Forbidden, dangerous for your life, and illegal.

Domenica scorsa siamo andati a trovare un’amica, anche lei straniera, a Ramallah. Per me era la prima volta, mentre mia moglie ci va ogni suo giorno lavorativo.
Per un gran numero di palestinesi con permesso di lavoro in Israele, l’unico punto di attraversamento permesso e’ il notoriamente spaventoso check-point di Qalandia, dove ore di attesa sono da prevedere. Noi, privilegiati stranieri, abbiamo il badge UN di mia moglie che ci permette di usare i check-point per diplomatici.
Ramallah e’ la capitale amministrativa dei territori palestinesi, e assieme ad alcuni campi profughi che la circondano e’ una delle enclave urbane definite Zona A negli accordi di Oslo (ovvero sotto controllo palestinese sia per quanto riguarda l’amministrazione che per la sicurezza). Ogni volta che si entra in Zona A, un grande cartello rosso avverte i cittadini israeliani che entrare in Zona A e’ (cito letteralmente) proibito, pericoloso per la propria vita, e illegale. Trovo affascinante il fatto che “proibito” e “illegale” non siano considerati come sinonimi, e quindi valga la pena menzionare le due qualifiche separatamente. Mi trovo a speculare se questo non tradisca il fatto che ci siano, in effetti, molte cose che sono perfettamente legali ma lo stesso proibite, per motivi di sicurezza.
Tutti gli stranieri (anche senza status diplomatico) sono le persone piu’ libere di Israele e Palestina. Noi possiamo passeggiare bel belli dove i palestinesi non possono entrare, ma anche dove gli israeliani non possono entrare (tranne quando sono in servizio militare e devono partecipare a un raid – ma non credo sia la condizione ideale per gustarsi il piacere della visita).
Dopo una piacevole giornata passata insieme alla nostra amica in un ristorante carino, e dopo aver attraversato il caotico ma simpatico centro di Ramallah, abbiamo raggiunto il nostro check-point privilegiato, pronti a mostrare il badge. A volte i soldati dei check-point sono glaciali e ostili, a volte sono simpatici. Nessuno sceglie di essere li’, e il servizio militare e’ obbligatorio per tutti gli ebrei (uno dei rari privilegi degli arabi israeliani e’ l’esserne esentati [1]), per cui sappiamo bene che il ragazzo col mitra puo’ veramente essere chiunque. In questo caso e’ un ragazzo dalla pelle scura (etiope?) con un’aria cool e con uno smagliante sorriso, che ci chiede “how are you?” [2]. La cosa e’ talmente eccezionale [3] che non capisco e mi faccio ripetere la domanda. Dopo avergli detto che stiamo bene, ci chiede sempre giulivo: “and how was Ramallah?”, e istintivamente gli rispondo “very nice!” (sia perche’ lo pensavo, sia per il riflesso per cui si rispondono sempre cose carine a chi chiede opinioni su un posto – incongruamente, visto che lui non ne era un abitante ma anzi un “avversario”). Lui ha una reazione sorpresa e dice “really?”, e conclude aggiungendo che lui avrebbe molta paura ad andarci.

