappiamo molto tranne quello che arriva dal servizio di sicurezza dell’ONU o dal passaparola.
Un buon giorno per non andare in ufficio. Lavoro nella terrazza dell’albergo di fronte a casa, la receptionist trema per lo shock, le cameriere non parlano d’altro. La bimba resta coi nonni a casa.

[Update] Cominciano ad arrivare notizie dai giornali online.

Protesta araba spontanea alla giunzione tra Shu’afat e Beit Hanina, dove il ragazzo e’ stato rapito, lungo la strada per l’asilo di nostra figlia, a pochi passi dalla casa della babysitter. Foto da http://www.ynetnews.com

Polizia israeliana porta in salvo ragazzo arabo aggredito da una folla. Da Haaretz.