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L’importanza del pezzo di carta.

[Disclaimer: Questo post l’ho scritto tra domenica 9 e martedi’ 11, con lentezza estenuante perche’ fatico a trovare ritagli di tempo. Ho provato ad incorporare nel testo tutte le notizie (brutte) che arrivavano, poi mi sono arreso. Quindi tutte le notizie che menziono sono obsolete gia’ in partenza. D’altra parte, penso, se siete interessati alle notizie non le starete cercando qui.]

L’Intifadah silenziosa sembra diventare sempre piu’ chiassosa, e la frequenza tra un omicidio e l’altro si accorcia (tre in due giorni: link, link, e ancora link). Sono morti piu’ israeliani nell’ultimo mese che nei due anni precedenti (fonte). La spirale di violenza va troppo piu’ veloce della mia scrittura, non riesco mai a finire un post prima che ne sia successo un altro, o un altro paio. [1]

Quasi tutti i fatti violenti di queste ultime settimane hanno un protagonista palestinese (compreso l’evento di lunedi’ alla stazione di Tel Aviv: l’assassino e’ un ragazzo di 18 anni di Nablus infiltrato senza permesso attraverso il confine tra la Cisgiordania e “Israele propriamente detto”). [2]
Nell’evento violento del weekend, invece, la dinamica e’ stata diversa. Una pattuglia della polizia israeliana stava entrando a Kafr Kanna (un villaggio arabo nei dintorni di Nazareth) per arrestare qualcuno, e un ragazzo arabo (non la persona che dovevano arrestare) munito di coltello si e’ lanciato contro la macchina e li ha minacciati sbattendo il coltello contro il finestrino della camionetta.
Il primo comunicato della polizia narrava che i poliziotti gli avevano sparato per difendere la propria vita da una minaccia immediata, ma poi e’ spuntato questo video da cui si vede che il ragazzo, in quel momento, stava arretrando e gia’ non era piu’ a distanza tale da poter costituire pericolo mortale immediato:


(Oltre allo sparo in se’, notare come viene afferrato e trascinato il moribondo. Una volta ho fatto un corso di pronto soccorso, e decisamente non raccomandavano di portare cosi’ uno ferito al torso.)

Si direbbe quindi il tipico episodio in cui con “autodifesa” si intende “eccesso di reazione”. E’ un piccolo equivoco che capita ogni tanto ai poliziotti di tutto il mondo, e in tutto il mondo causa discussioni accese tra chi pensa che il poliziotto debba passare un grosso guaio e chi tifa per l’abbattimento senza se e senza ma di chi disturba il suo pubblico ordine.

L’episodio sarebbe abbastanza tipico se fosse successo in Cisgiordania (dove la risposta sproporzionata fa parte di una tradizionale dottrina di deterrenza – ad es.), ma e’ molto inusuale in Galilea, dove gli arabi sono cittadini israeliani.
Si confronti in particolare questo evento violento con l’evento violento di Bitunya, in Cisgiordania, durante l’ultimo Nakba Day, di cui parlai nella nota 1 di questo vecchio post, anch’esso caratterizzato da abbattimento a sangue freddo + versione ufficiale basata sull’autodifesa da pericolo immediato + video che la smentisce.

Avevo gia’ notato in alcuni post precedenti come faccia una grossa differenza avere la cittadinanza o no.
Che faccia una differenza legale e’ ovvio, ma a quanto pare fa anche una grossa differenza mediatica. Di abbattimenti in Cisgiordania ne ho letti tanti in questi mesi; tipicamente la “minaccia immediata” per il militare o per il poliziotto della Polizia di Frontiera (la polizia normale non opera la’) sono sassi, e l’autodifesa e’ di solito uno sparo alla testa o al torso. Di solito i giornali israeliani con l’esclusione di Haaretz [3] non menzionano ne’ il nome ne’ l’eta’ della vittima (di solito minorenne) e non danno, o danno con scetticismo (come nel caso di Bitunya gia’ menzionato sopra), la versione dei fatti delle persone vicine alla vittima. In questo caso invece tutti i principali quotidiani davano il nome, l’eta’, mostravano volentieri il video che smentiva la versione della polizia (anche quelli piu’ falchi come il Jerusalem Post), e qualche opinionista criticava il fatto, a sinistra perche’ ingiusto e a destra perche’ e’ inopportuno per le forze dell’ordine fare incazzare gli arabi buoni in giorni gia’ molto delicati con gli arabi cattivi.
In estrema sintesi: la reazione globale e’ stata tutto sommato molto simile a quella dei giornali occidentali in casi simili (si pensi ai giornali italiani per il caso Cucchi, ai giornali americani per l’abbattimento di Michael Brown a Ferguson). [7update]

Un altro esempio di questo filtro psicologico dei giornalisti israeliani (o almeno di quelli dei giornali che conosco e che hanno una versione in inglese) l’avevo notato un paio di settimane e mezzo fa. Ero indeciso se farci un post o no (poi comunque me lo scordai), ma il titolo l’avevo gia’ scelto:

“Io mangio cipolla, e a te piangono gli occhi?”
(Modo di dire siciliano.)

