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Razza marziale.

Durante la nostra breve permanenza in Giordania abbiamo passato un paio di notti in un campo beduino (dall’eccellente rapporto comodita’/prezzo, e che consiglio).
Non assomigliava molto ai veri campi beduini d’oggidi’, che vediamo in gran copia ai lati della strada che da Gerusalemme porta al Mar Morto e di cui vari altri esempi abbiamo visto sparpagliati nel Negev e in Giordania stessa: le tende erano infatti vere tende, e non erano strutture di latta e sporcizia piene di uomini e greggi. Il senso dell’esistenza del nostro campo era “far rivivere lo stile di vita tradizionale beduino” per il piacere del turista, pero’ con acqua calda per varie ore della mattina e della sera, elettricita’ la sera, ecc.
I ragazzi che lavorano all’accoglienza nel campo, tutti estremamente gentili, avevano l’aria di mettersi i vestiti tradizionali beduini come io mi potrei vestire da pulcinella, sebbene sia venuto fuori che almeno parte di loro, se non tutti, sono cresciuti effettivamente in comunita’ semi-nomadi, e avevano una dimestichezza “nativa” con la sabbia.
Ovviamente il campo non aveva frigoriferi, e la nostra piccola riserva di latte per la bimba e’ andata presto in fermentazione. Il personale si e’ messo solerte all’opera per aiutarci: uno di loro ha tirato fuori il latte in polvere (tenuto come condimento del caffe’ per la colazione) e ha lanciato una bottiglietta d’acqua al collega affinche’ usasse il fuoco del campo, fortunatamente appena acceso, per scaldare l’acqua da mettere nel biberon per sciogliere il latte in polvere. Mi sono tranquillizzato, vedendo che i nostri bisogni venivano soddisfatti senza troppa difficolta’ anche in assenza di elettricita’ e in un contesto culturale ignoto. Poi mi sono voltato verso il fuoco, e il nostro Clash of Civilizations si e’ materializzato sotto forma di una scena surreale: il collega di quello con cui avevo parlato stava abbrustolendo la bottiglietta d’acqua sul fuoco, tenendola con due bastoni e passandola sulla fiamma a un’altezza evidentemente calcolata con cura per evitare che la plastica squagliasse o bruciasse, ma il contenuto si scaldasse fino al giusto tepore.
Ricordo di essere rimasto attonito guardando la bottiglietta annerita, forse per qualche minuto, prima di accettare quella scena nel mio universo.
“Ma… uhm… come mai non usate una teiera?”
“Eh stiamo ancora aspettando il collega Ramadan che deve portare le teiere assieme alle altre cose per la colazione, e poi cosi’ e’ piu’ rapido!”
“Capisco. E quand’e’ che arriva Ramadan?”
“15 minuti.”
Mi soffermo ad ascoltare, in lontananza, il pianto di mia figlia nella tenda. Non ha smesso un attimo di piangere e invocare il latte da quando ho incautamente tirato fuori il biberon dallo zaino e si e’ ricordata di avere fame. Non so se potro’ aspettare l’arrivo del collega Ramadan.
“Sicuri sicuri che non avete qualche altro contenitore per scaldare l’acqua?”
“No, perche’?”
“Perche’, ehm, io non credo che sia una cosa molto sana fare cosi’ con la bottiglia di plastica.”
“Ma si’ che e’ sicurissimo! Stile di vita beduino!”
Ci penso. “Forse preferisco che mi diate una bottiglietta di acqua fredda. Mia figlia si sa adattare.”
“Ma no dai, questa e’ quasi pronta! Calda e’ meglio!”
“Ma il fuoco potrebbe rilasciare sostanze chimiche nell’acqua…”
Comincia a diventare dubbioso. “Ma tu sei chimico?”
“Beh diciamo una cosa del genere.”
Ci pensa. “Ali, butta quella bottiglietta, e’ pericoloso.”
(Nel frattempo, ironia della sorte, era appena arrivato il collega Ramadan con la teiera, in anticipo coi tempi.)

La nazione beduina nel mondo. Clicca sulla foto per pregare con loro.

In Giordania ho riscontrato un’ambiguita’ nell’uso del termine “beduino”. Per almeno uno dei nostri tassisti, evidentemente il termine si riferiva a quelli che vivono da nomadi. Uno dei ragazzi del nostro campo, invece, concordava con wikipedia sul fatto che, escludendo i discendenti dei rifugiati, quasi tutti i nativi della Giordania sono beduini.

