L’Impero Ottomano colpisce ancora.

La Cisgiordania, come tutta la “Palestina storica”, e’ stata parte dell’Impero Ottomano per quattro secoli fino al 1917. Sono seguiti 31 anni di mandato inglese, 19 anni di annessione giordana, e 47 anni di statuto come “territorio occupato” (questo, almeno, il termine internazionale; in Israele, se capisco bene, si preferisce usare il termine “territorio disputato”).
Pero’ c’e’ una legge dell’Impero Ottomano che ha ancora applicazione in Cisgiordania, dopo un secolo e tre diverse occupazioni, come ho scoperto cercando di capire alcune notizie a prima vista incomprensibili, come questa:

A High Court of Justice panel has asked farmers from the West Bank village of Yatta to withdraw a petition against settlers who allegedly seized their lands – despite the state’s admission that the Palestinians proved their legal attachment to the land. [Haaretz, 23 dicembre 2013]

Altri esempi comprendono bizzarre storie di gruppi di coloni estremisti che occupano nottetempo dei pezzi di terra, costruiscono delle barriere, e cominciano a coltivarla, armati fino ai denti per impedire ai proprietari di avvicinarsi. (Qui un esempio in cui pero’ la Corte Suprema ha dato torto ai coloni.)

Il sistema legale in vigore in Cisgiordania non e’ lo stesso che in Israele (nemmeno nelle Aree C, che sono sotto il controllo amministrativo israeliano, e fortemente colonizzate [1]), e in effetti si applica solo ai residenti palestinesi e non ai cittadini israeliani residenti nelle colonie [2]. La maggior parte delle leggi sono “ordini militari”, e vari principi sono stati mutuati dalle convenzioni internazionali e dalle leggi degli occupanti precedenti. Tra queste ultime una legge ottomana del 1858 che basava la proprieta’ della terra sulla sua coltivazione per un periodo continuo di alcuni anni.
La Corte Suprema Israeliana ha autorita’ sui Territori Occupati, e i palestinesi possono appellarsi ad essa e occasionalmente – ma non spesso – vincere la causa.

La costruzione di questo sistema legale e’ spiegata molto bene in questo documentario israeliano:

Oltre a essere istruttivo, questo documentario e’ interessante per il meccanismo narrativo scelto, in cui al tempo stesso in cui mette in dubbio l’obiettivita’ dei processi nei Territori, l’intervistatore mette in dubbio anche la propria in questo processo a nove anziani giudici in pensione che hanno avuto un ruolo nella costruzione del complesso sistema legale dei Territori (qui una recensione che si concentra particolarmente sugli aspetti di introspezione di questo documentario).
I nove giudici, alcuni dei quali si considerano chiaramente dei progressisti e ripetono varie volte che grazie a loro il sistema e’ stato piu’ umano e giusto che se si fosse lasciata mano libera ai militari, rispondono a varie domande del regista, dalle piu’ generiche come “perche’ non si poteva semplicemente usare il sistema giudiziario israeliano, tale e quale?” (risposta di uno dei giudici: perche’ se sottoponi una popolazione alla legge di uno stato, di fatto la stai annettendo, e se la annetti devi dare gli stessi diritti degli altri cittadini), all’incalzarli per sapere se quei giudici fossero a conoscenza delle torture di prigionieri palestinesi che erano diventate sistematiche durante la Prima Intifada (al che un paio dei giudici che fino a quel momento erano sembrati piu’ umani hanno una specie di crollo).
Alcuni sono molto franchi nel dire che il sistema non era pensato per essere giusto ma per servire gli interessi dell’occupante. Qualcuno si giustifica dicendo che l’uso oppressivo dei varchi legali da loro aperti e’ stata una questione politica priva di connessione con loro, qualcun altro trova che la disegualita’ del sistema era giustificata in quanto temporanea, ma che lui stesso trova intollerabile una temporaneita’ che dura piu’ di 40 anni.
Uno degli intervistati racconta, con un certo orgoglio, di come lui in persona ebbe il merito di suggerire il meccanismo legale giusto ad Ariel Sharon:

(…) just hours after the ruling was handed down, Ariel Sharon, a keen supporter of the settlement project who was then Israel’s Minister of Agriculture, organized a meeting to discuss how to circumvent it. Alexander Ramati, then a legal advisor to the West Bank military command, raised his hand to tell Sharon about an Ottoman concept known as “Mawat land.” The Ottomans, who had controlled Palestine until World War I, had used the term to designate land far enough from any neighboring village that a crowing rooster perched on its edge could not be heard. Under Ottoman law, if such land was not cultivated for three years it was “mawat”—dead —and reverted to the empire. “With or without your rooster, be at my office at 8:00 in the morning,” Sharon told Ramati, who was soon crisscrossing the West Bank in the cockpit of a helicopter, identifying tens of thousands of uninhabited acres that could be labeled “state land” and made available to settlers, notwithstanding the Geneva Convention’s prohibition on moving civilians into occupied territory.

[1] Come reazione all’espansione inarrestabile delle colonie nei Territori Occupati, che rende sempre meno verosimile che possa mai nascere uno stato palestinese auto-sufficiente, l’Autorita’ Palestinese impone nelle Aree A delle leggi non molto liberali contro chi vende o fa da intermediario nella vendita di terre a israeliani (con tanto di pena di morte e tortura per i colpevoli).

[2] La differenza di stato legale tra coloni e autoctoni e’ spiegata per esempio qui su wikipedia e in questa infografica:

Da qui.

2 pensieri su “L’Impero Ottomano colpisce ancora.

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