Residents in the Mount Scopus area were experiencing difficulties breathing because of tear gas that was fired in clashes between security forces and Palestinians in Isawiya and Silwan in East Jerusalem. (link)

L’area di Monte Scopus, abitata al 100% da ebrei, e’ molto vicina a dove abitavamo noi, quindi se fossimo ancora la’ avremmo probabilmente scoperto che effetto fanno i gas lacrimogeni [4]. Ma uno si chiede: se i residenti di Monte Scopus hanno problemi a respirare per i lacrimogeni sparati a Isawiya e Silwan, non sara’ lecito chiedersi se hanno problemi a respirare anche i residenti di Isawiya e Silwan? [5]
Vedere mappa (Monte Scopus e’ tra French Hill e Sheikh Jarrah; notare quanta strada deve aver fatto il gas proveniente da Silwan per arrivare li’):

Mappa creata con il tool online di Terrestrial Jerusalem: http://t-j.org.il/JerusalemAtlas.aspx

Mappa creata con il tool online di Terrestrial Jerusalem: http://t-j.org.il/JerusalemAtlas.aspx

Ok, nulla di troppo diverso da, per dire, i giornali italiani quando assumono il punto di vista della maggioranza in vicende coinvolgenti zingari (italiani) o immigrati. Pero’ sorprende in confronto con l’attenzione israeliana per il politicamente corretto, ad esempio anche in documenti ufficiali, musei, parchi, ecc.
(Gia’ avevo notato che c’e’ un surreale scollamento, da quelle parti, tra cio’ che i governanti/amministratori di entrambi i lati dicono e quello che in realta’ fanno; fortunatamente, anche se non sempre, quello che fanno e’ generalmente piu’ pacifico e cooperativo di quello che dicono. Poi e’ da vedere quanto dura.)

A volte uno si chiede se non sarebbe stato meglio per i palestinesi se Israele si fosse semplicemente annesso tutti i Territori Occupati (non solo Gerusalemme Est e Golan) dopo la Guerra dei Sei Giorni, e gli avesse dato la cittadinanza. L’annessione non c’e’ stata perche’ Israele non la voleva, perche’ ad abitare li’ erano troppi: l’annessione avrebbe cambiato l’equilibrio demografico e rischiato sul lungo termine che lo stato avesse una maggioranza araba. (E’ un’ossessione latente dei politici israeliani dal ’48 ai giorni nostri.)
E probabilmente anche la stragrande maggioranza dei palestinesi avrebbero rifiutato, come fecero i residenti di Gerusalemme Est nel 1980 quando la loro parte di citta’ fu formalmente annessa (anche se l’annessione non e’ riconosciuta da nessun altro stato, nemmeno dagli USA), e Israele coerentemente gli offri’ la possibilita’ di richiedere la cittadinanza: il ragionamento fu probabilmente che accettare la cittadinanza sarebbe stato consolidare il nuovo status quo. Con il senno di poi non fu una buona idea, e si aggiunge ai molti episodi a supporto della popolare battuta “i palestinesi non perdono mai un’occasione per perdere un’occasione”.
Lo statuto dei palestinesi di Gerusalemme Est e’ di residenti permanenti, con vari vantaggi rispetto agli altri palestinesi – voto alle municipali, possibilita’ di muoversi liberamente sia in Israele-propriamente-detto che in Cisgiordania (compresa l’Area A), possibilita’ di immatricolare l’auto con la targa gialla israeliana e quindi usarla dove gli pare [6], ecc. – ma possono perdere questo privilegio se qualcuno puo’ provare che il loro “centro di vita” non e’ piu’ a Gerusalemme (ad es., se non lavorano piu’ a Gerusalemme, o se hanno una residenza in Cisgiordania in cui passano la maggior parte del tempo e usano la casa di Gerusalemme solo occasionalmente o per affittarla ad altri). Molti degli espropri di case sono stati basati su questa regola.

Gia’ recensii qui quel documentario che spiegava che, secondo alcuni giudici di Corte Suprema attualmente in pensione che avevano contribuito a costruire l’ossatura legale del bizzarro sistema legale militare dei Territori, l’opzione di applicare semplicemente la legge israeliana tale e quale era stata scartata fin dall’inizio perche’ “se applichi la legge di uno stato a quella popolazione, di fatto la annetti, e se la annetti poi la devi fare votare”.
Si dedurrebbe quindi che c’e’ stato un certo scivolamento verso destra (o almeno verso il fottersene della forma delle cose) negli anni trascorsi tra il 1967 e oggi, perche’ adesso fa parte del discorso politico israeliano l’opzione di annettere la Cisgiordania e dare ai palestinesi cisgiordani lo stesso statuto di quelli di Gerusalemme Est (l’opzione fa parte del programma di uno dei partiti attualmente al governo, Casa Ebraica, che a quanto capisco rappresenta gli interessi e le idee dei coloni religiosi – link).
E qualche giorno fa il consiglio dei ministri ha approvato una legge controversa, che estenderebbe la legge israeliana ai Territori pero’ con un meccanismo sufficientemente complicato da aggirare le obiezioni della Corte Suprema (link). Se capisco bene, il comando militare che funge da legislatore nei Territori sarebbe tenuto da questa legge ad incorporare entro 45 giorni ogni nuova legge israeliana (ma non vale per quelle vecchie) tra le leggi dei Territori.
Chi la propone dice che sara’ vantaggioso sia per i coloni (che gia’ sono cittadini israeliani, ma a quanto pare nei Territori non godono di tutte le tutele israeliane, ad esempio delle leggi sul lavoro) che per i palestinesi; chi la critica sospetta che sara’ usata in modo sufficientemente perverso da fare comunque la differenza. Forse sara’ una mistura delle due cose (dubito che una lobby che ha a cuore gli interessi dei coloni abbia simultaneamente anche a cuore quelli dei palestinesi, pero’ il Levitico (24:22) dice chiaramente “Avrete una stessa legge tanto per lo straniero quanto per il cittadino; poiché io sono l’Eterno, l’Iddio vostro”.)

