Una digressione: Fortezza Europa.

Preambolo: Noi, che invece siamo i Buoni

Quando uno e’ un Occidentale che gironzola bello paciarotto in mezzo a un conflitto tribale che non lo riguarda tende a considerare il massiccio sistema di sicurezza israeliano, e le sue aperte discriminazioni su base nazional/etnica [1], come una cosa che, per quanto facilmente razionalizzabile alla luce delle circostanze, e’ decisamente altra rispetto a Noi.
Gli stessi colleghi israeliani, infastiditi dal non poter facilmente invitare tutti gli ospiti stranieri che gli pare [2], sembrano pensarla allo stesso modo.
Ma per quanto in Europa il livello di paranoia e di fastidio non sia assolutamente sulla stessa scala, mi sto facendo l’idea che la differenza sia meramente quantitativa e non qualitativa.

Svolgimento: non sappia la tua mano sinistra cio’ che fa la destra

L’anno scorso ho sponsorizzato (indicato come supervisore in caso di successo) la domanda di una giovane collega iraniana con cui avevo gia’ collaborato in passato, per una borsa post-doc di un certo prestigio finanziata dal principale ente di ricerca statale belga. La collega e’ brava e grazie a un curriculum gia’ abbastanza internazionale ha vinto uno dei posti.
Queste borse post-doc nazionali sono difficili da ottenere, la competizione e’ serratissima e non ci sono quote assegnate a priori alle singole universita’ ne’ alle singole discipline. Per cui, quando uno dei candidati che sponsorizziamo ne vince una, e’ una gran festa in dipartimento: una persona in piu’ che si unisce al gruppo e non dobbiamo pagarla noi.

Di storie kafkiane di ricercatori mediorientali al di sopra di ogni sospetto cui e’ arbitrariamente impedito l’accesso alla Fortezza Europa ne sapevo gia’ tante, eppure avevo sottovalutato il rischio di poterne sapere una di prima mano. Per cui quando lei ha cominciato a mandare mail inquiete sul tema del visto ho pensato che un po’ esagerasse [3].
Per ottenere il visto aveva bisogno, tra le altre cose, di un documento del suo datore di lavoro (l’ente statale di cui sopra) con vari dettagli tra cui l’indirizzo dell’istituto in cui dovra’ lavorare. Ora, accade che il nostro istituto abbia una forte tradizione di fisica nucleare (possediamo un ciclotrone) e che nel database di questo ente sia ancora chiamato col vecchio nome di “Istituto di Fisica Nucleare”. Quando lei ha ricevuto (dopo ampia attesa dovuta a inerzia burocratica) la lettera contenente questo indirizzo, l’ha subito rimandata indietro inpanicata: sapeva troppe storie di visti negati da paesi europei a scienziati iraniani perche’ la parola “nucleare” compariva da qualche parte. Dopo varie mail di sollecito, finalmente qualche burocrate ha capito il punto e ha rimandato una lettera con la nuova denominazione dell’istituto. (Il lungo ritardo mi fa sospettare che si rifiutassero di farlo fino a che qualcuno – forse un informatico – non avesse editato il database, e che questa richiesta interna a sua volta abbia avuto bisogno di diversi scambi di mail tra diversi uffici, e tra uno di questi uffici e la mia universita’, e ognuno di questi uffici ha la sua inerzia, e che ogni mail di sollecito della mia collaboratrice facesse ripartire la catena di solleciti a cascata fino a quando la persona in carica dell’edit ha deciso che la soglia necessaria nel numero di reminder fastidiosi era stata passata.)
Ed ecco quindi che finalmente a un certo punto ha tutti i documenti necessari, nessuno dei quali contenente parole minacciose, e sottomette il dossier completo all’ambasciata belga di Teheran.
L’ente che sara’ suo datore di lavoro, che incidentalmente e’ anche il mio datore di lavoro (anch’io ho vinto un concorso nazionale e non locale), mi suggerisce in quanto supervisore di mandare una mail, perche’ non si sa mai, all’ambasciata belga per spiegare in che consistono le ricerche su cui la supervisionero’, enfatizzandone l’assoluta assenza di applicazioni militari anche indirette. Lo faccio, e loro rispondono ringraziando ma anche sottolineando che tanto non sono loro che decidono, passano solo il dossier a chi di dovere. (E sottintendendo, credo, che non vedono motivo di forwardare la mia mail a chi di dovere e che no, non occorre che io disturbi chi di dovere.)

Il progetto di ricerca che svolgeremo insieme.