Si parla molto in Israele di problemi con i beduini, ma la cosa viene messa in una casella molto differente rispetto a quella dei problemi con gli altri arabi. In effetti, non ho l’impressione che beduini e palestinesi si considerino accomunati da molto, ne’ in Israele ne’ in Cisgiordania. (Per non parlare della Giordania, dove le due etnie hanno pure combattuto una sanguinosa guerra civile.)
Lo stato di Israele distingue tra cittadinanza e nazionalita’. Usa la parola cittadinanza laddove il resto del mondo parla di nazionalita’, e di nazionalita’ dove il resto del mondo parla di etnia [1]. Per cui i cittadini israeliani sono classificati come ebrei, arabi, drusi, beduini, piu’ altre minoranze. (Dal resto del mondo drusi e beduini sono considerati sottoinsiemi degli arabi.) [2]
Questo ha implicazioni, in particolare, per il servizio militare (link). Il servizio militare in Israele e’ obbligatorio (3 anni per i ragazzi e 2 per le ragazze) per gli ebrei non ultra-ortodossi, i drusi e i circassi (ma i drusi non sono accettati nelle forze aeree), e per i beduini non e’ obbligatorio ma e’ particolarmente incoraggiato.

Soldato beduino nell’esercito israeliano. Clicca sulla foto per leggere la sua storia nel blog delle Israeli Defense Forces.

Non so se questo particolare interesse dell’esercito israeliano per i beduini derivi dal fatto che non sembrano manifestare molta solidarieta’ con gli altri arabi locali (il fatto che si trovino sul fondo della scala sociale anche tra i palestinesi, e non solo tra gli israeliani, probabilmente non aiuta a sentirsi solidari), o se i generali israeliani concordino con i generali dell’Impero Britannico d’antan, che classificarono i beduini tra le razze marziali. (Maggiori informazioni le ho trovate qui, su un forum un po’ di destra.)

Tutte le storie della nascita di Israele danno risalto al terrore che gli ebrei avevano dell’entrata in guerra della Transgiordania, cioe’ l’attuale Giordania [3]. Sembra surreale pensandoci adesso, che un paese come la Giordania fosse cosi’ temuto ma, tra tutti i paesi arabi che avevano gia’ ottenuto l’indipendenza nel 1948, era quello con l’esercito migliore. Si trattava dell’armata di beduini che gli inglesi avevano assemblato fin dai tempi di Lawrence d’Arabia. Come dote per la sua indipendenza nel 1946, gli inglesi lasciarono alla Transgiordania di re Abdullah l’intera Legione Araba con tanto di ufficiali inglesi a comandarla, tra cui, al comando supremo, la mitologica figura di Glubb Pascia’.

Nonostante la grande stima che l’IDF ha per le doti guerriere dei beduini, e la sua tendenza a elogiarli pubblicamente nella sua propaganda (se ne trovano molti esempi), l’impressione che si ha dalla stampa e’ che passi piuttosto il tempo a bulldozerarne i villaggi. (Data pero’ la natura gia’ intrinsecamente volatile delle case beduine, i villaggi spesso riappaiono non appena l’esercito si allontana, per lo scorno dei generali.)
La versione ufficiale e’ sempre che il villaggio e’ illegale perche’ si trova su terreno dello stato. Suona verosimile, fino a quando non scopri che e’ prassi comune “statalizzare” la terra sotto i piedi degli abitanti. (Lo fanno anche con i contadini palestinesi, che non sono nomadi).
Qualche mese fa c’era un ambizioso progetto che prevedeva di deportare un numero tra 30mila e 70mila beduini del Negev (il numero varia a seconda della fonte) dai loro 35 villaggi illegali che occupano abusivamente la proprieta’ statale (sebbene la loro presenza in quel posto, fanno notare qui, sia antecedente all’esistenza dello stato di Israele). Avrebbero avuto una compensazione ovviamente (perche’ sono pur sempre cittadini, a differenza degli arabi cisgiordani che quando si fa lo stesso gioco con loro non hanno niente in cambio), sotto forma di alloggi in centri urbani (beduini) gia’ esistenti, in modo da incentivarne l’integrazione, che suppongo voglia dire solo la trasformazione da semi-nomadi a stanziali, visto che in quei centri urbani non ci sono altri gruppi con cui integrarsi.
In una delle rare buone notizie per la decenza umana, la maggioranza alla fine voto’ contro. Interessante pero’ come, chiacchierando del piu’ e del meno con un arabo cristiano di cittadinanza israeliana, quando capito’ di toccare l’argomento, lui disse che francamente non capiva perche’ i beduini non accettassero, visto che a lui quello che il governo gli proponeva sembrava proprio un affarone. Successivamente sulla Lonely Planet, sezione Negev, ho letto una descrizione dei pochi conglomerati urbani abitati dai beduini stanzializzati, che raccomandava di evitarli a tutti i costi, in quanto centri di concentrazione della disperazione di una comunita’ senza radici con tassi spaventosi di disoccupazione, crimine e alcolismo.
In conclusione, viva l’Integrazione, che e’ sempre un Valore.

