Lo Struscio di Gaza.

Ho menzionato qualche tempo fa il viaggio di lavoro di mia moglie a Gaza. E’ possibile che alcune delle situazioni raccontate stiano per cambiare, adesso che Fatah e Hamas hanno fatto la pace.
(Tra parentesi, l’annuncio mi ha sorpreso molto visto che le ultime settimane avevano visto un’escalation nel numero di arresti in Cisgiordania di attivisti di Hamas da parte della polizia dell’Autorita’ Palestinese, controllata da Fatah. Capisco che ho ancora molto da capire sul modo medio-orientale di svolgere negoziati. [Update, 29/4/2014]: ci sono stati altri arresti di membri di Hamas da parte della polizia palestinese anche nei giorni dopo l’accordo.)

Trattandosi di un posto in cui pochi esseri umani hanno, in questo momento storico, la possibilita’ di entrare e uscire, mi sarebbe piaciuto che lei scrivesse qui un post in cui raccontare qualcuno dei piccoli dettagli pratici di cosa vuol dire entrare in un posto del genere. Ma insiste che lo faccia io, e allora eccomi qua a raccontare storie di seconda mano. (Gran parte di questo post infatti l’ho scritto a inizio marzo, ma volevo che mia moglie lo rileggesse con me prima di pubblicarlo e trovare un momento in cui lei ha tempo, io ho tempo, e non ci sono visitatori non e’ cosi’ ovvio.)

Dato che il paese non e’ poi enorme, la psicologicamente remotissima enclave di Gaza e’ in realta’ fisicamente piuttosto vicina a tutto in Israele [1]. In particolare, da Gerusalemme occorrono meno di due ore di viaggio in auto.

C’e’ un solo punto di accesso tra Israele e Gaza per le persone, il varco di Erez (ce n’e’ un altro riservato alle merci; altri varchi erano in operazione fino a qualche anno fa ma sono chiusi). Fino al 2007 la situazione per il passaggio di questo check-point era quella, spaventosa, illustrata in questa storia. Da quell’anno, in seguito alla catena di eventi iniziata con la vittoria del 2006 di Hamas alle elezioni dell’Autorita’ Palestinese e culminata in una guerra civile intra-palestinese che ha creato una secessione di fatto, e’ iniziato un embargo israeliano radicale su Gaza [2] e la situazione e’ diventata peggiore di vari ordini di grandezza [3]:

Varco di Erez. Dietro l'infografica si vede una rara foto dello spaventosamente lungo tunnel (non siamo riusciti a ritrovarne la lunghezza ma si tratta probabilmente di un paio di km). Preso da questo documento di OCHA.

Varco di Erez. Dietro l’infografica si vede una rara foto dello spaventosamente lungo tunnel (non siamo riusciti a ritrovarne la lunghezza ma si tratta probabilmente di un paio di km). Preso da questo documento.

Avere un visto per entrare a Gaza non e’ ovvio, ma diplomatici, personale ONU e ONG ce la fanno. Le regole ONU aggiungono una complicazione: non e’ permesso al personale internazionale attraversare a piedi il tunnel del varco di Eretz, per cui devono necessariamente passare in macchina (mentre, bizzarramente, il personale ONU di origine locale ha l’obbligo di passare a piedi, perche’ Israele non gli consente di passare in macchina in nessun caso); ma il permesso per passare quel varco ce l’hanno solo le macchine contenenti almeno un detentore di “passaporto rosso”, che hanno solo alti papaveri diplomatici o ONU. Quindi se si deve andare a Gaza ci si coordina con gli altri organismi internazionali e ci si accoda al convoglio di uno di questi possessori di super-visto. (Per esempio mia moglie per ripartire ha dovuto attendere che la macchina dell’OCHA, che le faceva il favore di darle il passaggio, avesse finito la sua missione.)