Comunque all’ambasciata la rassicurano: il sistema e’ assolutamente trasparente, vai su questo sito e inserisci il numero della tua domanda e vedrai in tempo reale lo stato attuale di processamento della tua richiesta.
Successivamente scopriremo i limiti di questa trasparenza: il sistema fornisce solo due stati possibili, o la domanda e’ in corso di trattamento oppure e’ stata trattata e puoi passare a ritirare il visto. Cosa stia succedendo esattamente alla tua domanda, quale ufficio sta transitando in quell’istante, se sta andando tutto bene o se si sta incagliando perche’ qualche investigazione e’ necessaria, e quanto tempo manca ancora, non ti e’ dato saperlo e non e’ dato saperlo nemmeno al funzionario che risponde al telefono se, preoccupato, telefoni all’apposito numero. Attendi pazientemente un quarto d’ora con la musichetta, poi il funzionario ti chiede il numero di dossier, e lui dopo qualche secondo ti da’ il responso, che e’ lo stesso che avevi gia’ visto sulla pagina web: perche’ infatti il funzionario non ha fatto altro che andare su quella stessa pagina web e ha avuto accesso alle stesse informazioni cui puoi avere accesso tu.
E dopo che la mia collaboratrice e’ passata attraverso questa frustrante esperienza, ho espresso solidarieta’ passandoci anch’io attraverso, sfruttando il mio ultimo passaggio dal Belgio (cosi’ almeno, per farmi trattare da fesso pago meno di bolletta di quanto ne paghi lei da Teheran). Ma il finale della telefonata e’ stato utile, contro ogni attesa.

Io: “Guardi, a me dispiace essere insistente ma e’ gia’ marzo inoltrato e questa persona doveva iniziare l’1 gennaio, e ci sono implicazioni pratiche per il nostro gruppo, per il nostro planning, nel non sapere non solo se questa ricercatrice potra’ entrare nel paese, ma addirittura non sapere quando lo sapremo.”
Lui, ridacchiando: “Certo, capisco, ma chissa’ com’e’ che tutti sono convinti che la propria domanda abbia priorita’ assoluta!”
Sono rimasto silenzioso un attimo, colpito in pieno dalla consapevolezza che e’ vero, ci sono migliaia di persone ogni anno che hanno buoni motivi, per loro estremamente importanti e prioritari, per entrare nel paese. Ognuno di loro passa per la stessa angoscia. Il caso della mia collaboratrice non e’ inusuale, e in nessun senso ha una priorita’ piu’ alta della media di quelle migliaia di poveri cristi, ne’ i nostri problemi di planning sono questioni di vita o di morte (mentre chissa’, magari per qualcuno di quegli altri si’) [4].
Pero’ in questo attimo di riflessione, in cui ho capito che nessuno dei miei argomenti poteva sembrare in alcun modo anche lontanamente importante a un funzionario dell’ufficio visti (e che non era neanche giusto che gli sembrassero importanti, secondo la mia stessa etica), ho anche capito che non era mai stata l’importanza il problema, e che cio’ che mi disperava era, a conti fatti, un altro punto.
Per cui: “Guardi, il punto non e’ se sia una richiesta prioritaria. Pero’ mi farebbe piacere che mi spiegasse come mai il suo ufficio ha bisogno di mesi per riuscire a decidere se questa persona puo’ entrare in Belgio, visto che questa persona ha vinto un concorso belga e ha gia’ firmato un contratto di lavoro con lo Stato Belga.”

Il lieto fine: Lei non sa chi sono Io

Stavolta e’ stato il funzionario a essere silenzioso, per un lungo istante. E poi, nella prima delle mie vittorie, mi ha dato un indirizzo mail dicendo “boh guardi, lei gli scriva, magari le possono spiegare qualcosa sui criteri che usano”. Non era molto, ma era molto di piu’ di quanto la mia collaboratrice avesse mai ottenuto.

Non avevo grandi aspettative: l’esperienza insegna che la mail e’ un ostacolo molto piu’ formidabile del telefono, perche’ prende molta meno fatica ignorare la mail di un rompicoglioni che rispondere evasivamente alla telefonata di un rompicoglioni.
Ma nel dubbio, sai mai che magari serva a qualcosa, ho riciclato con qualche rimaneggiamento la mail che avevo spedito all’ambasciata al momento della sottomissione della domanda. Tra i piccoli rimaneggiamenti, l’aggiunta di “Prof.” nella firma, l’indirizzo della mia pagina web dipartimentale, l’uso di termini come “il mio gruppo”, e altri artifizi.
Non sapro’ mai se questo ha giocato un ruolo, ma entro poche ore la destinataria della mail mi rispondeva, mettendo in copia la sua superiore e invocandone una risposta alle mie domande. Stavamo quindi progredendo? Forse, ma la firma automatica informava che a rispondermi era stata una stagista. Gia’ la gentilezza della risposta tradiva il suo basso status, ma addirittura una stagista? Non prometteva benissimo. Ma almeno adesso conoscevo l’indirizzo di mail giusto!