L’indomani, per caso, era il giorno in cui ho iniziato la mia collaborazione con un istituto di ricerca israeliano. Tale istituto e’ ben lontano da Gerusalemme e dalle sue follie.
Li’ conosco un professore con cui collaborero’, che ha vissuto tanti anni negli Stati Uniti ed e’ da poco tornato in patria per un anno sabbatico, e racconta al gruppo che giusto il giorno prima ha visitato Gerico con la sua famiglia. Da ragazzo andava spesso a Gerico, ma adesso e’ Zona A e, come detto sopra, non potrebbe entrarci. A differenza di Ramallah pero’ non c’e’ un check-point all’ingresso (solo il cartello rosso minaccioso) e quindi ci e’ entrato e basta. Ad accompagnarlo, racconta, un folkloristico beduino che non aveva di meglio da fare (guardiano di qualcosa, ma aveva chiesto ai suoi colleghi di coprirlo mentre faceva da guida alla simpatica famiglia israeliana) e che gli aveva soltanto raccomandato di parlargli in inglese e non farsi sentire parlare ebraico.
Vista l’evidente apertura culturale dei miei interlocutori, quando mi hanno chiesto cosa fa esattamente mia moglie ho deciso di raccontare la storia intera (per alcuni interlocutori infatti preferisco fermarmi all’informazione che ha a che fare con l’ONU e lasciare che credano che l’ufficio sia a Gerusalemme), ovvero anche i dettagli che quotidianamente ha a che fare con l’Autorita’ Palestinese, e che il suo ufficio si trova a Ramallah. La cosa ha destato una certa sorpresa. Nessuna ostilita’, ma un “what the fuck” sembrava aleggiare nell’aria. Qualcuno, sulla stessa nota di affascinato sgomento, mi ha chiesto: “e tu… ci sei stato, a Ramallah?”, e ho risposto che per caso c’ero stato proprio il giorno prima. Volevano sapere come fosse, e ho cercato di descriverne l’essenziale normalita’ (l’occidentalita’, per quanto sia poco politicamente corretto dirlo). Una ragazza ha commentato che avrebbe avuto paura ad andarci. La dissonanza tra l’evidente immagine mentale che ha del posto e la mia impressione del centro di Ramallah sono difficili da spiegare. Mi dico che probabilmente lei ha ragione, in quanto israeliana ebrea. E forse anche in estensione agli stranieri privilegiati come me, se si considerano i campi profughi e le zone piu’ complicate (ci saranno sicuramente delle zone piu’ complicate) della citta’. Pero’ mia moglie non rischia quotidianamente di essere fatta a pezzi dagli arabi, e suppongo che gia’ questo sia un punto non ovvio per tutti e meritevole di enfasi.

Mi sono fatto una riflessione sulle barriere di sicurezza e le reciproche ostilita’ come fattori che si rinforzano reciprocamente, ma e’ spiegato meglio in una pagina in cui mi sono imbattuto googlando i check-point:

Worthy of note is the fact that the permanent checkpoints themselves came into being not during periods of violence but actually begun in 1993, at the beginning of the Oslo “Peace Process”. Thus rather than building bridges between people, the “peace process” brought a new level of separation between Arab and Jew. While growing up in the 1970s and 1980s, I recall frequent amiable interactions with Israelis, shopping in West Jerusalem, going to the beach in Tel Aviv, visiting Jewish family friends and seeing Israeli tourists in Ramallah. This kind of interaction was made all but impossible with the checkpoints. The generation of children growing up in the 1990s sees the other side only from behind barriers, either as children throwing stones or as fully-armed occupation soldiers or settlers. From this point of view, it is no surprise that the Oslo Process crumbled to a situation far more violent than the pre-Oslo conflicts.

[1] A pagina 14 e 15 di questo report viene spiegato come questo fatto venga sfruttato per fare una discriminazione razziale senza dichiararla come tale: vari benefici sociali e vari lavori sono vincolati all’avere svolto il servizio militare o almeno all’essere elegibili allo stesso.

[2] Ci era gia’ capitato una volta che un ragazzo ebreo-etiope con un grosso mitra ci chiedesse “how are you?”, ma in quel caso il suo tono era volutamente minaccioso. Eravamo, con la nostra bimba, in una macchina dell’ONU guidata da uno chauffeur palestinese che ci accompagnava a visitare un asilo a Ovest e si era perso, e aveva avuto la brillante idea di accostare per digitare meglio l’indirizzo sul gps senza notare che si trovava di fronte al Palazzo Presidenziale.

[3] Qualche giorno dopo, a cena con altri espatriati, ci e’ stato raccontato un episodio ancora piu’ sorprendente avvenuto allo stesso check-point, per cui uno si chiede se si trattasse sempre dello stesso soldato o se i check-point diplomatici siano talmente poco frequentati che i soldati di guardia aspettano disperatamente che passi qualcuno per fare due chiacchiere e non impazzire di noia. L’episodio era il seguente:
Soldato: “Senta, posso farle una domanda?”
Straniero: “Mi dica pure”
Soldato: “Ma lei pensa che ci sara’ la pace, prima o poi?”

Un pensiero su “Forbidden, dangerous for your life, and illegal.

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