Il mendicante arabo ha qualcosa nel cappello.

Oggi ero sul light train, ovvero il tram (l’unico mezzo di trasporto che connetta quartieri ebraici ed arabi [1] e di cui parlai qua), con una inusuale presenza militare in aggiunta ai soliti tizi armati vestiti di nero che costituiscono la sicurezza normale. Domani infatti e’ la Pasqua ebraica e il rischio di attentati e’ considerato piu’ alto in questi giorni.
Un arabo dall’aspetto scalcagnato attira la mia attenzione perche’ urla “habibi!” (“mio caro”, in arabo) a un altro arabo che sta scendendo dal tram, e contestualmente noto anche le facce tese, tra l’orripilato e lo spaventato, di una famiglia di fronte a lui (padre, madre e figlia ventenne) che continua a gettargli sguardi furtivi parlottando piano. Sono di aspetto molto ariano e non hanno segni di appartenenza religiosa, quindi o sono stranieri oppure sono ebrei laici. Accanto all’arabo scalcagnato invece ci sono due ebrei ortodossi che sembrano del tutto a loro agio, anche quando lui cerca di offrir loro dei libriccini e blatera scalcagnatamente in non so se arabo o ebraico (si limitano a ignorarlo ma senza malevolenza). I soldati in piedi a un paio di metri di distanza sono pure loro rilassatissimi, chiacchierano e credo parlottino di alcune ragazze carine qualche fila piu’ in la’, il tutto mentre i loro mitra sono ben puntati sulla folla.
Poi sento che la famiglia stressata parla in inglese, e noto che il padre ha una maglietta con scritto ben grande Invest in Israeli Bonds, la madre una maglietta con una scritta piu’ discreta, qualcosa tipo Jewish Fund Orange County. Ne deduco che probabilmente sono ebrei americani che visitano Gerusalemme per la Pasqua, forse per la prima volta, e non avevano pensato molto all’eventualita’ di trovarsi di fronte a un arabo in carne ed ossa, e magari la forte presenza militare non li aiuta a rilassarsi (anche se i soldati sembrano molto tranquilli).
Inevitabilmente, l’arabo scalcagnato a un certo punto offre scalcagnatamente il suoi libriccini anche a loro, orripilandoli ancora di piu’, e in quell’occasione noto che si tratta di alcuni numeri di This Week In Palestine (di cui parlai recentemente). Se non lo conoscono, il titolo li avra’ fatti pensare a della propaganda pro-palestinese sovversiva. (Mentre invece si tratta di propaganda pro-palestinese molto educata e occasionalmente fashionista.)
E mi trovo in un dilemma: io il numero di aprile non ce l’ho, e non e’ detto che ripassero’ da qualche luogo dove ce l’hanno prima della fine del mese. Ma prenderlo dal signore arabo con tutti quegli occhi puntati addosso? E se la mia sembrasse una provocazione antisionista? Poi mi dico che e’ abbastanza ridicolo farsi influenzare cosi’, per giunta contando che forse le mie sono tutte fantasie.
E cosi’ la volta successiva che l’arabo scalcagnato offre scalcagnatamente il libretto in giro mi faccio avanti e lo prendo ringraziandolo in arabo. E nell’istante in cui mi capita di guardare nella direzione della famiglia vedo i loro sguardi puntati ora verso di me, con la stessa aria. (I soldati e gli ebrei ortodossi li’ vicino invece continuano a farsi i fatti loro, con mio sollievo.)
Il problema ora e’ che l’arabo scalcagnato mi rivolge la parola in arabo e non riesco a fargli capire che non lo capisco, e mi punta il dito sorridendo rivolto al resto del tram e dice varie volte la parola “israeli” e mi chiedo se stia dicendo che vedete, c’e’ un bravo israeliano che legge questa rivista palestinese, o se mi sta dicendo che sono diverso da questi stronzi di israeliani che lo ignorano, o qualcosa d’altro.
Mi immergo nella lettura del mio fascicolo di This Week In Palestine (controllando che la personalita’ del mese non sia un fashionista, e per fortuna non lo e’ [2]) e faccio del mio meglio per ignorarlo, fino a quando non scendiamo tutti perche’ un’auto in mezzo alle rotaie (malessere del conducente, ambulanza in arrivo) blocca la circolazione in maniera irrimediabile.
Solo molto dopo, ma proprio molto dopo, ho un dubbio improvviso: ma non e’ che stava mendicando un obolo in cambio della rivista, e io mi sono fregato la rivista senza dargli niente, e lui mi stava (con qualche ragione) insultando pubblicamente per quello?

Immagine presa da qua

[1] I quartieri arabi sono connessi tra loro e con la Cisgiordania da un sistema di bus arabo, che non so se privato o foraggiato dall’Autorita’ Palestinese. Una volta che mia moglie e una sua collega araba erano su uno di questi bus, non ha seguito il percorso e si e’ infilato in una strada laterale, fermandosi lontano dalla fermata ufficiale. Spiegazione della collega: c’era una pattuglia della polizia e il bus si e’ occultato per evitare di essere fermato per controlli, che avrebbero causato un ritardo.

[2] Ma in un altro articolo riescono comunque a farmi incazzare:

Artas (…) is the Arabic anagram of the Latin word hortus, which means paradise.

(Il grassetto e’ mio. Piu’ verosimilmente, immagino, Artas viene da hortus per lo stesso motivo per cui quando si traslittera dall’arabo o dall’ebraico alle lingue indoeuropee non si sa mai come rendere le vocali – felafel o falafel, shawarma o shiwerma, Gaddafi o Gheddafi, Tulkarem o Tulkarm, Beit Lehem o Bet Lehm, ecc.)

Chiamate la polizia grammaticale romana!

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