A Gaza chi passa il check-point israeliano deve poi sottoporsi al checkpoint dell’Autorita’ Palestinese e infine al checkpoint di Hamas. (In Cisgiordania invece l’Autorita’ Palestinese non ha check-point nemmeno nelle Aree A, nominalmente sotto il loro controllo anche per quanto riguarda la sicurezza.)
Mia moglie riporta che le facce e il comportamento dei miliziani di Hamas erano piu’ ostili della media dei checkpoint israeliani (sebbene una volta un ufficiale israeliano a un checkpoint sia riuscito a metterla altrettanto a disagio). A tranquillizzarla, il fatto che i suoi compagni di viaggio continuassero a chiacchierare allegramente come se nulla fosse, avendo evidentemente l’abitudine a tale trattamento.

Il successivo contatto con gente di Hamas e’ stato su un altro livello: vice-ministri e personale ministeriale.
Altra differenza con la Cisgiordania e’ che, mentre quest’ultima e’ laica, a Gaza la pervasivita’ della Legge Islamica si vede nel fatto che le donne hanno tutte il velo. Le cristiane locali sono autorizzate a non portarlo, ma per evitare guai lo portano lo stesso. Perche’ dire “fermo fermo io sono cristiana” puo’ prendere piu’ tempo di quanto ci mette un grosso sasso a essere lanciato.
Gli stranieri non sono forzati da Hamas ad adattarsi (la regola e’ che la legge islamica si applica agli islamici) e quindi le donne ONU si vestono come gli pare, indisturbate, e partecipano agli incontri con i funzionari di Hamas. [4]
Ci sono donne che affrontano il clash culturale in maniera aggressiva (esempio tra le nostre conoscenze: tendendo il braccio per una stretta di mano a tutti gli interlocutori, pur sapendo che la legge islamica gli impedisce di toccarla, e lasciare che il braccio rimanga teso per far montare l’imbarazzo in quelli che non accettano la stretta di mano), ma mia moglie preferisce tenere un profilo basso. Ha comunque fatto osservazioni interessanti: tutti i funzionari di Hamas hanno fatto finta di non vederla, al momento delle presentazioni. Ma quando il meeting e’ iniziato, e lei ha parlato, tutto si e’ svolto in maniera normale. Fuori dal contesto della discussione, e’ tornata a essere invisibile.

Come menzionato precedentemente, il personale ONU in visita a Gaza deve attenersi a consegne di sicurezza estremamente rigide: mai lasciare i pochi luoghi approvati dall’ONU, spostarsi tra di essi solo all’interno di macchine blindate. [5]
Ma il contesto ha l’aria cosi’ pacifica da indurre molti a ignorare le regole. Tra cui a un certo punto mia moglie, che quando in pausa pranzo i suoi colleghi sono andati a comprare dei falafel, offrendosi di portarne anche a lei, ha insistito per andare pure lei. Pentendosene leggermente quando si e’ accorta che dal venditore di falafel tutti erano uomini, ed era chiaramente fuori posto, e si e’ ricordata del perche’ le cristiane locali portano il velo anche se teoricamente non sarebbero tenute.

Visitare organizzazioni locali in luoghi non-ONU e’ permesso purche’ sia per periodi ristretti. Tra quelle che mia moglie ha visitato, una organizzazione di diritti umani ha la peculiarita’ di tenere una bomba inesplosa sul tetto a mo’ di souvenir.

La cucina locale della Striscia e’ rinomata per il pesce e i frutti di mare, ma in realta’ questo ha piu’ a che fare con il 60% di popolazione che vive nei “campi profughi” (ormai, dopo tanti anni dalla Nakba, di fatto dei nuovi quartieri cittadini) e che prima del ’48 viveva in gran parte su altre zone costiere dell’attuale Israele, che non con i gazesi propriamente detti che tradizionalmente vivevano di agricoltura e come tutti i popoli agricoli disdegnavano il mare e le sue immonde creature.
Comunque, trovare il pesce e i frutti di mare non e’ cosi’ facile adesso, perche’ Israele impone un blocco navale che impedisce ai pescatori di allontanarsi di piu’ di 3 miglia dalla costa. (Una delle notizie piu’ ricorrenti del bollettino di sicurezza di mia moglie riguarda pescatori che si fanno sparare addosso perche’ troppo vicini al bordo della zona permessa. Solitamente non si fa male nessuno, a volte qualcuno affonda e non viene aiutato a salvarsi.)

