Tornando da Simone il Giusto.

Di passaggio per lavoro da Ginevra, la settimana scorsa, e passando un paio di notti nella nostra vecchia casa, mi e’ caduto l’occhio sul volume di “Cronache di Gerusalemme” di Guy Delisle che ci avevano prestato Paola e Giuseppe [1], e non ho resistito alla curiosita’ di aprirne varie pagine a caso per vedere il contrasto tra cio’ che immaginavo di Gerusalemme leggendolo e quello che adesso conosciamo di prima mano [2].
Ho scoperto che la storia del nostro quartiere, che raccontai qui, l’aveva gia’ raccontata lui, ma ancora i nomi di questi posti non significavano niente per noi e avevamo dimenticato. Era il 2008 quando l’ha scritto, e le cose erano appena iniziate. Le manifestazioni di protesta settimanali del venerdi’ erano appena iniziate, e ci andavano tante persone, non solo arabi ma anche attivisti ebrei e stranieri (fa impressione confrontare con quello che vediamo adesso: quattro anziani che sventolano la bandiera palestinese con l’aria dimessa). Il giorno in cui qualcuno lo porto’ a visitare il posto, i coloni avevano appena occupato un’altro casa araba; dettaglio interessante, avevano approfittato di un momento in cui la casa era vuota per aprire una parete a picconate ed entrare. In uno dei quadretti della tavola, un colono con la pistola in mano sfidava la gente attraverso il muro ancora aperto, dicendo “la casa e’ nostra adesso!”. Probabilmente avevo dimenticato questa scena perche’ il mio cervello l’aveva ritenuta poco verosimile. Dopo quattro mesi ci siamo talmente abituati a sentirci raccontare certe dinamiche che adesso riesco a immaginarmi la scena perfettamente.
Comunque, rileggendo questa scena ho anche visto che lui, la tomba di Simone il Giusto, l’aveva visitata! Ma allora, mi son detto, quell’arabo li’ non sapeva una sega!
Appena tornato a Gerusalemme, quindi, approfittando di una passeggiata con moglie e figlia, ho proposto di andare a vedere questa famosa tomba che crea tanti problemi etnici.
L’arabo di quel mio vecchio post mi aveva indicato un ingresso nella roccia (o almeno cosi’ avevo capito), ma a ispezione piu’ ravvicinata abbiamo scoperto che il vero ingresso era appena piu’ in la’. Non ci era ben chiaro come funzionasse per visitare, e abbiamo chiesto a un haredi nel cortile. Ci ha spiegato che io potevo entrare da un lato (e con la testa coperta, ma avrei trovato delle kippah di stoffa all’ingresso), ma mia moglie da un altro lato, per motivi religiosi. Immaginavamo che i due accessi avrebbero comunque portato allo stesso posto, ma invece no, solo io avrei trovato davanti a me la tomba, mentre mia moglie si sarebbe ritrovata in una semplice stanzetta dove raccogliersi in preghiera se voleva.
Comunque la visita e’ stata interessante (per me) anche se tutto sommato non c’era tantissimo da vedere, come correttamente aveva detto il signore arabo quella volta.
Mia moglie non aveva ancora visto quella parte problematica del quartiere, e allora l’abbiamo girato insieme, con nostra figlia nel passeggino. Una macchina della polizia faceva su e giu’ per la via, c’erano telecamere di sicurezza dappertutto, ma se non fosse stato per quello uno avrebbe potuto credere che il quartiere fosse un buon esempio di convivenza inter-etnica, con i coloni ebrei sul marciapiede a pochi metri da qualche arabo e nessuno che sembrava fare caso a nessun altro.
Fiancheggiando case arabe e case ormai ebraiche (inequivocabili, date le bandiere israeliane e le stelle di David), ci siamo chiesti se la nostra pelle chiara potesse essere causa di pericolosi fraintendimenti da parte degli arabi. A rassicurarci, un piccolo gruppo di bambine arabe che ci sono corse incontro e ci hanno chiesto “how are you?” e “what’s your name?”, interessate soprattutto a nostra figlia [3]. Quindi, ne abbiamo dedotto, evidentemente si capisce al volo che siamo stranieri.
Abbiamo continuato la passeggiata fino alla fine della strada, dove si trasforma in un affascinante scorcio di campagna incapsulato nel bel mezzo della citta’. In alcuni punti c’erano delle sorte di accampamenti che ricordavano quelli dei beduini che si vedono andando verso il Mar Morto (i quali a loro volta assomigliano a campi di zingari). Forse ci stanno famiglie espropriate che non sanno dove altro andare?
Tornando indietro, ci si para davanti un bambino arabo attorno agli 8 anni. Ci guarda fisso, e notiamo che ha un paio di piccoli sassi in una mano. Parlottiamo tra noi inquieti chiedendoci se, tutto sommato, la nostra identificazione come stranieri e non come ebrei e’ veramente cosi’ chiara per tutti i bambini del quartiere. Rifletto su un paio di piani: uno e’ provare a passare come se nulla fosse e se vedo che alza la mano per tirare un sasso (soprattutto se a nostra figlia) lo gonfio come una zampogna; l’altro e’ salutarlo in inglese sperando che questo gli dia la prova inequivocabile che non siamo i cattivoni di cui parlano sempre mamma e papa’. Alla fine opto per il secondo piano. Continua a guardarci fisso, ma non succede nulla di spiacevole, e non sapremo mai come interpretare quel suo sguardo. [4]
(Si potrebbe utilizzare la scena del duello oculare tra noi e il bimbo arabo come una metafora del conflitto israelo-palestinese: una delle parti in causa e’ sproporzionatamente piu’ forte dell’altra, ma e’ terrorizzata all’idea del danno che la parte debole potrebbe sconsideratamente fargli, ed e’ pronta ad un “eccesso di risposta” nel caso.)

