Lo Shabbat del villaggio.

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Parlando ancora di luoghi comuni: gli ultraortodossi di Israele non godono di buona fama, ne’ tra la comunita’ di espatriati ne’ tra gli israeliani laici.
Da un’agente immobiliare israeliana (laica, sebbene il cui ufficio sia in una piazzetta del quartiere maggioritariamente ultraortodosso di Ramat Eshkol):
“In quali quartieri siete interessati a cercare?”
“Mah, mia moglie deve raggiungere ogni giorno Ramallah [1], quindi piu’ o meno qualunque cosa all’Est, ma anche i quartieri piu’ centrali dell’Ovest andrebbero bene.”
“Sua moglie non ha l’obbligo dal suo datore di lavoro di vivere in un quartiere arabo?” [2]
“Sembra che, sebbene sia incoraggiato, non sia obbligatorio.” [3]
(ridacchiando) “Pero’ immagino che non vivreste in un quartiere ultraortodosso…”
(in un afflato di correttezza politica) “Beh perche’ no, non abbiamo nulla contro di loro.”
(dopo un istante di silenzio) “Pero’… uhm… loro potrebbero avere qualcosa contro di voi.”

Anche le principali guide turistiche avvertono che durante lo Shabbat (dal tramonto di venerdi’ a quello di sabato) guai a chi guida nei quartieri ultraortodossi, e che nei piu’ estremi di essi anche solo a passeggiarci (se non si e’ vestiti come loro) ci si puo’ beccare dei sanpietrini in testa. E l’aneddotica non e’ parca di racconti di stranieri che, pur vivendo in quartieri ebraici a dominanza laica, hanno avuto problemi buffi con vicini ultraortodossi (tra le piu’ raccontate sono le secchiate d’acqua sporca dal balcone per punire la rumorosita’ durante lo Shabbat).
(Tuttavia, durante una nostra passeggiata nella parte bene di Ramat Eshkol nel mezzo di un Shabbat che era per giunta pure Hannukah, abbiamo riscosso solo sorrisi dai passanti, e pochissime – zero, per chi ama la precisione – secchiate in faccia.)

Quando siamo arrivati, e per le prime due settimane, il nostro alloggio in sub-affitto si trovava in una striscia di tre o quattro proprieta’ palestinesi (tutte appartenenti alla stessa famiglia, e contenenti una nutrita colonia di ONUsiani), un’isola araba completamente circondata da quartieri ebraici ad alta densita’ abitativa, French Hill e il su menzionato Ramat Eshkol. Il piu’ vicino supermercato si trovava in quest’ultimo, e cosi’ il mio primo contatto con la societa’ israeliana e’ stato con questa particolare comunita’. Circa ogni giorno, in quel periodo iniziale in cui Gaia non andava ancora all’asilo nido e io facevo il babysitter a tempo pieno, andavamo io e lei a fare una passeggiata li’ per comprare qualche cosa.
Il personale non e’ ultraortodosso (al massimo gli uomini portano la kippah) ma la stragrande maggioranza dei clienti si’. (Occasionalmente si vede anche qualche arabo [4]. Per la durata di quelle prime due settimane, la mia aspettativa che gli ebrei si distinguessero dagli arabi perche’ piu’ occidentali e’ stata capovolta.)

Non posso vantare di aver imparato nulla di significativo sulla cultura ultraortodossa tramite qualche acquisto di pannolini e verdure, ma almeno posso dire di aver avuto un’impressione superficiale molto diversa da tanti altri che ci avevano messo in guardia verso una loro diffusa scortesia, e malcelata ostilita’ contro gli stranieri. La scortesia diffusa l’ho trovata tra il personale del supermercato, che come detto sopra sembrava essere interamente laico (e in maggioranza parlante lingue slave, a giudicare dal suono delle loro conversazioni tra loro [5]), ma e’ stata mia esperienza frequente che clienti ultraortodossi a caso si offrissero spontaneamente per aiutarmi con la traduzione e difendermi dall’aggressivita’ di qualche cassiera irata per la mia lentezza. [6]
Forse solo qualche volta ho riscontrato ostilita’ nello sguardo ultraortodosso nei miei confronti, ma si trattava invariabilmente di adolescenti. Nell’ipotesi che quell’ostilita’ non fosse solo una mia interpretazione paranoica, posso immaginare come un adolescente possa trovarsi in una fase identitaria nutrita di opposizione al diverso.
Piu’ di un ultraortodosso, dopo essersi fatto in quattro per aiutarmi, mi ha insegnato come si dice “grazie” e “prego”. (Con mia vergogna, continuo a dimenticarmeli dopo pochi secondi. Per fortuna non reincontro mai lo stesso, per cui non possono saperlo.)