Immagine completamente off-topic. Cercavo, come illustrazione del post, un’immagine del passaporto israeliano (giusto casomai qualcuno fosse cosi’ tonto da non capire a quale “pezzo di carta” il titolo si riferisce) e sono inciampato in questa immagine, da qui. E’ carina e quindi la lascio.

[1] Oltre agli atti di violenza contro le persone, sono in crescita quelli contro le cose.
Tra vari vandalismi reciproci, passano la soglia della notizia internazionale, simmetricamente, una moschea bruciata in un villaggio palestinese cisgiordano vicino a una colonia, e una molotov contro una sinagoga in Galilea.
Certo, ovviamente che i colpevoli del primo atto siano dei coloni e’ al momento soltanto una congettura:

Shomron Regional Council Head Gershon Mesika, responded to accusations that settlers were behind the torching of the mosque and said: “The person who did this act is a pyromaniac who deserves to be condemned. However, it is important to note that as yet, no Jews have ever been arrested for torching a mosque, which calls for further investigation into the incident.”
(Fonte)

[Shomron e’ la Samaria, cioe’ la parte nord della Cisgiordania.]

Pero’ non e’ una congettura cosi’ campata in aria, visto che lo stesso articolo menziona un caso di incendio di un’altra moschea in un auto-dichiarato caso di “price tag attack”.
In effetti, l’argomento che nessun ebreo sia mai stato arrestato per atti del genere gli si potrebbe ritorcere contro (e sono quasi sicuro infatti di averlo gia’ visto usato dalla propaganda di opposta fazione.)

(Quello che ho capito e’ che non tutti i coloni sono dediti al vandalismo di proprieta’ arabe, anzi molti se non la maggioranza coesistono pacificamente. Pero’ il fenomeno, per quanto probabilmente minoritario, non e’ affatto marginale. Incidentalmente, trovo molto apprezzabile l’Anti-Defamation League che, sebbene la sua missione sia difendere il punto di vista ebraico, a differenza di molti di quelli che si prefiggono di difendere lo stesso punto di vista, non prova affatto a minimizzare il problema o a ribattere con un “eh ma loro invece”.)

[2] Qui si analizza il profilo tipico degli attentatori degli ultimi tempi, per dedurne che in generale sono dei cani sciolti: giovani, single e disorganizzati.
Sebbene questo sembri confermare il mio personale bias (basato su nulla piu’ che l’impressione superficiale ottenuta dalla lettura delle notizie originali), avvertirei pero’ di prendere l’accuratezza dell’articolo con delle grosse pinze, visto che del primo caso dice “He struck and killed a 29-year-old coworker”. Ma come coworker? Leggere il mio post corrispondente e i link al suo interno.

[3] Ma anche Haaretz a volte da’ acriticamente la versione dei fatti dell’Ordine Costituito. L’avevo notato per esempio nel caso del giudice di cui parlai qui.
Secondo uno studio che una volta era riassunto su wikipedia (poi qualcuno edito’) e che chi paga puo’ leggere qui, Haaretz tende ad avere un bias anti-palestinese piu’ spesso che pro-.
(Nonostante cio’ e’ evidente che il giornale ha una linea pro-pace, pro-due-stati, e anti-colonie. Lo stesso articolo dice che e’ meno pro-israeliano del New York Times.)

[4] Una volta qualcuno mi disse che se fossi andato al consolato italiano avrei avuto diritto a una maschera anti-gas da tenere in casa. Pero’ per pigrizia non l’ho mai fatto, considerando che Hamas non sembra avere gas letali e che Bashar al-Assad ha cose piu’ urgenti da fare che bombardare Israele. Non pensavo ai banali lacrimogeni.

[5] Un altro mezzo “anti-riot” molto usato e’ il classico idrante, che si usa pure da noi (ma da noi e’ praticamente alla parte superiore dello spettro, li’ mi sembra piu’ sulla parte bassa), in una variante che quando non ci sei di fronte puo’ anche fare ridere un po’ (lo confesso: io la prima volta ho riso un po’): invece dell’acqua, il camion cisterna spruzza liquidi maleodoranti. Pur non essendo mai stato presente mentre veniva spruzzato, so che odore ha e posso assicurare che e’ veramente mefitico. Avevo sentito questo odore a Betlemme e vicino alla citta’ vecchia di Gerusalemme, in entrambi i casi era il luogo di una protesta sedata la sera prima, e la prima volta avevo inizialmente immaginato che ci fosse una qualche fogna a cielo aperto (ammetto con vergogna di avere dei bias inconsci neocoloniali verso le municipalita’ gestite da arabi, come Betlemme – a mia discolpa va detto che Betlemme non assomiglia a un villaggio svizzero), poi mi era stato spiegato.

[6] Le macchine con targa verde, immatricolate dall’Autorita’ Palestinese, possono circolare solo in Cisgiordania e Gaza, e non in tutte le strade di Cisgiordania perche’ alcune strade che connettono le colonie tra loro e con la madrepatria, per motivi di sicurezza (dei coloni) sono solo riservate alle targhe gialle.
Un esempio e’ la statale 443, che prendevo ogni tanto per andare al lavoro come alternativa alla congestionata autostrada, prima che la statale diventasse abituale bersaglio di bombe molotov palestinesi, dopo di che mia moglie si preoccupo’ e me lo proibi’.

[7update] Update del 10/12/2014: un mese dopo, in un articolo che parla dell’arresto di alcuni dei rioters che nelle proteste seguite all’omicidio del ragazzo arabo avevano lanciato ordigni improvvisati, si legge il seguente riassunto della vicenda:

Israeli police said Hamdan had threatened the life of police officers as he tried to stab them with a knife while they were inside their cruiser. However, video footage of the incident led some people to interpret the events differently, and claimed Hamdan had tried to run away from the vehicle when he was shot.