E infatti, la persona con l’indirizzo mail giusto non aveva nessuna intenzione di cagarmi, come ampiamente prevedibile, ma mi sono giocato l’ultima carta: comportarmi come il tipo di persona di cui in normali circostanze io auspico la morte.
Passata quindi una settimana di silenzio, ho scritto:

Chère Madame Xxx,
can you please acknowledge reception of my mail below, that Madame Yyy kindly forwarded to you?

One more week has passed, in this Kafkian situation where the Belgian state accepts a researcher through a competitive procedure, and signs a contract with her, but then the same Belgian state (via your office) needs two months to decide whether the same researcher is allowed to enter the country or not.
When can we have an answer, and let Dr. Zzz start organizing her move to our institute? Every week that passes is an increased complication for my group. If you wish additional information, please ask.

Il tempo di andare in bagno, tornare in ufficio e cliccare check mail, e trovo una mail di Madame Xxx che chiedeva con tono secco a Madame Yyy di autorizzare l’ambasciata di Teheran a rilasciare il visto.
E l’indomani, in effetti, il visto era disponibile.

Da quanto tempo era gia’ pronto, e quanto ancora sarebbe stato ad aspettare l’ultimo step? Gli ordini di priorita’ sono definiti da una funzione di status, pervicacia e sgradevolezza degli sponsor degli immigranti?

Comunque, spero che quando tra poco arrivera’ avra’ il buon senso di non scrivere nella sua lingua sul diario, perche’ non vorrei aver sacrificato la mia Innocenza per niente.

Note e digressioni

[1] Una delle domande che vengono chieste sempre all’uscita da Israele e’: hai conosciuto qualcuno mentre eri qui? Se la risposta e’ si’, vogliono sapere il cognome. La cosa l’ho gia’ menzionata in uno dei miei primi post, dove supponevo che lo scopo fosse capire se era un arabo. Supposizione confermata l’ultima volta, quando la signorina dell’aeroporto, giovane e forse appena assunta, ha chiesto al ragazzo prima di me il cognome dell’amico che diceva di aver visitato, poi alla risposta sembrava esitare e gli ha chiesto il nome, e alla risposta “David” ha annuito con chiara aria di approvazione. (Poi con me ha di nuovo annuito e approvato quando ho detto che collaboro con un istituto israeliano. Ma per spiegare come mai il mio visto non sia un normale permesso di lavoro ma un privilegiatissimo multiple entry visa diplomatico, ho dovuto spiegare cosa fa mia moglie e mi sono comunque beccato il solito 5 sullo sticker di sicurezza.)

[2] Il caso piu’ estremo: questo gruppo israeliano ha pubblicato almeno mezza dozzina di articoli con un gruppo iraniano. Ovviamente quando si vogliono incontrare di persona lo fanno in Europa.

[3] Mi ha convinto della ragionevolezza della sua angoscia quando mi ha mandato, a titolo di esempio, il dossier di uno studente della sua universita’ che pochi anni fa aveva ottenuto una borsa di dottorato da un professore del mio stesso istituto e dopo sei mesi di silenzio aveva avuto un rifiuto, senza spiegazione, della sua richiesta di visto.

[4] Qualche anno fa conobbi, a una festa, una persona che lavorava all’ufficio belga che si occupa delle domande di asilo politico e umanitario. Mi spiego’ che la probabilita’ che una domanda di asilo sia accettata dipende da due fattori: la quota che lo stato si e’ impegnato ad accettare da un certo paese, e il numero di clandestini arrivati da quel paese durante l’anno. La quota non cambia facilmente, mentre i flussi hanno variazioni estremamente ampie; e la loro variabilita’ deriva, in effetti, da quegli stessi motivi che in primo luogo giustificano i motivi umanitari per l’accoglienza. Per cui il suo lavoro consisteva nel leggere ogni giorno vari dossier in cui un avvocato del richiedente motivava che un rimpatrio forzato significava un’alta probabilita’ di essere giustiziato o torturato dal suo Stato per motivi politici, o accolto col machete dai paramilitari a cui non piace la sua etnia e hanno gia’ affettato i suoi parenti e amici, o altre spiacevolezze, e rimandarli a casa perche’ la quota annuale era gia’ stata superata. Quelli invece che venivano da paesi un tempo turbolenti (e che quindi avevano una quota vantaggiosa) ma adesso tranquilli, in generale ottenevano il permesso di soggiorno anche quando le motivazioni erano vaghe o poco verosimili. (Suppongo che sia considerato diplomaticamente disdicevole accettare meno richiedenti della quota concordata.)