Mi sono chiesto come mai tanti stranieri riportino esperienze cosi’ diverse dalla mia riguardo la cortesia degli avventori di quel supermercato. Una mia ipotesi e’ che abbia a che fare col fatto che fossi sempre in giro con una bambina piccola. Gli ultraortodossi, come gli arabi (e anzi ancora piu’ di loro), sono caratterizzati da un’altissima fertilita’, e si puo’ immaginare come questo possa portare a incasellare lo straniero con prole piu’ nella categoria di chi ha i propri stessi problemi pratici primari che in quella di chi non appartiene allo stesso gruppo etnico-religioso.
(Va notato come uno dei motivi della loro scarsa popolarita’ tra gli israeliani laici sia legata al fatto che, in quanto studiosi di teologia, sono esentati dal servizio militare e ricevono un sussidio, e si puo’ immaginare come anche il piu’ sionista degli angry taxpayers sia, prima di tutto, un angry taxpayer.)

Gli ultraortodossi ovviamente non hanno tutti lo stesso identico aspetto, sebbene le features essenziali siano istantaneamente riconoscibili. Alcuni hanno i riccioli, altri no, alcuni la testa rasata, alcuni portano dei cappotti molto lunghi. Qua parlo degli uomini, mentre per le donne l’unica descrizione collettiva che saprei dare e’ “testa coperta, gonna sotto il ginocchio, sensazione di anni ’20, di solito niente calze”. Le adolescenti ultraortodosse mescolano le feature di cui sopra con un’innegabile aria di abbigliamento adolescente all’occidentale, mentre gli adolescenti e i bambini ultraortodossi sono solo versioni piu’ basse degli adulti. [7]

Gironzolando in un negozio di giocattoli del quartiere, ho trovato una versione ultraortodossa della tipica casetta con famiglia felice. L’abbigliamento e’ ultraortodosso e i bambini sono una mezza dozzina. Questo mi ha fatto riflettere su come uno degli scopi di questi giochi [8] sia, in fondo, insegnare le norme della societa’ in cui si cresce. Almeno quelle desiderate. (Per dire, anche da noi non ho mai visto versioni con genitori multirazziali o gay.)
Se ne vedro’ una versione araba (con veli in testa alle femmine [9] e, meglio ancora, padre dagli ampi baffi) credo che la comprero’ assieme a quella ebraica ortodossa, e lascero’ poi a Gaia il compito altamente simbolico di mescolarne le figurine a caso.

[1] Avremmo preferito infatti risiedere a Ramallah, che non solo sarebbe stato piu’ comodo (sembra ci sia pure un buon asilo) ma ci viene detta essere una cittadina molto gradevole, nonche’ molto piu’ sicura e priva delle tensioni di Gerusalemme. Pero’ Ramallah, come tutti i Territori Occupati Palestinesi, e’ classificata come “non-family-friendly duty station” dall’ONU (deriva dal fatto che la sua situazione politica e’ classificata come “volatile”), per cui una dipendente con prole non e’ autorizzata a viverci. Ed ecco che, per il bene della nostra sicurezza, residiamo a Gerusalemme, dove la probabilita’ di beccarsi una pallottola vagante per strada e’ molto piu’ alta che a Ramallah.