Boh non so, francamente ditemi voi se dopo aver visto il video sopra formulereste la seconda meta’ del paragrafo allo stesso modo.

Intifadah silenziosa.

Negli ultimi tempi della nostra residenza a Gerusalemme, quando gia’ sapevamo del nostro imminente ritorno nelle campagne franco-svizzere, capitava molto spesso che gli amici e conoscenti europei ci chiedessero se eravamo contenti di tornare. E la risposta era imbarazzante da dare, perche’ la domanda non era mai intesa come una vera domanda ma sottintendeva un “dimmi quanto intensamente sei sollevato dall’andartene da quel posto spaventoso”, ma la nostra risposta non era quella attesa. Rispondevamo, infatti, che a noi stare li’ piaceva, e anche molto. E infatti dopo il ritorno abbiamo continuato ad averne nostalgia di un posto bellissimo e interessante su moltissimi livelli, dove abbiamo vissuto tutto sommato molto bene, giusto con qualche periodo di ansia e abbastanza amarezza nel verificare cosa succede alla psiche collettiva durante una guerra, ma insomma, quale posto al mondo e’ perfetto?

Comincio pero’ a sospettare che forse non siamo stati li’ in un momento “normale”, ma anzi in uno dei periodi di calma maggiore della storia recente. Giusto prima della sua fine.

Oggi, per la seconda volta in 15 giorni, una macchina guidata da uno di Hamas si e’ lanciata sulla folla nel tratto di strada tra le due fermate di tram che usavamo noi (link). (La volta precedente e’ corrisposta al mio post precedente.) [1]
Questo in un contesto in cui gia’ da qualche tempo si parla di “Intifadah silenziosa” o “Intifadah calma”, intendendo un aumento delle rivolte di strada nei quartieri arabi [2] e degli atti di violenza tipo sassi o molotov, e in polemica con le ripetute affermazioni delle forze dell’ordine che “comunque questa non e’ la Terza Intifadah”.

Il riassunto della situazione recente da parte di un influente giornalista israeliano [3], il giorno prima di questo attentato:

We are stuck with the settlers, with the hatred of Arabs, with the fears and anxieties our leaders are instilling in us; they are stuck with the refugees, with the hatred of Jews, with the illusion that we can still be thrown into the sea.
(…)
The negotiations are resumed from time to time precisely because the hidden assumption on both sides is that nothing will come out of them.
(Nahum Barnea, da qui)

[1] Per una strana ironia del destino stavolta l’attentatore ha ucciso un arabo, ma di religione era druso e quindi suppongo che dal punto di vista di Hamas, che e’ un movimento esplicitamente islamico [a], la sua morte sia comunque meglio che niente.

[2] Sia questo che l’attentato molto simile di due settimane fa sono stati compiuti da membri di Hamas, ma dubito che le rivolte spontanee che capitano ormai quasi quotidianamente nei quartieri arabi di Gerusalemme siano organizzate da Hamas, sebbene Hamas le elogi. Un piccolo dettaglio a supporto della mia speculazione: nelle foto di rivoltosi si vedono spesso capigliature alla mohicana. Orbene, un dettaglio che mi aveva colpito quando mi era stato raccontato di come Hamas governa Gaza e’ che proibisce tassativamente i capelli alla mohicana. (Il dettaglio mi aveva colpito perche’ e’ una capigliatura estremamente alla moda tra i giovani arabi dei quartieri piu’ miserabili di Gerusalemme Est.)

[3] Nahum Barnea e’ un giornalista di centro-destra. Dopo il linciaggio di Ramallah del 2000 propose il “test del linciaggio” per attaccare i giornalisti di sinistra. Ha perso un figlio sedicenne in un attentato suicida nel 1996. Esponente di un “pacifismo pragmatico”, tende spesso a premettere che dei palestinesi non gliene frega niente e/o che considera i loro leader dei farabutti, ma ritiene e spiega che se gli israeliani vogliono vivere in pace devono prendere a calci in culo la lobby delle colonie (link a un ottimo articolo) e dare via un grosso pezzo dei Territori Occupati in fretta, anche senza negoziare. [d]

[a] I movimenti nazionalisti palestinesi “storici” (Hamas e’ relativamente recente, essendo stato fondato nel 1987) sono in generale laici, e spesso hanno avuto tra i loro leader dei cristiani (che hanno sempre avuto la tendenza almeno dall’800 a essere sovrarappresentati tra le elite palestinesi; ipotizzo perche’ in media piu’ istruiti grazie all’abbondanza di scuole cristiane gestite da europei).
Sembra strano, in questi tempi recenti in cui la questione israelo-palestinese sembra essere dominata sul piano verbale da argomenti religiosi [b], pensare che per la maggior parte del tempo il conflitto non e’ stato visto in questi termini dalle sue parti in causa, se non come “effetto al second’ordine”.

