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Il giuoco delle parti.

Come e’ noto, piu’ di un mese fa Fatah e Hamas hanno fatto uno storico accordo di unita’ nazionale, ed adesso hanno annunciato un governo di tecnocrati che guidera’ l’Autorita’ Palestinese verso nuove elezioni (le prime dal 2006) entro 6 mesi.
Fino a qui tutto chiaro e limpido, ma piu’ leggo i bollettini e meno capisco.

On 04 Jun 14, 1550 hrs, Palestinian security forces (PSF) reportedly arrested one Palestinian affiliated with Hamas in Hebron city.

(La polizia palestinese in Cisgiordania, e quindi a Hebron, e’ controllata da Fatah.)

On 05 Jun 14, overnight, PSF reportedly uncovered explosives, knives, flags, and military uniforms inside a vehicle belonging to Hamas in Hebron city. Several Palestinians affiliated with Hamas were arrested.

Succede anche il viceversa:

Fatah leader Arafat Abu Shabab was detained by Gaza security forces at Rafah crossing as he returned to Gaza strip. Fatah spokesman Fayiz Abu Aita said that Abu Shabab was detained after entering the Gaza Strip for the first time since the division in 2007. Abu Aita called for the release of Abu Shabab, adding that such actions against Fatah leaders in Gaza are “unjustifiable,” and “unacceptable, especially in light of the positive environment after the formation of the unity government.” (Maan News Agency)

Insomma, unita’ si’ ma fino a un certo punto.

Comprensibilmente, in Israele la nascita di un governo palestinese appoggiato da Hamas crea qualche ansieta’. E l’ondata di felicitazioni per il nuovo governo da parte di vari governi mondiali, compreso il fedele alleato USA, fa arrabbiare il governo israeliano.

Senior Israeli officials said Monday that Israel is deeply disappointed with the State Department’s announcement that the U.S. will continue to work with the new Palestinian unity government. “We are deeply disappointed by the comments of the State Department regarding working with the Palestinian unity government,” the officials said. “This Palestinian government is a government backed by Hamas, which is a terror organization committed to Israel’s destruction,” they said. “If the U.S. administration wants to advance peace, it should be calling on Abbas to end his pact with Hamas and return to peace talks with Israel. Instead, it is enabling Abbas to believe that it is acceptable to form a government with a terrorist organization.” Communications Minister Gilad Erdan, who is a member of the cabinet, blasted “America’s naivete,” adding that the U.S. “surrender to Palestinian dictates” severely diminishes the chances of returning to the negotiating table, and will force Israel to take unilateral measures in order to protect its citizens from “Abbas’ terror government.” (Haaretz)

Fino a qui tutto chiaro e limpido, ma anche da questo lato, piu’ leggo i bollettini e meno capisco.

The White House reacted harshly last night to Israeli criticism of its decision to maintain contacts with the new Palestinian government. “It is unclear to us why some in the Israeli political leadership are staking out such a hard line public position that is fundamentally at odds with their own actions,” a senior White House official told Haaretz. The official said that while it is criticizing Washington, Israel has maintained its “robust coordination” with Palestinian security forces. The official said that on Monday, the same day that the new and “technocratic” Palestinian government was established, Israel transferred over 500 million shekels in regular tax revenues that it collects on behalf of the Palestinians. “This was no accident and reflects the Israeli establishment’s clear interest in maintaining a functioning and stable PA that can effectively administer Palestinian areas,” the official said. “Israel has no interest in seeing the PA collapse and their actions this week reinforce this clear-eyed understanding, despite what some Israeli officials are saying publicly,” he added. “Our position has consistently been that the threshold for working with a PA government is that it recognize the Quartet principles and doesn’t include or share power with Hamas. It is against our interest – and Israel’s interests – to cut ties with and funding to such a PA government. A functioning, stable PA serves our interests, Palestinian interests, and Israeli interests.” (Haaretz)

(Note esplicative su quest’ultima notizia: 500 milioni di shekel sono circa 100 milioni di euro. PA sta per Palestinian Authority. Il Quartetto e’ un gruppo di rappresentanti di ONU, USA, UE e Russia, capitanato da Tony Blair, che non sono sicuro di aver capito cosa facciano durante la maggior parte del tempo. So di Tony Blair che sta spesso qui, perche’ fa parte del coro di una chiesa assieme a una babysitter filippina che abbiamo conosciuto, ed e’ citato nei ringraziamenti del libro Walking Palestine di cui parlai qui e qui.)

