Camminando la Palestina – episodio 2: Sebastia, un te’ con Fidel Castro.

(L’episodio precedente e’ qui.)

La nostra seconda camminata documentata dal libro e’ stata a Sebastia, con un amico pellegrino venuto a portare l’armonia al Santo Sepolcro.

Sebastia non e’ nota come meriterebbe, nonostante l’impressionante numero di luoghi di interesse storico e religioso (basti notare la tomba di S.Giovanni Battista). Probabilmente e’ dovuto alla scarsa connessione con i centri principali.
L’esperienza della camminata e’ quindi profondamente differente da Battir, in almeno due aspetti:
– mentre a Battir ci sono sentieri ben indicati, nei dintorni di Sebastia ci si deve solo fidare delle istruzioni del libro (e infatti siamo riusciti a perderci)
– nessuno e’ abituato a vedere turisti.

Ci siamo quindi ritrovati in situazioni reminescenti di qualche (brutto) film terzomondista, con torme di bambini che ci seguono incuriositi, adolescenti a dorso di mulo [1] che ci fanno domande in inglese stentato, eccitatissimi di parlare con degli stranieri [2], e persone a caso che ci invitano a prendere un te’ da loro.

L’episodio del te’ merita di essere descritto.
Quasi alla fine della passeggiata circolare proposta dal libro, questo ci informava che alla nostra destra avremmo trovato delle tombe romane sotto una casa, in proprieta’ privata, ma che i padroni potevano concedere di vederla. Ma trovare sotto quale casa si e’ rivelato arduo. (Non l’abbiamo mai trovata). Chiaramente, degli occidentali con una bambina in un marsupio che si aggirano tra le stradine periferiche di un paesino guardando sotto le case non possono passare del tutto inosservati, e varie persone ci hanno chiesto se potevano aiutarci. Ma alla domanda se conoscessero delle tombe romane, tutti ci indicavano il centro del paese (le cui tombe romane avevamo gia’ visto e che non erano certamente quelle che diceva adesso il libro).
A un certo punto dopo avere riletto attentamente il paragrafo che ne descriveva la posizione ci siamo convinti di aver identificato la casa in questione. Una famiglia palestinese era sulla veranda e ci ha visti avvicinare. Abbiamo spiegato cosa cercavamo ma niente, anche loro non avevano mai sentito parlare di tombe romane in quella parte di paese. Ma gli anziani della famiglia estesa hanno insistito che rimanessimo a prendere un te’, e abbiamo accettato.
Erano tutti felici di fare la nostra conoscenza, anche se la conversazione era estremamente complicata perche’ c’era un solo traduttore dall’arabo all’inglese per tutti gli stream di conversazione paralleli, uno dei ragazzi piu’ grandi della famiglia, di nome Fidel Castro (o piu’ familiarmente Castro); comunque la sua conoscenza dell’inglese non era molto profonda, per cui annaspava un po’.
Erano lo stereotipo perfetto della famiglia bucolica di povera gente, con tanto di stalla con le pecore accanto alla casa, per cui ci ha preso un po’ di sorpresa l’anziana zia che ha tirato fuori lo smartphone e insisteva per sapere i nostri contatti su WhatsApp.
Successivamente, e solo quando eravamo gia’ andati via, ci siamo resi conto che gli anziani che ci avevano originariamente invitati a restare a prendere un te’ non erano restati con noi a chiacchierare, ma erano spariti subito dentro la casa, lasciandoci in compagnia delle donne, dei bambini e di Fidel Castro.

[1] Visto l’interesse che mostravamo per il loro mulo (lo indicavamo ripetutamente alla nostra bambina di due anni), i due ragazzi ci hanno chiesto come mai e ho spiegato che dalle nostre parti non se ne vedono molti. Sarebbe stato troppo complicato spiegare che in realta’ “dalle nostre parti” non c’e’ carenza di muli se si vive nei posti giusti, ma che noi siamo troppo urbani. Poco dopo quindi hanno afferrato una gallina che zompettava ai margini del villaggio (insistendo che nostra figlia la carezzasse) e ci hanno chiesto se nel nostro paese esistono le galline.

[2] Per essere cortesi siamo soliti dire ciao e grazie in arabo. Questo ha meravigliato tantissimo i ragazzi del mulo, che ci hanno chiesto come mai conosciamo l’arabo.
Da notare che tutte le parole arabe che conosciamo si possono contare sulle dita. Quelle che conosco io sono:
Salam aleikum / Aleikum salam (queste non occorre spiegarle, sono l’origine del termine salamelecchi)
Marhabba (buongiorno)
Shukran (grazie)
Mushqela (problema)
Fish mushqela (nessun problema)
Swai swai (piano piano)
Habibi (caro)
Yalla (vari significati, ma quasi tutti coincidenti col napoletano iamme)

Si tratta comunque di una lista molto piu’ lunga di quella delle parole ebraiche che conosco:
Shalom (ciao/pace)
Todah (grazie)
Yalla (come sopra – e’ un prestito dall’arabo)
Ben zona (figlio di puttana)

(La lista e’ corta pero’ permette di costruire almeno una frase.)

2 pensieri su “Camminando la Palestina – episodio 2: Sebastia, un te’ con Fidel Castro.

  1. Pingback: Il giuoco delle parti. | unfisicoagerusalemme

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