Lo Stato Federale di Terra Santa.

(Sottotitolo: Dall’hummus al waterzooi.)

Una volta ho chiacchierato con Mike, il marito di una delle maestre arabe di nostra figlia. Non si chiama Mike ma gli fa piacere che lo si chiami cosi’ perche’ lo chiamavano cosi’ negli USA, dove ha vissuto una trentina d’anni, cioe’ quasi tutta la sua vita, e dove ha gia’ investito nell’immobiliare.
Parlammo di Beit Hanina (quartiere cui accennai pochi giorni fa, e sul quale la mia opinione si puo’ riassumere con: non occorre visitarlo), che a quanto ricorda era molto bello quando lui era piccolo e si trattava ancora di un piccolo villaggio circondato dai boschi. Ero curioso di sapere cosa l’avesse spinto a tornare nel suo villaggio ancestrale visto che aveva la cittadinanza americana, parlava meglio l’inglese che l’arabo, e aveva pure investito nell’immobiliare a Detroit. La risposta aveva a che fare con la nostalgia della terra, e sembrava particolarmente orgoglioso del fatto che nel suo giardino di Beit Hanina crescano la salvia, la menta e varie altre cose che lui mette nel cibo e che non crescevano nel suo giardino di Detroit.
Chiesi se per caso avesse a che fare con la maggiore affinita’ con la cultura araba, ma no, Mike si trovava perfettamente integrato nella cultura americana, mentre invece sostiene di avere molta difficolta’ ad entrare in relazione con gli arabi di qui [1]. Spiegava che tante case vuote del quartiere sono state occupate abusivamente da altri arabi, e sosteva di avere ogni tanto discussioni accese con i vicini sul tema “ma com’e’ che se una casa se la prendono gli ebrei sono dei bastardi ma quando se la prende un arabo allora ok perche’ siamo tutti fratelli?”, e in quel momento ho sospettato che il suo ritorno dalla Grande Babilonia avesse piu’ a che fare con la protezione (su due fronti) di un’eredita’ immobiliare che con le erbe aromatiche del suo giardino.
Comunque, visto che aveva tangenzialmente toccato il tema delicato [2], chiesi se non fosse problematico vivere in questo contesto di conflitto etnico. Disse che tutto sommato no, loro vivono tranquilli, e che anzi lui non ha nessuna antipatia verso gli ebrei. E che secondo lui la soluzione per il conflitto e’ assolutamente banalissima: “basterebbe fare come in quel paese europeo dove ci sono due popoli che vivono in assoluta armonia, ognuno ha una parte del paese e mantiene la sua lingua e condividono il potere – com’e’ che si chiama? Danimarca?”

Ma in realta’, come i piu’ astuti dei miei lettori avranno gia’ capito, il paese che ha in mente Mike non e’ la Danimarca, bensi’ il Belgio, paese che conosco bene (mi ci sono trasferito nel 2005, ne ho sposato una cittadina, e dopo una parentesi di due anni a Ginevra ci passo la meta’ del mio tempo quest’anno). I belgi non sarebbero d’accordo sulla parte relativa alla “assoluta armonia“, ma rispetto a Israele/Palestina in effetti non si possono lamentare.
Dopo quella chiacchierata, mi capita spesso di pensare che in effetti in un mondo migliore sembrerebbe a tutti ovvio che la cosa piu’ sensata a cui aspirare, per entrambe le parti, sarebbe il federalismo alla belga. I belgi vi diranno che il federalismo alla belga e’ una gran cavolata, complicata e costosa, ma a me sembra comunque molto meglio sia dello status quo, sia di quello che si discute concretamente quando si discute di Stato Palestinese.
In Belgio ci sono due livelli paralleli di governo, al di sotto del livello federale: quello basato sulla terra (regione Vallonia, regione Fiandre, regione Bruxelles) e quello basato sulla lingua (comunita’ francofona, comunita’ fiamminga, comunita’ tedesca). Il secondo si occupa di educazione e patrimonio culturale. Un cittadino belga abitante a Bruxelles vota per i suoi rappresentanti nella Regione Bruxelles e nella comunita’ linguistica cui ha dichiarato di appartenere.
Questo post e’ ispirato dalla lettura di questo, dove si discute un’idea molto simile, ma non esattamente identica. La modesta differenza e’ che loro (un’associazione pacifista israeliana) parlano solo di governo legato alla terra (e infatti fanno la similitudine con l’Unione Europea).
Un beneficio che giustifica la complicazione addizionale di un regionalismo della lingua in aggiunta al regionalismo della terra e’ il fatto che, per esempio, gli israeliani arabi sarebbero sullo stesso piano dei palestinesi arabi per quello che riguarda l’educazione nella propria lingua. E’ stato mostrato come l’insegnamento arabo in Israele sia di qualita’ scadente rispetto agli altri paesi arabi della regione (con la maggior parte degli errori chiaramente provenienti dal fatto che sono tradotti da madre-lingua ebrei) [3]. Questo non sarebbe successo se la stessa autorita’ si occupasse delle scuole arabe in Israele e Palestina.