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Il fashionismo discreto della borghesia.

When you run into Xxx Yyy, the first thing you will note is her incredible sense of style. She is a beautiful woman who will not hesitate to dress for the occasion and place. Dressed in a black pleated skirt and dress shirt, perfectly complemented by a classic pearl necklace at a bait aza (funeral), a young woman noted that Xxx’s elegance brings a whole new meaning to paying your respects. On a different occasion, she walked into a cafe’ looking like a million dollars in a long, white crocheted cardigan over a blue-and-white dress, which she complemented with blue shoes with magnificent, thick red high heels. She easily puts the young fashionistas to shame with her put-together, contemporary ensemble, while looking fit and fabulous at forty-something. A mother, wife, and career woman, there is much more to Xxx than an incredible fashion sense. She embodies the juxtaposition Palestinian women often find themselves in, living under and fighting against Israeli Occupation and still dealing with the many universal societal pressures women face daily.

Questo paragrafo e’ l’incipit della rubrica Personality of the Month del numero di marzo di This Week In Palestine, rivista mensile (nonostante il nome) distribuita gratuitamente negli hotel, nei ristoranti e nelle hall degli uffici stranieri di Gerusalemme Est (e il cui target, quindi, sono gli “internationals”). Ho anonimizzato il nome solo per questioni di googlabilita’.
I due paragrafi successivi raccontano la sua lunga carriera in organizzazioni internazionali [1] e un altro paragrafo parla di come ha vissuto la morte innocente di sua madre a opera di soldati israeliani [2]. Insomma la signora sembrerebbe in gamba, peccato che l’incipit dell’articolo [3] mi abbia messo in un mood sfavorevole, soprattutto l’uso della parola fashionista. Ribadito nella chiusura:

A fashionista, a mother, a wife, and a director, Xxx is what many young Palestinian women hope to be one day.

Sembra esserci un certo trend, direi tutto sommato comprensibile [4], sul rifiutare di essere associati sempre solo a campi profughi e disperazione. Ma da qua al fashionismo, si possono trovare vari punti di mezzo.

[1] Da 28 anni, il che induce qualche scetticismo sul forty-something a meno che il something non sia 9 (e in tal caso tanto di cappello per aver iniziato cosi’ giovane).

[2] La faccenda sembra essere vera, ampio materiale si puo’ trovare a partire da wikipedia. Lo specifico perche’ in genere ho la tendenza a essere scettico su queste storie quando la fonte e’ palestinese e l’evento e’ descritto in termini di violenza assurda. (Entrambe le parti nel conflitto tendono a vedere l’altra parte come inumana e brutale, e quindi i media di parte tendono ad omettere i dettagli che spiegano le motivazioni dietro un evento violento dell’altra parte: tanto si sa che i Cattivi non hanno bisogno di alcuna motivazione, e se ce l’hanno non ci deve interessare saperla.)
Per esempio, almeno tre miei amici su facebook indipendentemente l’uno dall’altro hanno segnalato questo articolo secondo cui Israele prende di mira i calciatori palestinesi, basato in particolare sulla storia, proveniente da qui, dei due giovani calciatori palestinesi fermati a un check point e a cui hanno sparato ai piedi e che non potranno mai piu’ giocare, e forse nemmeno camminare. Vari dettagli mancavano, tipo la motivazione per avergli sparato, e soprattutto la motivazione per sparargli specificamente ai piedi. Semplice caso, o sapevano che erano calciatori e l’hanno fatto apposta? Insomma, ho preferito non inoltrare la notizia, e ho fatto bene, visto che e’ stata poi debunkata da un sito di destra (link).
Capisco la pulsione dei giornalisti palestinesi di ricordare ai propri lettori che la Potenza Occupante e’ malvagia, ma mi sfugge perche’ vogliano squalificarsi con certe manipolazioni quando quasi ogni giorno ne capita una che non necessita elaborazioni. (La stampa israeliana, va detto, sembra piu’ decente. Con l’unico limite che tendono a bersi come oro colato le dichiarazioni dell’esercito.)