Foto del porto di Gaza scattata da un bar.

Foto del porto di Gaza scattata da un bar.

Il personale ONU puo’ alloggiare solo in due o tre degli alberghi di Gaza, grande alberghi con pretese di lusso e che testimoniano di un tempo in cui il flusso di turisti era tale da riempirli. Questi alberghi, come tutti gli altri luoghi in cui l’ONU autorizza il suo personale a passare periodi estesi, sono comunicati alle autorita’ militari israeliane, che promettono di cercare di non bombardarli.
In questi alberghi non manca mai l’elettricita’ (che a Gaza e’ razionata) ne’ internet (non mi e’ ben chiaro a cosa siano agganciati, ma ho riscontrato un gran numero di visite a questo blog da IP israeliani il giorno in cui mia moglie ne ha mandato l’indirizzo a colleghi gazesi – chi si collega dalla Cisgiordania o da certi alberghi di Gerusalemme Est ha un IP palestinese).
L’hotel in cui alloggiava mia moglie era quasi vuoto (il che non sorprende, date le circostanze; quello che non mi e’ chiaro e’ come riescano a sopravvivere). Si trova di fronte al mare e davanti a una delle piu’ belle moschee di Gaza:

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Si dice sia stata ristrutturata con un forte finanziamento dal proprietario di questa villa (forse come riciclaggio di denaro di provenienze oscure), che si trova giusto accanto:

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[1] Da cui in effetti si capisce meglio come mai gli israeliani siano ossessionati dai razzi di Gaza.
A giudicare dal bollettino di sicurezza quotidiano, si tratta di razzi amatoriali assemblati da bricoleurs con piu’ entusiasmo che skill. La maggior parte sono talmente sfigati che la traiettoria non riesce nemmeno a superare il confine e ricade in territorio gazese. A volte esplodono alla partenza e fanno male al Von Braun di turno e/o ai suoi colleghi attorno. Quando superano la barriera, di solito finiscono in un campo.
Indipendentemente dal successo del lancio, la retaliation e’ sempre un attacco aria-terra (solitamente abbastanza preciso, ma a volte muoiono civili innocenti) e sempre a giudicare dal bollettino sembra che il rate di successo di questi sia molto ma molto piu’ alto. Si tratta quindi a conti fatti di una versione alternativa della tipica strategia palestinese ben rodata durante le Intifade, che consiste nel sacrificare coraggiosamente la vita di N dei propri uomini per fare fuori M civili dall’altro lato, con M molto piu’ piccolo di N, e tirare in mezzo un numero imprecisato di civili del proprio lato. (La strategia funziona perche’ entrambi i lati del conflitto danno un valore spropositatamente piu’ alto alle vite ebraiche che a quelle arabe, per cui gli israeliani hanno la percezione di una minaccia formidabile e i terroristi hanno la percezione di star vincendo ai punti.)

Sempre in tema di razzi: poco tempo dopo il viaggio di mia moglie, l’esercito israeliano ha intercettato un cargo battente bandiera panamense (sembra una battuta ma e’ vero) proveniente dall’Iran e diretto in Sudan e contenente vari razzi di lunga gittata, presunti essere diretti a Gaza. Hamas ha smentito, anche se un suo portavoce ha tenuto a precisare che se avessero razzi di lunga gittata li userebbero con piacere.
L’operazione e’ raccontata in questo bel video dell’esercito, che si conclude con toni piu’ da pubblicita’ che da servizio informativo di pubblica utilita’. (Il budget del settore militare israeliano e’ circa il 15% del budget dello stato, e immagino che qualche angry tax-payer ogni tanto possa sviluppare sentimenti pacifisti indipendenti dalle questioni morali.)
E’ poi finita che si e’ scoperto che probabilmente Hamas aveva ragione, e che il cargo non era per loro bensi’ per i ribelli del Sinai contro il governo egiziano (link). Nel frattempo pero’ gran parte dell’opinione pubblica chiedeva di bombardare Gaza.