In qualunque implementazione realistica di uno Stato Federale di Terra Santa, e’ plausibile che Israele manterrebbe il dominio economico, oltre alla politica estera e a una forte presenza militare (check-points ecc.). D’altra parte, lo manterrebbe anche se concedesse alla Palestina l’indipendenza (e quindi il vantaggio della proposta sarebbe solo evitare che la Cisgiordania diventi una versione in grande di Gaza, cioe’ una grande prigione a cielo aperto): dal punto di vista economico, l’economia palestinese e’ troppo arretrata per poter essere altro che un satellite dell’economia israeliana (per il mutuo beneficio, tutto sommato [4]) e dal punto di vista militare uno dei punti irrinunciabili da parte israeliana in tutti i colloqui di pace e’ che siano loro a controllare per esempio la frontiera tra Palestina e Giordania [5], nonche’ avere truppe stazionate in luoghi strategici palestinesi (link) [6].

Non mi aspetto che la proposta federalista venga mai presa sul serio in un futuro prossimo, ma gia’ non prendono sul serio Kerry, sono quindi in prestigiosa compagnia.

[1] Trovai la cosa leggermente sorprendente visto che sua moglie, anche lei araba cresciuta e vissuta molti anni negli USA, porta il velo (cosa non ovvia, la maggior parte delle donne arabe qui non lo portano) e gli ha sfornato quattro figli nel giro di pochi anni.

[2] Una cosa che ho notato e’ che gli arabi che mi capita di incontrare, sia di qua che di la’ del Muro, non parlano molto proattivamente del conflitto, nonostante sia praticamente inevitabile averci a che fare quotidianamente. Se tiri tu fuori l’argomento rispondono senza problemi, ma sempre con un tono privo apparentemente di emozioni (“ma perche’ quei signori anziani protestano?” “perche’ il governo prende le case arabe per darle agli ebrei”; “ma perche’ tutte le macchine passano il check point dell’aereoporto indisturbate, ma quando sono con te ci fermano sempre?” “perche’ ho la pelle scura”; “ma perche’ c’e’ questa barriera pazzesca accanto alla strada per km e km?” “perche’ per risparmiare tempo ho preso la Strada 443 [a] e in questo pezzo qui stiamo attraversando la Cisgiordania” [b], ecc.)

[3] Altro motivo di lamentela da parte degli arabi israeliani e’ che i libri di scuola israeliani sembrano avere un effetto avverso sull’autostima dei loro bimbi: la presenza araba viene sminuita o occultata sia nei libri di scuola che di geografia (“la Galilea e’ abitata da ebrei e non-ebrei”), la storia recente del conflitto e’ raccontata da un punto di vista solo, i toponimi sono traslitterati dall’ebraico anche quando il nome arabo e’ diverso, ecc. Va detto per correttezza che gli israeliani si lamentano da tempo del contenuto dei libri di testo delle scuole dei Territori Palestinesi, che a quanto pare fanno la stessa cosa simmetricamente.
(Sempre per restare sulla similitudine belga, la domanda se Bruxelles sia una citta’ francofona o fiamminga puo’ ricevere risposte diverse a seconda di chi si chiede.)

[4] I territori palestinesi costituiscono per l’economia israeliana un importante mercato e una fonte di manodopera a basso costo (anche se la difficolta’ per i palestinesi di ottenere permessi di lavoro e di spostarsi attraverso i territori limita moltissimo quest’ultimo aspetto, fatta eccezione per le imprese israeliane basate nelle colonie).
Per fare l’ennesima analogia: sarebbe come il Sud Italia per il Nord, ma senza l’assistenzialismo statale.