Ancora un altro esempio di Integrazione. Clicca sulla foto per saperne di piu’.

[1] Questo articolo di qualche anno fa racconta di una petizione (poi respinta) di pacifisti israeliani ebrei ed arabi per introdurre la nazionalita’ israeliana; quest’altro spiega perche’ dal punto di vista sionista il sistema attuale ha perfettamente senso.

[2] Viene spesso citato un deputato di un partito arabo al parlamento israeliano che una volta disse “Il mio stato e’ in guerra con la mia nazione.

[3] Cambio’ nome dopo l’annessione della Cisgiordania, che era stato il suo obiettivo strategico segreto fin dall’inizio, ci dicono unanimi gli storici, anche se all’epoca la motivazione ufficiale della sua entrata in guerra era la difesa dello Stato Arabo palestinese come delineato dalle risoluzioni dell’ONU.

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Cartolina dal Medio Oriente.

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Tenda dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati sulla spiaggia di Aqaba. Sullo sfondo, vari resort con piscina.

Spiegazione: le tende fornite dall’ONU sono di qualita’ molto buona e spesso i rifugiati siriani a cui sono distribuite [1] trovano piu’ conveniente venderle che tenerle. Tra gli acquirenti ci sono di solito beduini che vivono ancora alla maniera ancestrale, ma anche vacanzieri locali, quali probabilmente quelli che stanno usando questa tenda sulla spiaggia.

[1] Ci sono 600mila rifugiati siriani in Giordania al momento (fonte), e in continua crescita. Da confrontare con una popolazione giordana di 6 milioni, meta’ dei quali sono a loro volta rifugiati palestinesi (fonte).

Allah t(‘)assista.

Vacanze pasquali all’insegna del deserto, tra Negev, Arava e una breve puntatina in Giordania per visitare Petra e Aqaba. Seguiranno altri post basati su questa vacanza. Il primo, questo, e’ dedicato ai tassisti del Regno Hascemita di Giordania.

taxidriver

Passare la frontiera Eilat-Aqaba con l’auto e’ molto complicato, per cui l’abbiamo lasciata in un parcheggio ad Eilat [1] e per muoverci in Giordania ci siamo affidati ai taxi [2].
Prima di partire abbiamo fatto qualche ricerca sui taxi giordani dalla frontiera:

There is an evil little man who runs the taxi mafia at the border. He will try to take you for all you’re worth. He reigns over the green taxis. The cab drivers are all terrified of him (…)
So now you know. There is an evil Jordanian taxi mafioso at the Israeli/Jordanian border crossing at Aqaba. Be firm. Stay calm. Act like you know what you’re doing. Don’t anger him. Because the city center is probably a good five mile walk.
(Fonte)

“Don’t look at the sign, look into my eyes”, the man barked at us as we crossed the border from Israel into Jordan and reviewed the government posted taxi prices. His demeanor screamed “Alpha Male” as his confident tone let us know we’d be following his instructions. My previous research prepared us for our encounter with the “taxi mafia”, but it was much more tense in real life.
(Fonte)