3 pensieri su “Una digressione: Fortezza Europa.

  1. Germano

    ottimo post.
    mi ha ricordato che qui in Australia oltre il mito delle bestie letali, vige quello del dipartimento di immigrazione piu’ tosto del mondo.
    e mi sono sempre chiesto se lo sia mai stato davvero, viste le esperienze che ho avuto personalmente nel far ottenere il permesso di soggiorno in Italia a un cingalese sponsorizzato da ben 3 famiglie (venendo da Catania, sai come trovare anche solo una famiglia disposta a mettere in regola un immigrato a far le pulizie e’ un terno al lotto).
    scopro poi che, anche tramite un veloce paragone tra i vari siti dei dipartimenti delle maggiorni nazioni papabili per l’emigrato europeo, solo Canada e Australia offrono una quantita’ di informazioni e possibilita’ di visti sproporzionata rispetto a molti altri, un po’ perche’ entrambe le nazioni sono ben conscie della necessita’ di ospitare emigrati, un po’ perche’ hanno capito che un dipartimento che segnala tutti i requisiti necessari per ottenere la residenza
    (sono talmente chiari e inopinabili che pagare l’agente preposto a sbrigare le carte e’ quasi del tutto inutile, a patto di conoscere la lingua) ottiene piu’ application di visti, e pertanto molti piu’ soldi (le application possono essere rifiutate, ma non e’ previsto un rimborso), creando un business milionario a beneficio dello stato.
    Sempre in Australia sarebbe, inoltre, impensabile che accada quanto da te descritto, poiche le persone sponsorizzate da enti governativi e/o di una certa rilevanza, applicano con un visto differente che ha una certa priorita’ e non prevede la verifica di dettagli come il datore di lavoro, la forma di contratto, ecc ecc, onde evitare fastidiose telefonate interdepartimentali.
    Quindi si’, insomma, gli stati europei sono terribili da questo punto di vista (con tutte le conseguenze del caso, come la clandestinita’) e non credo che questo sia tutto sommato un punto forza, e si’, gli europei hanno un falso bias verso i movimenti migratori e i suoi meccanismi.

    Saluti

    Rispondi
  2. unfisicoagerusalemme Autore articolo

    Grazie Germy.
    La cosa mi interessa, perche’ immaginavo che l’Australia fosse abbastanza rognosa verso l’immigrazione. E’ possibile che ci sia comunque una differenza tra immigrandi europei e asiatici?

    Rispondi
    1. Germano

      non e’ rognosa, ma estremamente selettiva col beneficio che i criteri ti sono sbattuti in faccia senza misteri (anche se poi la decisione finale sull’application del visto spetta comunque a qualche stagista negli uffici centrali – tranne per alcuni visti blandi, di breve durata, di cui solo un campione viene estratto per verifiche, e il restante viene automaticamente garantito dal sistema elettronico).
      Assolutamente si’, ogni nazionalita’ ha un entry level. noi italiani siamo inaspettatamente ancora al primo livello, mentre molte nazionalita’ dell’Asia sono al terzo o quarto posto (mi pare di ricordare siano 5 fasce, in tutto), tuttavia non so dirti cosa questo comporti in termini pratici, ma avendo Oz fatto dell’immigrazione il punto forza, limitando l’accesso solo a chi sappia dimostrare di poter e voler fare uno dei lavori richiesti, credo le difficolta’ siano piu’ sul riconoscimento delle qualifiche e delle esperienze lavorative pregresse che altro (infatti, andando a controllare meglio, l’entry level e’ definito “assessment level”, e nasce probabilmente dalle difficolta’ linguistiche e dai diversi metodi e conoscenze adottate da diversi paesi per svolgere lavori simili in Australia).
      diciamo che, a parte i requisiti ovvi quali eta’, esperienza lavorativa, fedina penale limpida e conoscenza dell’inglese tramite un test che di inglese ha poco o nulla (ielts), se si riesce a superare la fase precedente alla richiesta della residenza, riguardante il riconoscimento del proprio mestiere tramite l’autorita’ competente (differenti per ogni settore – lavori manuali, sanita’, ristorazione, ricerca, ecc ecc), allora vi sono pochi motivi di dubitare che l’application venga scartata successivamente (io sono proprio in questa fase qui, nel limbo d’attesa di circa due mesi necessari ad ottenere una risposta e farmi dire da loro se sono davvero imbianchino; lol).

      saluti Andry.

      Rispondi

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...