“Non c’e’ giudice, non c’e’ giustizia” (Talmud, Avodah Zarah)

E’ abbastanza frequente che la stessa identica notizia sia raccontata in modi cosi’ differenti che, se il nome del protagonista non fosse lo stesso, non capiresti mai che si tratta dello stesso evento.

Eccone un esempio:

A preliminary investigation into Monday’s killing of a Jordanian judge at the Allenby crossing suggests the man ran toward an Israeli soldier screaming “Allah hu Akbar” (Arabic for “God is great”) and tried to steal his weapon, according to the Israel Defense Forces.

(Fonte: Haaretz, giornale israeliano reputato empatico verso gli arabi)

Mohammad Zayd (…), Zeiter and another woman were late to return to the bus after the first Israeli inspection point.
When they were returning, an Israeli soldier pushed Zeiter, they started scuffling and Zeiter was brought to the floor. Zeiter then stood up and shoved the soldier, who in turn fired a shot that barely missed Zeiter, Zayd said.
The soldier then proceeded to fire three shots that hit Zeiter in the chest, leaving him dead on the floor, Zayd added, explaining that he tried to resuscitate Zeiter to no avail.
Zayd added that medics arrived almost an hour later, and covered Zeiter’s body, while Israeli police closed the scene and unloaded passengers off the bus and ordered them to the ground in order to search them.

(Fonte: Ma’an, giornale arabo)

Tutto questo e’ avvenuto lunedi’, giorno in cui altri due palestinesi sono morti in Cisgiordania, in circostanze del tutto indipendenti ma con delle somiglianze: tutti e tre sono morti per mano di soldati israeliani e la versione ufficiale dice che se la sono cercata.

Gia’ da tempo l’esercito israeliano e’ accusato di incoraggiare i suoi soldati a essere trigger happy e di insabbiare gli abusi, e molto spesso capita di pensare che anche se si prende alla lettera la versione auto-assolutoria dell’esercito, in questo e altri casi, per standard europei si tratterebbe comunque di eccesso di risposta.
Questa volta pero’ e’ successa una cosa che vari giornali hanno commentato come inusuale: il primo ministro Netanyahu si e’ preso la briga di commentare l’accaduto, e addirittura di proporre una commissione di inchiesta (link).

Cio’ che differenzia questa particolare vittima dalle altre due della stessa giornata, e dalle dozzine morte nell’ultimo anno, e’ che stavolta si tratta di:

  • un cittadino straniero (giordano)
  • una persona di status sociale elevato (un giovane giudice con dottorato in legge)

Il primo punto viene menzionato da tutti. La Giordania e’ l’unico paese confinante di Israele a essere sia in pace con lui sia politicamente stabile, ma le antiche antipatie anti-ebraiche restano, e gia’ il parlamento giordano e’ entrato in fibrillazione (l’ultima notizia e’ il voto unanime per proporre la liberazione, per puro dispetto, di un ergastolano che nel 1999 aveva sparato su una scolaresca di ragazzine ebree tra i 12 e i 14 anni di eta’, ammazzandone sette). In un contesto psicologico di terrore latente perche’ la Siria e’ in guerra civile, l’Egitto quasi, il Libano potrebbe rientrarci in qualunque momento, qualunque governo israeliano farebbe di tutto per non fare arrabbiare l’unico vicino calmo.

Il secondo punto stranamente non sembra altrettanto notato. In vari articoli o blog empatici con la vittima, vengono quotati i familiari che usano l’argomento dell’inverosimiglianza che “un uomo come lui” possa fare cio’ che descrive l’esercito: un padre di famiglia, con una posizione e uno status inusuali, non si mette ad afferrare le armi ai soldati, non grida “Allah hu Akbar”, in generale non rischia la vita. Forse anche per questo c’e’ un’immensa disproporzione tra i commenti a questa notizia e quelli sugli altri due poveracci morti lo stesso giorno, perche’ gli altri due erano nessuno e questo, tutto sommato, era qualcuno. E in fondo le statistiche danno ragione a questo pregiudizio: tra i palestinesi il profilo tipico del combinaguai (e del carcerato, e del defunto) e’ molto giovane e viene o da un campo profughi o da qualche quartiere o villaggio povero.

A scanso di equivoci: non voglio implicare che la stampa israeliana sia necessariamente quella nel torto, ne’ che la stampa araba sia piu’ innocente.
Le informazioni che possiamo avere sull’episodio sono tali che nessuno puo’ sapere quale delle due versioni sia piu’ accurata e quale sia una clamorosa bugia (perche’, essendo le due versioni dello stesso fatto cosi’ diverse, almeno una delle due deve essere in mala fede). Al punto che storie di questo tipo possono essere usate come un test dei propri bias: leggendo le due versioni, troverai quella araba o quella israeliana piu’ verosimile a seconda di cio’ che pensi gia’ del conflitto.
(Il mio bias e’ evidente, il mio istinto e’ di diffidare della versione dei fatti della parte piu’ forte. Ma la mia deformazione professionale mi spinge a uno scetticismo ad ampio spettro, compreso lo scetticismo sul mio stesso scetticismo. E ogni tanto mi capita, leggendo versioni dei fatti arabe, di avere qualche forte sensazione di “chiagni e futti”, e a volte le due versioni della stessa notizia coincidono tranne che per l’omissione da parte araba della motivazione dell’attacco israeliano, che puo’ essere o non essere stata una motivazione che considereremmo giusta ma e’ inverosimile che sia del tutto assente.)

Sto scrivendo nei ritagli di tempo anche un post sull’esperienza di mia moglie a Gaza, ma sono troppo lento e mi sa che prima di terminarlo (o anche prima della fine di questa notte) sara’ gia’ successo qualcosa di molto grosso in risposta a questo, e il titolo che avevo in mente (“Lo Struscio di Gaza”) sembrera’ ancor piu’ di cattivo gusto di quanto lo intendessi. (E meno male che avevo scartato “Vedi Gaza e poi muori”…)

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