Sempre in quei giorni, una delle fazioni palestinesi che si oppongono ad Hamas (perche’ la ritengono troppo pacifica) ha inondato il sud di Israele di razzi. Le uniche vittime sono stati arabi colpiti da razzi dalla traiettoria troppo corta. Nonostante le uniche vittime dal lato israeliano siano stati dei marciapiedi che ora vanno riparati, tutti si aspettavano una risposta massiccia israeliana (anche se Israele riconosce che Hamas non era autrice dei lanci, l’assunzione di base e’ che Hamas e’ responsabile di cio’ che accade a Gaza e se non e’ capace di impedire atti di terrorismo viene considerata connivente – lo stesso principio applicato col Libano nel 2006). Non e’ avvenuto, con grande sorpresa dei giornali, nonostante varie affermazioni minacciose del governo.

Marciapiede bucato. Da qui.

[2] Hamas vinse a livello “nazionale” e non solo a Gaza, ma dopo la conseguente guerra civile con Fatah (il cui dettaglio che tutti ricordano piu’ vividamente sono gli esponenti di Fatah fatti volare dai tetti di alti palazzi di Gaza), mantenne il controllo solo della Striscia mentre Fatah quello della Cisgiordania. Per cui il governo diretto da Fatah e’ internazionalmente riconosciuto come il legittimo amministratore di tutte le Aree A dei Territori Occupati Palestinesi, Striscia compresa, mentre nel linguaggio internazionale si usa l’espressione “Gaza’s de facto authority” per indicare Hamas e le sue strutture di governo, anche se sarebbe lecito dire che il governo democraticamente eletto e’ quello di Hamas e l’attuale Autorita’ Palestinese e’ golpista.
(Incidentalmente, si dice che Hamas nel frattempo ha perduto molti dei suoi elettori e non rivincerebbe le elezioni.)

Il rapporto tra i vari partiti palestinesi fu ben illustrato qui dai Monty Python negli anni ’80 e la sostanza e’ ancora la stessa.

La “de facto authority” di Hamas si e’ dotata di tutti gli aspetti formali e pratici di un’amministrazione statale nella Striscia, compresi i ministeri, e di conseguenza il personale ONU deve averci a che fare, quando deve avere a che fare con la popolazione di Gaza (ad esempio attraverso programmi di aiuto all’educazione, creazione di asili, ecc.). Non si incontrano i ministri, ma il personale tecnico, che pero’ puo’ comprendere livelli molto alti e molto politici. La cosa ovviamente e’ molto criticata (soprattutto da Israele), secondo l’argomento che sarebbe come parlare di programmi educativi in Sicilia con la Mafia. D’altra parte, gia’ tanto tempo fa fu fatto notare che la differenza tra un re e un capo-pirata e’ in gran parte questione di scala. La scala della Striscia di Gaza e’ piccola in termini di superficie, ma 1.7 milioni di abitanti ne fanno una scala piu’ grande degli stati sovrani di Estonia, Islanda e Lussemburgo (sommati).

[3] Nonostante tutto, la Striscia aveva una porta sul mondo, tramite il valico di Rafah alla frontiera con l’Egitto, attraverso il quale non solo potevano uscire e rientrare i gazesi, ma erano soliti venire in vacanza balneare i palestinesi della Cisgiordania [b]. Il passaggio attraverso Rafah era facilitato durante il governo di Morsi in Egitto (i Fratelli Musulmani sono amici di Hamas, che tecnicamente e’ un loro spin-off), ed e’ diventato una barriera di difficolta’ comparabile con i check-point israeliani da quando sono al potere i nemici dei Fratelli Musulmani (i quali hanno dichiarato Hamas organizzazione terrorista).