[3] Divertente confrontare con il seguente caso. Un collega, anche lui blogger (uno dei piu’ noti fisici blogger del mio campo), qualche anno fa ha anche lui iniziato un post su una donna parlando della sua eleganza e della sua buona forma fisica (link). Seguirono un centinaio di commenti, gran parte dei quali di americani shockati, e varie ramificazioni della discussione su vari blog e forum tematici (con un ricorrente spin-off sul sessismo della cultura italiana). Ma lui, almeno, non uso’ la parola “fashionista”…

[4] Anche se a pensarci bene si puo’ vedere la cosa in una luce molto negativa di per se’. E’ comprensibile che si voglia dare agli stranieri un’idea piu’ ampia della propria societa’, che non sia solo il segmento piu’ sfavorito. Ma in una rivista del genere il segmento piu’ sfavorito della societa’ palestinese non e’ rappresentato per niente, forse riflettendo l’interesse che per esso nutrono le classi piu’ agiate (che sono quelle che scrivono fluentemente in inglese e possono quindi contribuire a questa rivista, o che mettono delle pubblicita’ catchy e colorate per i loro esercizi commerciali – la rivista, ça va sans dire, vive sulla pubblicita’). Comunque, non c’e’ articolo che non contenga un riferimento all’Occupazione e alle grandi sofferenze del popolo palestinese.

Camminando la Palestina – episodio 2: Sebastia, un te’ con Fidel Castro.

(L’episodio precedente e’ qui.)

La nostra seconda camminata documentata dal libro e’ stata a Sebastia, con un amico pellegrino venuto a portare l’armonia al Santo Sepolcro.

Sebastia non e’ nota come meriterebbe, nonostante l’impressionante numero di luoghi di interesse storico e religioso (basti notare la tomba di S.Giovanni Battista). Probabilmente e’ dovuto alla scarsa connessione con i centri principali.
L’esperienza della camminata e’ quindi profondamente differente da Battir, in almeno due aspetti:
– mentre a Battir ci sono sentieri ben indicati, nei dintorni di Sebastia ci si deve solo fidare delle istruzioni del libro (e infatti siamo riusciti a perderci)
– nessuno e’ abituato a vedere turisti.

Ci siamo quindi ritrovati in situazioni reminescenti di qualche (brutto) film terzomondista, con torme di bambini che ci seguono incuriositi, adolescenti a dorso di mulo [1] che ci fanno domande in inglese stentato, eccitatissimi di parlare con degli stranieri [2], e persone a caso che ci invitano a prendere un te’ da loro.