[b] Esattamente nel mezzo tra questi due attentati nel mio ex quartiere, c’e’ stato un altro atto terroristico di rilevanza (pero’ a Gerusalemme Ovest): un palestinese ha cercato di ammazzare un certo Rabbino Glick, un noto attivista di un movimento religioso secondo cui e’ opportuno, anzi necessario, andare periodicamente a pregare sul Monte del Tempio (cosa vietata ai non musulmani dalle forze dell’ordine israeliane, preoccupate di evitare provocazioni, per non parlare del fatto che il Rabbinato d’Israele vieta tout court a ogni ebreo di mettere piede sul Monte del Tempio, per la sua eccessiva santita’ – ne parlai qui). [c]

[c] E giusto per dimostrare come in quel paese niente e’ semplice, niente puo’ essere spiegato senza iniziare la frase con “e’ complicato”: e’ venuto fuori un video di Glick, girato poche settimane prima dell’attentato in cui, dopo essere entrato nella Spianata delle Moschee, canta una preghiera in arabo con alcuni musulmani, poi verso la fine del video (se capisco bene) gli insegna come tradurre in ebraico una frase che ha prima detto in arabo (non conosco nessuna delle due lingue ma in una ha detto Allah e nell’altra Adonai), e sembrano essere tutti molto di buon umore.

[d] E siccome, di nuovo, non si puo’ dire niente senza dover aggiungere da qualche parte un “e’ complicato”: contrariamente a quanto il lettore potrebbe pensare, l’idea di andare via dai Territori unilateralmente non e’ “di sinistra”. Si tratta infatti della dottrina di Ariel Sharon buonanima, che ritiro’ unilateralmente da Gaza proprio perche’ trovava aberrante negoziare con la controparte, e in contrasto con la mini-tradizione laburista (Rabin, Peres, Barak) di chiacchierare troppo e di troppe cose con Arafat.
Attualmente la sinistra israeliana dice che il ritiro da Gaza non porto’ pace proprio perche’ non fu parte di una negoziazione completa (cioe’ che includesse anche garanzie di sicurezza, oltre ad aspetti di mutuo interesse e mutuo controllo), la destra dice che fu una cazzata perche’ tenerci 7000 coloni e 1500-2000 soldati secondo loro era molto meglio, e insomma non so quanti siano rimasti a parte Barnea in Israele a difendere quella scelta, 10 anni dopo.

[nota bonus] Un po’ dopo essere stato raggiunto dalla notizia dell’attentato ho avuto uno strano presentimento, e ho visitato la pagina delle statistiche di questo sito. C’erano 4 visite oggi dal Regno Unito, cifra inusuale tranne quando litigo con il signor R.A.Z., che vive nel Regno Unito e si prefigge di monitorare l’antisemitismo nella blogosfera.
Insomma sembra molto in ansia di sapere il mio parere sulle novita’ del giorno, e io ne sono come al solito molto lusingato.

Effetto soglia.

Tornato ormai stabilmente nel cuore della Fortezza Europa, e quindi esposto maggiormente (tramite radio, giornali cartacei, amici di facebook che linkano cose) alle notizie dei paesi europei con i quali ho a che fare direttamente (Italia, Francia, Svizzera, Belgio) che a quelle da Israele/Palestina, come normale vengo a sapere solo gli eventi dalla Terra Santa che passano una soglia molto alta.
Giovedi’ solo grazie a una guardata casuale a repubblica.it ho saputo di un attentato vicino a dove abitavamo. Un palestinese affiliato ad Hamas [1] si e’ lanciato sulla piccola folla che attendeva il tram alla fermata Collina delle Munizioni, uccidendo una bambina di tre mesi.

Per avere piu’ dettagli sono andato a leggere la stessa notizia su ynetnews, dove si puo’ anche vedere il video preso da una telecamera di sorveglianza.
La fermata della Collina delle Munizioni era la piu’ vicina a casa nostra assieme a Shimon HaTzadik, dove poco prima della nostra partenza era avvenuto un evento in qualche senso simile, di cui scrissi qua [2]. Quand’ero li’, ogni giorno in macchina passavo almeno due volte da quello stesso incrocio da cui il terrorista ha deviato per lanciarsi sulla folla, e le rare volte che prendevo il tram lo prendevo da una di quelle due fermate. Ricordo quando avevamo una babysitter senza macchina [3] che andava a prendere nostra figlia al nido e la riportava a casa col tram. All’inizio l’idea ci stressava un po’ (non avevamo pero’ facili alternative), poi a furia di essere presi in giro dai locali ci eravamo rilassati. Negli ultimi mesi, dagli eventi di luglio in poi, sembra invece che i locali di entrambe le etnie usino molto meno il tram. (Questo articolo lo conferma.)

Una volta che la mia attenzione e’ riportata su Gerusalemme dal singolo evento sopra-soglia, continuo a leggere e mi faccio un’idea di tensioni che sono diventate sempre piu’ pesanti da quando siamo partiti, pur rimanendo sotto la soglia necessaria a meritare, per esempio, un articolo su repubblica.it [4].
Ad esempio, stasera mentre scrivo c’e’ Gerusalemme Est in fiamme (dalla descrizione sembra comparabile con la settimana di inizio luglio in cui ci barricammo in casa), ieri un ragazzino palestinese e’ stato abbattuto vicino Ramallah mentre tirava molotov sulle auto dei coloni, qualche giorno fa un colono ha messo sotto una bambina palestinese di 5 anni in Cisgiordania, uccidendola (incidente, pare) [5, 5bis], qualche settimana fa le tensioni nel quartiere arabo di Silwan (accanto alla Citta’ Vecchia) sono salite alle stelle quando un’organizzazione di destra ebraica che si prefigge la giudaizzazione del quartiere ha acquistato un gran blocco di case tramite un prestanome palestinese per impiantarci un numero record di coloni ebrei [6], creando uno shock sul lato palestinese (e minacce di morte ai proprietari che hanno venduto, che dovranno dimostrare agli ex vicini di non essere stati conniventi) e vari dibattiti tra destra e sinistra israeliana sul tema se sia veramente opportuno lasciare che organizzazioni come questa continuino a rompere i coglioni agli arabi di Gerusalemme, mettendo a dura prova lo status quo. Ma nessuno di questi eventi sembra passare la soglia per un articolo on-line su Repubblica.
L’effetto soglia è insidioso perché fa perdere il contesto, e ogni azione violenta, di una parte o dell’altra, sembra spuntare dal nulla a rompere uno status quo tutto sommato soddisfacente. E siccome le soglie sono soggettive [7], favorisce le proprie convinzioni pregresse su chi sia il popolo più cattivo nel conflitto. Spiega anche perché persino i guerrafondai locali (di entrambi i lati) abbiano spesso opinioni meno nette dei loro supporter occidentali.