Tomba di Simone il Giusto. Foto dal sito http://www.thirdtemple.com

[1] Noi non avevamo mai sentito parlare di questo fumetto, ma da quando siamo partiti moltissime persone ce lo hanno menzionato, in Italia, Francia e Belgio. Sembra avere avuto un successo strepitoso, anche tra persone non particolarmente appassionate della storia israelo-palestinese.

[2] Ci aveva molto preoccupato la sua descrizione dell’impatto iniziale con Gerusalemme Est, ad esempio il dettaglio che trovare uno svago per i suoi due bambini sembrava un’impresa. Ogni volta che trovava un parchetto di giochi con scivoli era un evento tale da meritare una nuova puntata del suo fumetto. Ma loro vivevano a Beit Hanina, noi piu’ in centro, e in termini di giochi per bambini nei dintorni siamo messi meglio che in qualsiasi altro posto in cui abbiamo abitato.
Una licenza poetica che si e’ preso, per qualche motivo: la loro donna delle pulizie (e occasionale babysitter) nel fumetto portava il velo per strada e se lo toglieva a casa. La stessa persona e’ una delle nostre babysitter (ed ha usato il fumetto come referenza) e si chiede come mai l’abbia ritratta cosi’, visto che lei il velo non lo porta mai. (Nonostante il marito non sia un esempio particolarmente lampante di mentalita’ moderna: non vuole che passi troppe ore a lavorare a casa d’altri perche’ teme cio’ che potrebbero pensarne i vicini.)

[3] Nostra figlia sembra molto esotica ai palestinesi. Qualche giorno dopo, visitando il Monte delle Tentazioni che sovrasta Gerico, varie scolaresche di studentesse adolescenti palestinesi si sono fermate per chiederci il permesso di farle delle foto. Ne abbiamo sgamato persino alcune che le facevano la foto di nascosto. Al punto che verso la fine della gita non ne potevamo piu’ e capivamo cosa provano i vips verso i paparazzi.

[4] Che poi, abbiamo sempre dato per scontato che in quanto stranieri non siamo soggetti a ostilita’ da parte degli arabi. (Sappiamo di essere soggetti a potenziale ostilita’ da parte di un segmento non piccolo della societa’ israeliana, che vede gli stranieri, soprattutto se connessi a organismi internazionali, come gente sbilanciata ingiustamente verso gli arabi e che giudica senza sapere un cazzo.)
Qualche giorno fa pero’ una macchina dell’ONU e’ stata presa a sassate da qualche parte in Cisgiordania. E contestualmente, l’ONU ha ricordato ai suoi dipendenti che quando guidano in Cisgiordania devono rispettare il codice della strada e che hanno ricevuto varie lamentele da parte della polizia palestinese e dei residenti, che si lagnano per la guida e il senso di impunita’ di molti “internazionali”.

Un pensiero su “Tornando da Simone il Giusto.

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