Toni simili si trovano anche in vari forum di viaggio.
Arrivati quindi dall’altro lato della frontiera, con i nostri zaini e il seggiolino auto della bimba, eravamo preparati a cose terribili, spaventose. Ed ecco che finalmente ci troviamo davanti al Piccolo Uomo Cattivo col suo cappello, circondato dallo sciame di tassisti.
“Quanto costa per Aqaba centro?”, chiedo, cortesemente.
“15 dinari giordani.”
“Facciamo 15 dollari?” [Al tasso attuale, 10 dinari corrispondono a 14 dollari, e 15 dollari sono circa 11 dinari.]
“No, ti ho detto 15 dinari giordani.”
“Mi sembra un po’ troppo, li’ sul cartello diceva 10.”
“Il cartello all’interno? Non e’ aggiornato! Ora sono 15 dinari!”
“Come non e’ aggiornato? Ma figuriamoci!”
“Non ci credi? Vieni con me che ti faccio vedere il cartello giusto, con i prezzi aggiornati!”
Mi fa vedere un altro cartello, con aria trionfante. C’e’ una specie di pezza rettangolare sopra il prezzo precedente, e questa pezza dice 11 dinari.
“Hai visto? L’altro cartello era sbagliato!”
“Uhmmmmmm… Vabbe’, comunque neanche questo dice 15…”
“Fa 15 dollari!”
“Ma era quello che… Ok, vabbe’, affare fatto, 15 dollari.”
Fa la faccia soddisfatta, incongruamente, e chiama uno dei tassisti.
(Un argomento che ripetera’ spesso e’ che solo lui puo’ parlare ai tassisti, perche’ i tassisti non sanno l’inglese.)
Metto i bagagli nel bagagliaio mentre mia moglie si accinge a installare il seggiolino. Ma non ci riesce, perche’ manca l’attacco della cintura di sicurezza. Alle nostre proteste, sia l’autista che il Piccolo Uomo Cattivo suggeriscono di prendere la bimba in braccio come fanno tutti, ma non hanno fatto i conti con la nostra Educazione alla Sicurezza occidentale. Per cui insistiamo che vogliamo una macchina in cui sia possibile attaccare il seggiolino, il che poi non e’ una gran richiesta visto che l’unico requirement e’ di avere le cinture di sicurezza e poterle attaccare. [3]
Ma ci viene risposto che in Giordania le macchine sono tutte cosi’ e ci dobbiamo adattare.

Un consiglio che viene dato regolarmente nei forum di viaggio in cui si discute della Mafia dei Taxi di Aqaba e’, in caso di stallo nella negoziazione, di andare a chiedere aiuto alla guardia di frontiera. E cosi’ facciamo, spiegandogli che l’omino ci ha detto che in Giordania le macchine non hanno gli attacchi delle cinture ma che siamo scettici e vorremmo un secondo parere. Nel frattempo l’omino ci ha seguito, con l’aria arrabbiata, e lui e la guardia sono faccia a faccia. La guardia gli dice qualcosa in arabo con tono severo e lui risponde animatamente ma sulla difensiva. E alla fine del loro breve dialogo, affabile, l’omino ci dice “Ho una buona notizia! Nel frattempo si e’ liberata un’altra macchina dove potete attaccare il seggiolino!”
Conclusione: avere a che fare col Piccolo Uomo Cattivo di Aqaba non e’ poi stato cosi’ terribile.

Il seguito della giornata e’ poi stato abbastanza divertente, col tassista che si e’ rivelato un simpaticone. Inizialmente avevamo concordato, come detto sopra, che ci portasse fino ad Aqaba, ma nonostante le sue iniziali rimostranze (perche’ andava contro le regole di stretta separazione territoriale) ha accettato di portarci fino a Petra.
Omaccione barbuto e con la voce tonante, per divertire nostra figlia faceva frequentemente il buffone, poi ha avuto l’intuizione di accendere la radio per farle ascoltare, molto forte, della musica elettronica in salsa araba (e le e’ piaciuta). Musica che e’ stata la colonna sonora di due ore di viaggio attraverso paesaggi desertici surreali e bellissimi (gli stessi che furono traversati in lungo e in largo da Lawrence d’Arabia – che pago’ a caro prezzo il suo eroismo), fino a quando si e’ reso conto che era arrivata l’ora della preghiera ed ha messo su una stazione radio salmodiante e pallosissima, che ha ascoltato con serissimo silenzio. Guidava come una bestia (vedi nota [3]) ma la sua gentilezza levantina era spiccatissima: voleva offrirmi una sigaretta a tutti i costi, ha persino accettato di non fumare su nostra richiesta (faceva fatica a capire perche’ non andasse bene nemmeno col finestrino aperto, ma alla fine ha accettato), e a un certo punto si e’ accorto che tenevo in mano da qualche minuto un sacchetto di roba da buttare (bucce di mandarino e pacchetto di crackers) e mi ha fatto cenno di dare a lui. Pensavo che volesse metterlo da qualche parte in macchina e invece no, apre il finestrino e sweeeesh la mia spazzatura gioca nel vento tra le dune. Non ho osato dirgli nulla, basito non tanto dal fatto che mancasse di sensibilita’ ecologica [4] ma dal chiedermi come mai non pensasse che avrei potuto buttarla anch’io allo stesso modo se avessi voluto.