L’episodio del te’ merita di essere descritto.
Quasi alla fine della passeggiata circolare proposta dal libro, questo ci informava che alla nostra destra avremmo trovato delle tombe romane sotto una casa, in proprieta’ privata, ma che i padroni potevano concedere di vederla. Ma trovare sotto quale casa si e’ rivelato arduo. (Non l’abbiamo mai trovata). Chiaramente, degli occidentali con una bambina in un marsupio che si aggirano tra le stradine periferiche di un paesino guardando sotto le case non possono passare del tutto inosservati, e varie persone ci hanno chiesto se potevano aiutarci. Ma alla domanda se conoscessero delle tombe romane, tutti ci indicavano il centro del paese (le cui tombe romane avevamo gia’ visto e che non erano certamente quelle che diceva adesso il libro).
A un certo punto dopo avere riletto attentamente il paragrafo che ne descriveva la posizione ci siamo convinti di aver identificato la casa in questione. Una famiglia palestinese era sulla veranda e ci ha visti avvicinare. Abbiamo spiegato cosa cercavamo ma niente, anche loro non avevano mai sentito parlare di tombe romane in quella parte di paese. Ma gli anziani della famiglia estesa hanno insistito che rimanessimo a prendere un te’, e abbiamo accettato.
Erano tutti felici di fare la nostra conoscenza, anche se la conversazione era estremamente complicata perche’ c’era un solo traduttore dall’arabo all’inglese per tutti gli stream di conversazione paralleli, uno dei ragazzi piu’ grandi della famiglia, di nome Fidel Castro (o piu’ familiarmente Castro); comunque la sua conoscenza dell’inglese non era molto profonda, per cui annaspava un po’.
Erano lo stereotipo perfetto della famiglia bucolica di povera gente, con tanto di stalla con le pecore accanto alla casa, per cui ci ha preso un po’ di sorpresa l’anziana zia che ha tirato fuori lo smartphone e insisteva per sapere i nostri contatti su WhatsApp.
Successivamente, e solo quando eravamo gia’ andati via, ci siamo resi conto che gli anziani che ci avevano originariamente invitati a restare a prendere un te’ non erano restati con noi a chiacchierare, ma erano spariti subito dentro la casa, lasciandoci in compagnia delle donne, dei bambini e di Fidel Castro.

[1] Visto l’interesse che mostravamo per il loro mulo (lo indicavamo ripetutamente alla nostra bambina di due anni), i due ragazzi ci hanno chiesto come mai e ho spiegato che dalle nostre parti non se ne vedono molti. Sarebbe stato troppo complicato spiegare che in realta’ “dalle nostre parti” non c’e’ carenza di muli se si vive nei posti giusti, ma che noi siamo troppo urbani. Poco dopo quindi hanno afferrato una gallina che zompettava ai margini del villaggio (insistendo che nostra figlia la carezzasse) e ci hanno chiesto se nel nostro paese esistono le galline.

[2] Per essere cortesi siamo soliti dire ciao e grazie in arabo. Questo ha meravigliato tantissimo i ragazzi del mulo, che ci hanno chiesto come mai conosciamo l’arabo.
Da notare che tutte le parole arabe che conosciamo si possono contare sulle dita. Quelle che conosco io sono:
Salam aleikum / Aleikum salam (queste non occorre spiegarle, sono l’origine del termine salamelecchi)
Marhabba (buongiorno)
Shukran (grazie)
Mushqela (problema)
Fish mushqela (nessun problema)
Swai swai (piano piano)
Habibi (caro)
Yalla (vari significati, ma quasi tutti coincidenti col napoletano iamme)

Si tratta comunque di una lista molto piu’ lunga di quella delle parole ebraiche che conosco:
Shalom (ciao/pace)
Todah (grazie)
Yalla (come sopra – e’ un prestito dall’arabo)
Ben zona (figlio di puttana)

(La lista e’ corta pero’ permette di costruire almeno una frase.)

Camminando la Palestina – episodio 1: Battir e la promessa di Moshe Dayan.

Uno dei tanti stranieri che si son trovati di passaggio da queste parti si e’ scontrato con l’assenza di guide alla camminata nella Cisgiordania (a differenza di Israele, ben documentato), e ne ha quindi scritta una:

Abbiamo quindi iniziato una mini-tradizione di passeggiate palestinesi (due finora, ma ce ne saranno altre).

