Camminando la Palestina – episodio 1: Battir e la promessa di Moshe Dayan.

Uno dei tanti stranieri che si son trovati di passaggio da queste parti si e’ scontrato con l’assenza di guide alla camminata nella Cisgiordania (a differenza di Israele, ben documentato), e ne ha quindi scritta una:

Abbiamo quindi iniziato una mini-tradizione di passeggiate palestinesi (due finora, ma ce ne saranno altre).

La prima, a fine gennaio, e’ stata a Battir, villaggio che giusto nei giorni precedenti figurava frequentemente nelle notizie relative al conflitto, in uno strano caso coinvolgente antichi terrazzamenti e sistemi di irrigazione millenari.
Per capire queste notizie bisogna partire da lontano: quando fu tracciata la linea dell’armistizio del ’49, i generali israeliani ottennero di farla passare accanto alla strategica ferrovia che unisce Gerusalemme alla costa in modo da proteggerla, e cosi’ facendo tagliarono un consistente pezzo di terre agricole di Battir, che si ritrovarono in territorio israeliano mentre il centro abitato si ritrovo’ in Giordania. Gli abitanti del villaggio [1] ottennero udienza con Moshe Dayan in persona, il quale dopo avere ascoltato le loro ragioni rispose in soldoni: guardate, a me la cosa che importa e’ che nessuno rompa i coglioni alla ferrovia, quindi facciamo che voi promettete di aiutarci a proteggerla e noi vi promettiamo facilita’ di accesso alle vostre terre, comprese quelle in territorio israeliano.
Si tratta di una delle poche storie coinvolgenti frontiere, israeliani e arabi che possa essere definita “carina”, e come molte storie carine sembra destinata a finire male.
Infatti da alcuni anni l’esercito israeliano insiste che il completamento del celebre Muro di Separazione deve assolutamente passare accanto alla ferrovia. Gli abitanti del villaggio sono terrorizzati perche’ perderebbero accesso a una bella parte delle loro terre (sembra gli sia stato promesso che avranno accesso facilitato attraverso un check point ma l’esperienza dei compatrioti in situazioni simili in altre parti del Muro li porta a essere abbastanza diffidenti); gli esperti sia stranieri che israeliani sono preoccupati che le millenarie terrazze di Battir e il sistema di irrigazione che data dai tempi di Gesu’ siano danneggiati irreparabilmente [2]; persino gli abitanti della colonia ebraica li’ accanto [3] si lamentano perche’ la barriera ostacolerebbe la loro tumultuosa crescita urbana.
Per salvare le bellezze di Battir, gli abitanti si sono attivati per farle riconoscere Patrimonio mondiale dell’Umanita’ dall’UNESCO (link), pensando che forse qualcosa di buono, e di concreto, sarebbe venuto dal recente riconoscimento della Palestina da parte di questo organismo internazionale. Ma c’e’ una cosa che bisogna ricordarsi quando si parla di Israele e Palestina: che per quasi ogni storia in cui i governanti israeliani fanno la figura degli oppressori, ce n’e’ una in cui i proto-governanti palestinesi fanno quella dei cialtroni (link).
Adesso l’esercito e’ tornato a spingere per la costruzione del Muro, e gli abitanti riprendono a fare lobbying disperato con l’appoggio di chi ha a cuore la preservazione. Per alcuni giorni a fine gennaio la faccenda e’ stata quotidianamente nei giornali, ma adesso non sappiamo come e’ finita (se e’ finita).

E quindi, per farla breve, per inaugurare il libro ci siamo fatti una delle belle camminate di Battir, tra tombe romane, muri a secco e campi coltivati, che non si sa mai che la prossima volta ci sia un muro di 8 metri di altezza e dei cecchini.

[1] Il libro racconta l’episodio attribuendo a uno specifico individuo il merito della negoziazione, ma non ho ritrovato l’informazione sul web. Questo stesso mitologico individuo, secondo il libro, avrebbe anche determinato il fato stesso del villaggio durante la guerra del ’48-’49: rimasto solo nel villaggio gia’ evacuato, la leggenda dice che passo’ il tempo ad accendere e spegnere le luci di tutte le case e far fare ammuina al bestiame, in modo da convincere gli israeliani che il villaggio era ancora occupato e cosi’ evitare che fosse catturato (e finisse cosi’).

[2] I preservazionisti israeliani sono riusciti a ottenere qualche successo, quantomeno nel ritardare la costruzione, facendo leva sul fatto che si tratta di un sito storico anche per la storia ebraica.

[3] Una cosa incredibile e’ che ovunque si vada in Cisgiordania c’e’ sempre una colonia ebraica li’ accanto. Di solito sono riconoscibili per la compattezza:

Le si vede e ci si chiede di cosa consista l’economia di un posto del genere, a parte i sussidi che lo stato israeliano da’ ai coloni (piu’ il sussidio di ultraortodossia a quelli che sono ultraortodossi), visto che non coltivano la terra. Wikipedia ci dice che in effetti in media gli abitanti non fanno molto.

4 pensieri su “Camminando la Palestina – episodio 1: Battir e la promessa di Moshe Dayan.

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