[2] C’e’ una certa pressione sui lavoratori dell’ONU per vivere nei quartieri arabi come una forma di supporto indiretto alla popolazione locale. Questa cosa mi ha sorpreso quando l’ho saputa, perche’ mi aspettavo che l’ONU ci tenesse a dare un’impressione di neutralita’. Quello che ho capito finora e’ che tra Israele e l’ONU la reciproca ostilita’ e’ abbastanza esplicita, dopo decenni di risoluzioni ONU ignorate.

[3] Questa storia del supporto tramite pagamento di affitti ai padroni di case palestinesi e’ criticata da molti: gli affitti all’Est sono ridicolmente alti (abitare una casa brutta in un quartiere privo di servizi e dall’estetica di un film di Cipri’ e Maresco ha un costo per metro quadro comparabile con Parigi o Ginevra), e l’effetto netto e’ che tanti palestinesi non-padroni-di-case sono costretti a lasciare Gerusalemme perche’ non possono permettersela. Quindi si tratta di un supporto economico indiretto verso le elite, e di un aumento della disparita’.
Non che abitare a Ovest sia economico, ma almeno ci sono ottimi servizi e tanto verde pubblico. Comunque alla fine abbiamo trovato un buon compromesso a Est.

[4] In quegli stessi giorni visitavamo appartamenti e asili, soprattutto nei quartieri arabi, per i motivi della nota [2], ed esitavamo molto a dire dove abitavamo, perche’ nonostante affittassimo da un palestinese (attraverso il sub-affitto da un altro expat) quell’area e’ nota come molto ebraica. Una volta che un palestinese ci accompagnava a casa, dopo avergli spiegato la direzione facendo estrema attenzione a iniziare la frase con “Si tratta di una casa palestinese che si trova …”, ne abbiamo approfittato per chiedergli dove andasse lui a fare la spesa. Ricostruendo poi la direzione, si trattava dello stesso supermercato ultraortodosso dove andavamo gia’.

[5] L’ebraico, che nella versione moderna e’ una lingua artificiale (gli ebrei locali, prima del 1948, parlavano soprattutto aramaico), e’ usato come lingua franca ma e’ normale sentire membri di famiglie ebraiche parlare tra loro un’altra lingua, di solito inglese (con accento americano) o russo. Nei negozi ebraici alcuni prodotti hanno scritte solo in ebraico, altri in ebraico e russo, altri sono ampiamente multilinguistici (comprendenti anche l’arabo). Nei quartieri arabi le insegne dei negozi sono normalmente in arabo e inglese.

[6] Il secondo supermercato piu’ vicino era a French Hill, e nonostante avesse in comune con quello di Ramat Eshkol la presenza di una guardia armata all’ingresso, aveva per me l’appeal della normalita’ e della cortesia. Riguardo la differente cortesia degli impiegati, la mia ipotesi e’ che quello di French Hill paghi salari migliori. (Ipotesi suffragata dal fatto che ci si trovano marche piu’ costose.)

[7] Tra gli ebrei non abbastanza osservanti da mettere il cappellone nero ma abbastanza da mettere la kippah, mi e’ capitato di vedere bimbi con delle kippah da bimbi. Nel senso di decorazioni divertenti (robottini, ecc.). Ho in programma di comprarne qualcuna come ricordo, anche se non penso di pubblicizzarne troppo il possesso mentre saro’ a Gerusalemme Est.

[8] Visto anche, a casa di amici: fattoria musicale di Old McDonald in cui pero’ manca il maiale e, sorprendentemente, pascola un ippopotamo (che grugnisce). Giusto per ricordarci che sui tabu’ alimentari primari queste due culture sono alleate, ed i giocattolai stranieri si adattano.

[9] I veli sono diffusi ma le coperture integrali no (ne abbiamo viste solo nella Citta’ Vecchia). Comunque, sono diffuse anche le ragazze che al velo abbinano trucchi sgargianti e abiti attillati.

2 pensieri su “Lo Shabbat del villaggio.

  1. Pingback: Shabbat Bloody Shabbat. | unfisicoagerusalemme

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