La prima, a fine gennaio, e’ stata a Battir, villaggio che giusto nei giorni precedenti figurava frequentemente nelle notizie relative al conflitto, in uno strano caso coinvolgente antichi terrazzamenti e sistemi di irrigazione millenari.
Per capire queste notizie bisogna partire da lontano: quando fu tracciata la linea dell’armistizio del ’49, i generali israeliani ottennero di farla passare accanto alla strategica ferrovia che unisce Gerusalemme alla costa in modo da proteggerla, e cosi’ facendo tagliarono un consistente pezzo di terre agricole di Battir, che si ritrovarono in territorio israeliano mentre il centro abitato si ritrovo’ in Giordania. Gli abitanti del villaggio [1] ottennero udienza con Moshe Dayan in persona, il quale dopo avere ascoltato le loro ragioni rispose in soldoni: guardate, a me la cosa che importa e’ che nessuno rompa i coglioni alla ferrovia, quindi facciamo che voi promettete di aiutarci a proteggerla e noi vi promettiamo facilita’ di accesso alle vostre terre, comprese quelle in territorio israeliano.
Si tratta di una delle poche storie coinvolgenti frontiere, israeliani e arabi che possa essere definita “carina”, e come molte storie carine sembra destinata a finire male.
Infatti da alcuni anni l’esercito israeliano insiste che il completamento del celebre Muro di Separazione deve assolutamente passare accanto alla ferrovia. Gli abitanti del villaggio sono terrorizzati perche’ perderebbero accesso a una bella parte delle loro terre (sembra gli sia stato promesso che avranno accesso facilitato attraverso un check point ma l’esperienza dei compatrioti in situazioni simili in altre parti del Muro li porta a essere abbastanza diffidenti); gli esperti sia stranieri che israeliani sono preoccupati che le millenarie terrazze di Battir e il sistema di irrigazione che data dai tempi di Gesu’ siano danneggiati irreparabilmente [2]; persino gli abitanti della colonia ebraica li’ accanto [3] si lamentano perche’ la barriera ostacolerebbe la loro tumultuosa crescita urbana.
Per salvare le bellezze di Battir, gli abitanti si sono attivati per farle riconoscere Patrimonio mondiale dell’Umanita’ dall’UNESCO (link), pensando che forse qualcosa di buono, e di concreto, sarebbe venuto dal recente riconoscimento della Palestina da parte di questo organismo internazionale. Ma c’e’ una cosa che bisogna ricordarsi quando si parla di Israele e Palestina: che per quasi ogni storia in cui i governanti israeliani fanno la figura degli oppressori, ce n’e’ una in cui i proto-governanti palestinesi fanno quella dei cialtroni (link).
Adesso l’esercito e’ tornato a spingere per la costruzione del Muro, e gli abitanti riprendono a fare lobbying disperato con l’appoggio di chi ha a cuore la preservazione. Per alcuni giorni a fine gennaio la faccenda e’ stata quotidianamente nei giornali, ma adesso non sappiamo come e’ finita (se e’ finita).

E quindi, per farla breve, per inaugurare il libro ci siamo fatti una delle belle camminate di Battir, tra tombe romane, muri a secco e campi coltivati, che non si sa mai che la prossima volta ci sia un muro di 8 metri di altezza e dei cecchini.

[1] Il libro racconta l’episodio attribuendo a uno specifico individuo il merito della negoziazione, ma non ho ritrovato l’informazione sul web. Questo stesso mitologico individuo, secondo il libro, avrebbe anche determinato il fato stesso del villaggio durante la guerra del ’48-’49: rimasto solo nel villaggio gia’ evacuato, la leggenda dice che passo’ il tempo ad accendere e spegnere le luci di tutte le case e far fare ammuina al bestiame, in modo da convincere gli israeliani che il villaggio era ancora occupato e cosi’ evitare che fosse catturato (e finisse cosi’).

[2] I preservazionisti israeliani sono riusciti a ottenere qualche successo, quantomeno nel ritardare la costruzione, facendo leva sul fatto che si tratta di un sito storico anche per la storia ebraica.

[3] Una cosa incredibile e’ che ovunque si vada in Cisgiordania c’e’ sempre una colonia ebraica li’ accanto. Di solito sono riconoscibili per la compattezza:

Le si vede e ci si chiede di cosa consista l’economia di un posto del genere, a parte i sussidi che lo stato israeliano da’ ai coloni (piu’ il sussidio di ultraortodossia a quelli che sono ultraortodossi), visto che non coltivano la terra. Wikipedia ci dice che in effetti in media gli abitanti non fanno molto.