Piantina del tram, da ynetnews.com

Appropriatissima pubblicita' scelta dall'algoritmo di ynetnews per tutti gli articoli relativi all'attentato della stazione del tram.

Appropriatissima pubblicita’ scelta dall’algoritmo di ynetnews per tutti gli articoli relativi all’attentato della stazione del tram.

[1] I vertici di Hamas l’hanno lodato per il suo atto, ma le autorita’ israeliane ritengono che non abbia agito secondo i loro ordini, ne’ che fosse in coordinamento con altri appartenenti al movimento, e che il suo sia stato un gesto spontaneo. Mi pare di capire che sia il modus operandi abituale dei membri di Hamas in Cisgiordania e Gerusalemme Est, di agire come cani sciolti. Vedasi l’assassinio dei tre ragazzi ebrei a giugno che ha causato l’inizio dell’Operazione Guardiano del Fratello.

[2] Ma dallo status meno chiaro come attentato terroristico. Mentre adesso si e’ trattato di un nazionalista gia’ noto per atti violenti, quella volta le notizie parlavano di una persona priva di affiliazioni politiche note, e proveniente da una famiglia che tradizionalmente “coesisteva”. Anche quella volta c’era un video, ma era stato preso con un telefonino da un testimone oculare dopo che il casino era iniziato, per cui non era utile a concludere che cosa fosse successo esattamente (se l’uccisione fosse stata volontaria), mentre stavolta mi sembra che il video non lasci dubbi. Anche quella volta il protagonista era stato sparato alla testa.

[3] Una delle poche babysitter non palestinesi che abbiamo avuto, e che purtroppo ci e’ stata sottratta dalla severita’ delle leggi israeliane sull’immigrazione. Del tutto inaspettatamente, visto che era per il 25% di sangue ebraico [a] e ambiva a fare l’aliyah in Israele (non per motivi religiosi, visto che era cattolica come il restante 75% della sua famiglia, ma perche’ diceva che le piaceva moltissimo il clima). Alcuni israeliani a cui l’abbiamo raccontato erano molto sorpresi, perche’ e’ noto il principio del nonno ebreo per avere la cittadinanza, per cui rimane il mistero di cosa possa esserci stato di sbagliato nel suo dossier.

[4] Mi viene in mente che il corrispondente di Repubblica da Gerusalemme, ho scoperto al nostro arrivo mentre visitavo un appartamento che ci interessava [b], vive dal lato ebraico di un quartiere (Abu Tor) diviso a meta’ dalla Linea Verde (la frontiera dell’armistizio del ’49).

[5] Personalmente, da quel che ho letto, mi sembra abbastanza verosimile che la versione ufficiale sia corretta, cioe’ che sia stato un incidente e non un atto motivato da rabbia nazionalistica anti-palestinese. E anche che il guidatore sia scappato non per sottrarsi alle sue responsabilita’ ma perche’ temeva il linciaggio da parte della folla che si era gia’ assembrata. Maggiori informazioni qui, in un blog sionista (Elder of Ziyon) che mi capita abbastanza spesso di linkare perche’ il suo autore fa moltissimo lavoro di ricerca sulle fonti primarie di ogni notizia. Anche se non raccomanderei di prenderlo troppo per oro colato, perche’ e’ abbastanza ottenebrato dall’ossessione che il mondo sia anti-israeliano e anti-semita da cadere (spero in buona fede) nella ripetizione identica delle malefatte comunicative che in maniera tanto convincente smaschera dall’altra parte. Per esempio, in quello stesso post che ho appena linkato, sembra cercare di dare il messaggio che i palestinesi lanciano macchine sulla folla abitualmente, e che entrare in un quartiere arabo di Gerusalemme con una macchina di targa israeliana sia una condanna al linciaggio. (In effetti, solo macchine di targa israeliana possono circolare a Gerusalemme, che sia in quartieri ebraici o in quartieri arabi. A quelle di targa palestinese l’ingresso in citta’ e’ vietato, come d’altronde in qualunque posto a ovest della Linea Verde e in alcune strade della Cisgiordania. Ma a parte quello, i quartieri arabi sono attraversati ogni giorno da migliaia di macchine di ebrei, molti dei quali riconoscibilissimi come tali dalla kippah o dall’abbigliamento ultra-ortodosso, per andare al lavoro o altrove, e sebbene le notizie di pietre o molotov contro di loro non siano rare, non sono nemmeno la norma.)
La piu’ probabile spiegazione dell’agguato palestinese alla macchina israeliana che mostra nella parte finale del suo post, e’ che non sia una macchina ebraica che entra nel quartiere di Silwan, ma quella di qualche colono gia’ presente nel quartiere, e quindi noto agli aggressori. L’atto e’ comunque criminale e desecrabile, ma visto che il buon Anziano di Sion insiste tanto che la stampa cattiva ignora sistematicamente il contesto, colpisce che lo stia occultando anche lui.