Anche lui come tutti i tassisti con cui avremmo poi avuto a che fare nei giorni successivi ha compensato questa simpatia con una enorme sgradevolezza al termine del tragitto. Tutti infatti sono stati delle piaghe al momento di riscuotere (volevano, con vari pretesti, piu’ di quanto si era concordato all’inizio), in cui contestualmente volevano anche la promessa che il prossimo viaggio l’avremmo fatto con loro. La nostra strategia iniziale era di dire “hmmmmm ci pensiamo su e poi in caso ti chiamiamo”, e non si e’ rivelata una buona strategia. Uno dei nostri successivi tassisti (il migliore di tutti, e l’unico che abbiamo effettivamente richiamato piu’ volte) e’ stato severamente redarguito post-facto perche’ aveva accettato noi come passeggeri, dopo che avevamo “promesso” (in realta’ no) di richiamare quello della sera precedente, e al nostro secondo viaggio con lui ci ha chiesto conto e ragione del nostro comportamento poco etico.
In generale sembra che i tassisti giordani si comportino come un unico grande alveare, e ci chiediamo cosa succeda a chi sgarra (come il primo, che ci aveva portato fino a Petra pur non potendo – il tassista successivo infatti quando l’ha saputo da noi ce l’ha disapprovato molto forte).

[1] Sarebbe molto piu’ logico, venendo da Gerusalemme, attraversare il ponte Allenby / King Hussein nei pressi di Gerico, ma presenta alcune complicazioni derivanti dal trovarsi, sul lato “israeliano”, nei Territori Occupati. Ha orari piu’ ristretti, talvolta viene chiuso perche’ ci sono problemi (del tipo di questo), e a differenza del varco di Eilat-Aqaba non e’ possibile avere il visto giordano li’ stesso, ma bisogna procurarselo prima.

[2] Col senno di poi, avremmo dovuto affittare un’auto. Ci sarebbe costato molto di piu’ ma ci saremmo risparmiati di dovere ogni volta litigare con i tassisti, cambiare auto a tutti i passaggi di regione (i tassisti della regione di Aqaba non sono autorizzati per la regione di Petra, il che e’ abbastanza peculiare dato che la maggior parte dei turisti per Petra vengono dalla frontiera di Aqaba), e ogni volta dover reinstallare e deinstallare quel cazzo di seggiolino auto (che per giunta, essendo vecchio – quello buono l’abbiamo lasciato in Europa – non e’ allo stato dell’arte in termini di comodita’ di installazione).

[3] Ovviamente la tentazione l’abbiamo avuta, di lasciar perdere e tenere la bimba in braccio. (Piu’ che per motivi di sicurezza, devo dire, l’opzione ci rompeva le scatole perche’ ci sembrava difficile convincere la bimba a stare buona senza esplorare dappertutto, se non legata al seggiolino, durante un tragitto di piu’ di due ore.)
Ma successivamente, vedendo come guidava il tassista, ci siamo convinti che la nostra insistenza non era stata affatto esagerata. A un certo punto abbiamo mancato per un pelo un urto frontale ad alta velocita’, mentre tagliava una curva, al punto che pure il tassista si e’ cacato sotto.

[4] La sensibilita’ ecologica e’ molto scarsa pure tra i palestinesi, che lasciano accumulare l’immondizia in qualunque spazio verde, e sorprendentemente anche tra gli israeliani. La vista di gente che lancia tranquillamente la sporcizia sul marciapiede e’ comune sia a Beit Hanina che a Mea Shearim, e i supermercati di entrambe le tribu’ sono generose nel regalarti sacchi di plastica come da noi non capita da 20-30 anni.