[5] Gli israeliani di destra in realta’ risolverebbero il problema semplicemente evitando che esista una frontiera tra la Palestina e la Giordania, tramite l’annessione della Valle del Giordano.
E questa e’ la destra moderata. (Anzi, inizialmente la proposta venne da parte laburista). La destra-non-molto-moderata si oppone tout court a qualunque forma di esistenza di uno Stato di Palestina.
La destra estrema differisce dalla destra-non-molto-moderata perche’ dice esplicitamente (anziche’ limitarsi a pensarlo) che se gli arabi non fossero dei testardi e dei piagnoni irragionevoli capirebbero che questi 1300 anni di permanenza araba nell’Eretz Israel sono stati abusivi e se ne andrebbero spontaneamente.

Banner trovato su sito di destra, illustrante l’idea che i profughi del ’48 e i loro discendenti – 5 milioni quelli registrati – potrebbero benissimo andarsene nel Sahara invece di dare fastidio.

[6] Quando recentemente Abbas ha lanciato sul tavolo della negoziazione l’idea che le truppe israeliane siano sostituite da una presenza permanente della NATO, e che la Palestina si impegni a non avere mai un esercito, la mia reazione da straniero che non ha ancora capito niente e’ stata di pensare che era l’uovo di colombo e che qualunque israeliano ragionevole l’avrebbe considerata una bella idea. Il governo israeliano l’ha respinta come una provocazione inaccettabile. Quando ho chiesto a qualche collega israeliano cosa ne pensassero, mi e’ stato spiegato che qualunque governo israeliano, anche un governo laburista, avrebbe reagito allo stesso modo. (La maggior parte degli israeliani, mi e’ stato spiegato, ritengono che gli americani abbiano un bias contro Israele. Anche se certo non quanto gli europei. Una presenza militare occidentale alle porte probabilmente susciterebbe un’isteria collettiva da Secondo Olocausto imminente.)

Update, a tal proposito (12/3/2014):

Some two-thirds of Israelis said they distrust the U.S.-brokered peace talks, according to a poll released on Tuesday, amid deadlock in the negotiations between Israelis and Palestinians. Some 64 percent of Israelis do not believe that U.S. Secretary of State John Kerry would take Israel’s security needs into account as a crucial factor in the framework agreement, according to the poll which was conducted by the Israel Democracy Institute and Tel Aviv University. This distrust is shared by both Jewish and Arab citizens. Some 66 percent of Jewish Israelis and 53 percent of Arab Israelis said they don’t believe that Israel’s security will play an important role in the future agreement. Israelis also doubt Kerry’s motivation. Some 60 percent of Israelis believe that Kerry’s main motivation for reaching a framework agreement is a personal interest in making history as a statesman where others before him had failed. Only 21 percent of Israelis believe Kerry is motivated by honest concern for the future of the two parties. (Xinhua)

E’ piuttosto sorprendente, considerando che le proposte di Kerry sono probabilmente le piu’ favorevoli a Israele in tutta la storia dei colloqui di pace.

[a] E’ una delle “bypass roads” costruite su terre cisgiordane espropriate ad arabi, e il cui accesso e’ proibito ai palestinesi. Maggiori info qui, dove si spiega come la Corte Suprema abbia dato ragione ai palestinesi sul fatto che dovrebbero avere anche loro diritto a usarla, ma che l’esercito non deve dare troppe spiegazioni per proibirlo lo stesso.
Alcune volte l’ho presa per sbaglio, andando al lavoro, perche’ prendevo la svolta sbagliata cercando di andare sulla strada principale Gerusalemme – Tel Aviv. Poi l’ONU ha mandato una raccomandazione al personale e ai familiari del personale di evitarla a causa di un numero inusuale di bombe molotov lanciate contro le macchine su quella strada nelle ultime settimane, e da allora ho fatto un po’ piu’ attenzione ad evitarla.

[b] Uno non se ne accorge se non te lo dicono o se non hai una mappa “politicamente corretta”, o se non sai che la visione di un muro lunghissimo con torrette di guardia vuol dire che sei in Cisgiordania. In effetti sembra che un’esperienza tipica dei turisti in viaggi organizzati sia quella di visitare la Cisgiordania senza nemmeno accorgersene. (Tra le bandiere israeliane che garriscono al vento e le scritte in ebraico e inglese soltanto, in molti posti turistici l’unica prova tangibile e’ che nel parcheggio si possono intravedere alcune targhe palestinesi – probabilmente piu’ di sguatteri che di turisti.)

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