Per anni una gran quantita’ di beni e di persone sono transitate da e per l’Egitto attraverso smuggling tunnels, alcuni dei quali abbastanza grandi da far passare dei camion. Hamas prendeva tasse/pizzo su questo. (Sulla distinzione tra l’esazione di tasse e il pizzo, valgono gli stessi argomenti sulla distinzione tra re e pirata.)
Negli ultimi mesi pero’ l’esercito egiziano ha fatto esplodere tutti i tunnel, e l’embargo e’ diventato una cosa molto piu’ seria.
Abbastanza seria da far si’ che, secondo uno studio dell’ONU, di questo passo entro qualche anno Gaza non sara’ piu’ in grado di sostenere la vita umana.

[4] Questo mi ricorda storie gia’ sentite varie volte sull’interazione tra donne di organizzazioni straniere (comprese imprese private) e culture patriarcali. Il principio generale e’ che, soprattutto quando si parla di business o sono implicate questioni di status, la donna straniera e’ equiparata a un uomo. Per esempio la donna straniera, invitata a pranzo, mangia al tavolo con gli uomini, mentre le mogli di quegli uomini si fanno vedere solo per portare il cibo a tavola e poi spariscono.

[5] Ma si cita un solo caso negli ultimi anni di occidentale vittima di violenza a Gaza. Si tratto’ di un attivista italiano, Vittorio Arrigoni, rapito e ucciso nel 2011 da una delle fazioni estremiste di Gaza, perche’ sospettato di essere una spia degli israeliani. Hamas, attenta ai rapporti con le sinistre occidentali, tento’ di liberarlo ma invano, ed ebbe mano pesante contro i rapitori (che non furono uccisi solo perche’ la famiglia di Arrigoni comunico’ di essere contraria alla pena di morte). Hamas ha persino intitolato una piazza di Gaza ad Arrigoni.

Triste ironia: Arrigoni scriveva frequenti articoli per criticare sia Israele che Hamas.
Un’organizzazione di destra ebraica l’aveva messo in una lista di noti stranieri che andavano considerati collusi con i terroristi e quindi meritevoli della stessa sorte (la notizia e’ raccontata qua, il sito e’ questo ma sembra che ogni accenno ad Arrigoni sia stato cancellato nel frattempo), e durante un suo tentativo di attraversamento della frontiera tra Giordania e Cisgiordania (lo stesso check-point dove e’ morto il giudice di cui parlavo qui) era stato picchiato dai soldati prima di essere rigettato indietro (fonte, da cui si evince che quando l’ambasciata italiana ti dice che puoi stare tranquillo non c’e’ sempre da stare tranquilli.)

[a] Questo in generale il tenore degli annunci di Hamas:

The armed wing of the Gaza-ruling Islamic Hamas movement said on Monday it has bolstered its missile capabilities which can now hit distant targets within Israel. A spokesman for Izz al-Deen al-Qassam Brigades told reporters in Gaza city on condition of anonymity that his group has the ability to hit targets in Israel, “especially after knowing its weakness points.” He did not elaborate. “We have moved the battle into the enemy’s field after developing our missile arsenal,” he added. The spokesman’s comments came after the opening of a memorial to Qassam Brigades’ founder Ibrahim al-Maqadema, who was assassinated by Israel 11 years ago in Gaza. The memorial is topped with a mock-up long-range M-75 rocket that Hamas said it manufactured and used in its recent war against Israel in November 2012 when Palestinian missiles hit for the first time Tel Aviv and Jerusalem. Hamas says the missile’s range is 75 kilometers. (Xinhua)

[b] Tra cui la nostra vicina adolescente, che quando le ho detto che mia moglie era a Gaza ha sospirato “ah, Gaza! che bel posto…”, con lo sguardo che si perdeva nel vuoto inseguendo i ricordi di giorni felici di sole e di mare. Sapendo che Hamas mantiene un ferreo controllo sulla moralita’ delle spiagge (le donne fanno si’ il bagno, ma integralmente vestite, e gli uomini possono scoprirsi un po’ ma non molto neanche loro) faccio fatica a immaginare l’esperienza balneare gazese negli stessi termini che puo’ avere in Occidente, ma forse chi ama la spiaggia (ad esempio non io) non fa caso a questi dettagli.

4 pensieri su “Lo Struscio di Gaza.

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