[5bi, aggiunto il 6/11/2014] Al momento di scrivere questo post non conoscevo la recente storia di Raed al Jabari (scoperta oggi tramite il blog di una lettrice di questo blog), raccontata qui, il cui confronto con la storia della nota [5] illustra l’inestricabile asimmetria tra un residente israeliano e uno palestinese della Cisgiordania (asimmetria gia’ discussa qui).

[6] Riguardo questa storia, offro due fonti di bias opposto.
La storia raccontata da un giornale israeliano. (Focus sulla rabbia nazionalistica diffusa degli abitanti palestinesi del quartiere, sulle minacce di morte ai proprietari che hanno venduto, e insinuazione che comunque abbiano venduto a prezzo sovra-mercato.)
La storia raccontata da un blogger israeliano di sinistra e anti-colonizzazione. (Focus sull’ideologia razzista/messianica dell’organizzazione colonizzatrice che ha compiuto l’operazione.)
A proposito di contesto mancante, la storia di questo quartiere di Silwan e della sua ri-colonizzazione ebraica e’ un altro fantastico esempio in cui entrambi i lati del conflitto riescono a dare prova di una malafede nauseante. Dal lato arabo (o occidentale pro-palestinese) troverete facilmente innumerevoli descrizioni della nequizia dei coloni, dell’equivoca organizzazione ELAD e del supporto che riceve dalle istituzioni israeliane. Il che sembra essere tutto vero, solo che non c’e’ mai neanche una nota a pie’ di pagina menzionante la presenza tra il 1881 e il 1936 di un centinaio di coloni ebraici yemeniti nel quartiere di Silwan (colonia di Kfar Hashiloah). Questa nota a pie’ di pagina e’ invece un punto centrale della narrazione da parte della destra israeliana pro-colonie. Un dettaglio mancante in questa narrativa e’ che pero’ tutti loro, nessuna eccezione, sono stati risarciti dallo Stato d’Israele, mentre la stragrande maggioranza dei profughi arabi del 1947-49 (47-48: guerra civile durante gli ultimi spasmi del Mandato Britannico, 48-49: Prima Guerra Arabo-Israeliana, aka Guerra d’Indipendenza Israeliana) si sono presi un bel cazzo di niente (anche dai fratelli arabi, intendo), a parte l’insulto di sentirsi dire “furono convinti ad andarsene dai loro stessi leader”. (Il che sembra implicare che ci si possa fregiare della qualifica di profugo solo se al momento di uscire di casa si e’ a pochi metri da un paramilitare che sgozza la tua famiglia. O comunque, sembra una definizione che invaliderebbe lo statuto di profugo di tutti i siriani e iraqeni che stanno scappando terrorizzati dall’avanzata di ISIL.)
Da entrambi i lati e’ molto raro trovare una descrizione che non sia volutamente vaga di cosa sia successo nel 1936 in quel quartiere. Nella narrazione destrorsa, gli ebrei sono stati cacciati via dal quartiere dai loro vicini arabi nel corso della “Rivolta Araba” che scoppio’ quell’anno in tutto il paese. La stessa narrazione si applica al rione di Shimon HaTzadik di cui parlo ricorrentemente (perche’ ci abitavo accanto e ci passavo spesso). Il dettaglio che viene omesso da entrambe le parti e’ che gli abitanti di Kfar Hashiloah furono consigliati dalle autorita’ inglesi di sgomberare, perche’ gli inglesi non avevano piani di assicurare la sicurezza di tutte le comunita’ ebraiche sparpagliate in giro, ma solo di quelle piu’ grosse. Agli arabi non conviene raccontarlo per ovvi motivi (dimostra chiaramente che gli ebrei erano esposti a un rischio mortale concreto), ma non conviene nemmeno agli ebrei, perche’ si sono basati un po’ troppo sulla narrazione auto-assolutoria del “non sono stati cacciati in punta di baionetta” nel parlare degli ex villaggi arabi.
(Ovviamente, e lo dico giusto nel caso che qualcuno non avesse colto il punto, anche chi non parte in punta di baionetta ma per semplice timore, o anche solo perche’ le condizioni di vita sono diventati sgradevoli, merita ogni empatia indipendentemente da quale sia la sua etnia, e idealmente anche una compensazione economica.)
(E comunque alcuni villaggi arabi e quartieri di citta’ arabe o miste furono effettivamente sgomberati in punta di baionetta, anche se la frazione e’ motivo di un asprissimo dibattito. Comunque, un fatto che non sembra essere controverso tra gli storici – sebben controversissimo tra i blogger – e’ che il massacro di Deir Yassin ebbe un effetto psicologico immenso sulla popolazione palestinese, e gioco’ un ruolo nella scelta di molti di scappare. Poi, che si aspettassero di “tornare nelle loro case sull’onda di armate arabe trionfanti” e’ forse plausibile – il wishful thinking e’ un fenomeno diffuso – ma e’ un altro discorso, che non ho mai capito perche’ dovrebbe invalidare il loro diritto a lagnarsi visto che questo non e’ avvenuto.)