Piaceri in Palestina.

Viene fuori che una delle mamme del gruppo facebook “Jerusalem expat babies and toddlers” con cui eravamo entrati in contatto e diventati amici virtuali (ci ha fornito il contatto di un’ottima bambinaia) e’ un astro nascente della fotografia palestinese, e adesso il New York Times le dedica un articolo:

Since the mid-1980s, the visual narrative of Palestinians in the West Bank and Gaza has been predictable: photographs of stone-throwing teenagers confronting Israeli soldiers, refugee camps, mothers mourning children killed in conflicts, and long lines at border crossing points. Particularly dramatic variations on these visual tropes make the front pages and win awards.

Tanya Habjouqa, a Jordanian-born photographer, looks for subtler strategies to explore today’s Palestinian experience.

“I really felt like I needed to find another way to tell a story, not only just to make sense of it for myself but to make sense of it for how I’m going to present it to my children as well, since this is going to be their home too,” said Ms. Habjouqa, who lives in East Jerusalem with her husband, a Palestinian lawyer with Israeli citizenship, and their two children.

She focused on pleasure instead of suffering.

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La didascalia dice che la pecora e’ in macchina perche’ il signore sta andando a una celebrazione della fine del Ramadan (quindi dovrebbero essere le ultime ore di vita di quella pecora), ma secondo me lo sguardo di entrambi, e quella sigaretta, ci suggeriscono ben altra storia.

L’articolo completo, e il suo sito. Dal quale apprendo dell’esistenza di una vibrante scena di femminielli della Citta’ Santa, che fa particolarmente impressione in una citta’ che attira i piu’ esaltati bigotti di ognuna delle principali religioni monoteistiche.

Natale a casa Nazareno.

Essere in Terra Santa per Natale e non andare a Betlemme significa perdersi la meta’ del piacere. Per cui il 25 dicembre abbiamo attraversato il Muro [1] e siamo entrati (io per la prima volta) in quello che probabilmente un giorno sara’ lo Stato Palestinese [2].

Qualche foto ricordo (da cliccare per ingrandire):

– il Muro vicino al check-point dal lato palestinese
– Moschea di Omar
– presepe in legno di ulivo vecchio di ? anni
– chiesa della Nativita’, dove e’ nato il Bambin Gesu’
– presepe con renne al neon
– Campo dei Pastori Ovest, ovvero dove l’angelo annuncio’ la nascita di Nostro Signore ai pastori di Betlemme. Esiste anche un Campo dei Pastori Est, a un paio di km di distanza, ma la’ era chiuso perche’ lo gestiscono gli ortodossi (che non sono d’accordo con gli altri sulla posizione esatta dell’Evento) e quindi aprira’ per il Natale Ortodosso che e’ a inizio gennaio.

[1] Betlemme, pur essendo a pochi km da Gerusalemme, e’ gia’ nei Territori Occupati. E’ nella piccola porzione di West Bank che e’ sotto amministrazione “esclusiva” dell’Autorita’ Palestinese (Area A) [a] per cui ci si possono vedere poliziotti palestinesi, anche se “aiutati” nel mantenimento dell’ordine pubblico da soldati israeliani.

[2] In un negozio di cianfrusaglie per turisti ho trovato anche una orgogliosa “mappa della Palestina” che era il simmetrico di cio’ di cui parlavo qua. Non l’ho comprata perche’ non mi sembrava prudente per uno che deve riattraversare il check-point.

[a] Se si affitta una macchina in Israele, l’assicurazione non e’ valida nelle zone della Area A. E in generale le compagnie che affittano macchine ti dicono di non andare nella West Bank e basta, che per loro e’ piu’ semplice. (Ma i turisti ci vanno lo stesso, perche’ c’e’ nato Nostro Signore.)