[7] Ad esempio, è soggettivo decidere che la bambina di cinque anni messa sotto dal colono non meriti un articolo in Italia mentre quella di tre mesi ammazzata dal palestinese sì.
Una regola generale che ho notato e’ che i palestinesi che muoiono di morte violenta hanno meno probabilita’ di essere riportati nei media italiani mainstream (ovviamente invece i media “militanti” fanno esattamente il contrario, all’epoca dei tre ragazzi rapiti a Hebron mi sono imbattuto in qualche sito di “contro-informazione” che insisteva nel definirli “i tre soldati israeliani catturati”, basandosi probabilmente sulla prima versione distorta che era circolata all’inizio tra i palestinesi). A naso lo attribuisco a due possibili cause, non mutuamente esclusive: primo, la percezione che tra le due parti in causa siano i meno “occidentali” (su questo punto avro’ forse qualcosa di interessante da dire in qualche lungo post futuro) e quindi il giornalista occidentale empatizza meno naturalmente, persino quando magari e’ ideologicamente dalla loro parte; e secondo, il banale fatto che ne muoiano di piu’, quindi nella fredda logica giornalistica devono morirne tanti simultaneamente, o morire in maniera particolarmente orribile o particolarmente ingiusta, perche’ un giornale straniero possa trovare spazio per parlarne.

[a] Ogni volta che scrivo un post mi chiedo a cosa si attacchera’ il lehavista R.A.Z. (uso questo acronimo per tutelare la sua privacy, visto che e’ una persona importante) per dimostrare il mio antisemitismo. Ogni volta mi sorprende, come questa volta che nei commenti potete trovare che il riferimento al 25% di sangue ebraico l’ha scandalizzato. Pero’ ho gia’ spiegato che questa legge non ha niente a che fare col razzismo. La Legge del Ritorno deriva dal fatto che l’intera ragione dell’esistenza dello Stato d’Israele e’ offrire un rifugio dall’odio antiebraico. L’emendamento del 1970, di cui qua parliamo, deriva dalla considerazione che e’ storicamente esistito uno stato (la Germania nazista) in cui l’avere un nonno ebreo era la soglia oltre la quale si era perseguitati (anche se di religione diversa da quella giudaica) e quindi, come calco di questo, la legge d’immigrazione israeliana garantisce cittadinanza automatica a chi puo’ provare un nonno ebreo. Se domani uno nuovo stato antiebraico decidesse per legge di perseguitare tutti i cognomi con suffisso -stein, lo spirito della legge israeliana deve necessariamente seguire con la garanzia della cittadinanza a chi ha questi cognomi.

[b] Molto tempo dopo, quando ho scoperto l’estensione dell’antipatia israeliana verso gli onusiani (qua raccontai il primo episodio, poi ce ne sono stati altri, che forti di quell’esperienza siamo riusciti a rendere meno antipatici), mi e’ venuto il dubbio che la mancata chiusura dell’accordo col padrone di quell’appartamento potesse avere a che fare con le sue idee politiche. Come gia’ detto, appena arrivati cercavamo casa simultaneamente con agenti ebraici ed arabi, a Ovest e ad Est. Tutti ci chiedevano di sapere che facevamo (per sapere quanto ci potevamo permettere di pagare e se saremmo stati solventi) e a quell’epoca non ci sembrava strano spiegare che eravamo li’ per mia moglie che lavorava con UNESCO e che ci interessava sapere se da li’ era facile arrivare a Ramallah.
A Ovest avevamo una agente molto simpatica, che per qualche motivo ci ha subito detto che era di sinistra e credeva nella soluzione a due stati (anche quello, che sul momento ci sembro’ un po’ incongruo – perche’ un agente immobiliare ci tiene tanto a dirti cosa vota? – potrebbe essere conseguenza del suo sapere il lavoro di mia moglie). Quel particolare appartamento che visitammo nella stessa palazzina del corrispondente di Repubblica (mi cadde l’occhio sulla targhetta del citofono) era un po’ costosetto ma spazioso e relativamente ben posizionato per le nostre necessita’ (essendo vicino alla Linea Verde non era troppo complicato arrivare a Ramallah da li’) e apparteneva a un certo signor Yacov che possedeva vari appartamenti ed era da anni in contatto con questo agente. L’agente insisteva che aveva indizi del fatto che il signor Yacov avrebbe accettato in realta’ un affitto piu’ basso, e che comunque li’ a Gerusalemme e’ normale che tutti si aspettano di negoziare e che si puo’ facilmente tirare giu’ un 20-30%. Il signor Yacov pero’ con me fu gelido e ostile, e continuava a insistere che lui non negoziava mai, e che l’appartamento valeva quei soldi, punto, e se ci sembrava caro allora buona fortuna per trovare di meglio. L’agente era talmente costernata che nel riaccompagnarmi a casa continuava a balbettare delle scuse.
Sul momento pensai solo che il signor Yacov poteva avere ottime ragioni ma insomma non era proprio simpaticissimo. Ora mi chiedo se non fosse che in realta’ aveva deciso di odiarmi.

Sempre a proposito di Abu Tor e della nostra agente ebraica di sinistra, durante quella stessa giornata, ma prima di conoscere il signor Yacov, lei aveva parcheggiato in una via poco lontano anche per farmi vedere da fuori altri appartamenti che gestiva, casomai ci interessassero, e giusto per dare un po’ di contesto aveva aggiunto “questa e’ una strada diplomaticamente corretta! infatti da quel lato ci vivono ebrei e dall’altro lato arabi!”. Sebbene ancora io sapessi molto poco, avevo gia’ l’intuizione che non fosse una feature desiderabile. Ricordo che notai che c’era un gruppetto di gente dall’aria seria che ascoltava una guida che gli raccontava qualcosa (ero troppo lontano per sentire cosa) indicando una casa dall’aspetto del tutto normale. Mi chiesi se non fosse per caso uno di quei tour di “turismo politico” di cui avevo vagamente sentito parlare, in cui ti portano a vedere i luoghi dove succede o e’ successo casino.
Mesi dopo ho sentito varie volte di scontri nella zona mista di Abu Tor e quindi credo che la mia prima intuizione fosse corretta.