Una terra con tanti problemi, ma non mi aspettavo il problema della neve.

Ovvero: i presepi innevati non sono cosi’ irrealistici come siamo soliti credere.

Siamo arrivati l’1 dicembre nel mezzo di un’ondata di calore anomalo. Atterrati a Tel Aviv abbiamo trovato 28 gradi. Un po’ di meno a Gerusalemme, ma comunque tempo da vestiti leggeri. Appena arrivati dal Belgio dove avevamo passato una settimana [1] con pochi gradi sopra lo zero e una pioggia costante, eravamo male equipaggiati per il caldo anche se ci siamo rassicurati sull’astuzia di aver lasciato i vestiti e le scarpe piu’ pesanti nel Nord Europa. Questo post e’ per raccontare quanto ce ne siamo appena pentiti.
All’inizio della nostra seconda settimana, il tempo ha cominciato a diventare freschino. Giovedi’, una leggera nevicata ha portato il caos nella citta’ impreparata: collasso dei trasporti, asili e scuole chiuse, gente eccitata per strada che scattava foto e lanciava palle di neve sporca. In quel momento abbiamo capito che tutti i nostri piani per un densissimo weekend rischiavano di saltare se avesse nevicato ancora: venerdi’ mattina dovevamo trasferirci dal nostro alloggio temporaneo a quello definitivo con l’aiuto di un autista dell’UNESCO, il pomeriggio avrei dovuto lavorare duro per compensare parte del tempo perduto e collegarmi in videoconferenza a un meeting importante, il sabato avremmo dovuto farci dare una macchina in sub-affitto, sabato e domenica conoscere varie potenziali bambinaie per Gaia (gli asili internazionali qui lavorano solo fino all’1, per inestricabili ragioni, e sono anche chiusi il venerdi’ perche’ e’ quando le maestre musulmane riposano [2]), e in tutto questo mettere a posto la nuova casa.
Ma le nostre preghiere sono state disattese e il Dio della Meteo ci ha fatto conoscere la sua ira: venerdi’ mattina ci siamo svegliati con il giardino e i marciapiedi pieni di neve fino a meta’ polpaccio, vari alberi abbattuti, l’ovvia comunicazione dall’autista dell’UNESCO che non aveva assolutamente modo di aiutarci, un blackout in parecchi quartieri della citta’ compresi quelli sia del vecchio appartamento che del nuovo. (Un’implicazione del blackout che non e’ ovvia per tutti gli europei e’ che, conseguentemente, manca anche il riscaldamento, che qui e’ quasi ovunque elettrico)
Di fronte al dilemma se fosse meglio restare nel vecchio appartamento o installarci gia’ nel nuovo, abbiamo deciso di portarci quantomeno avanti col lavoro e occupare il nuovo. Primo viaggio tutti e tre insieme con un paio di bagagli, poi ne ho fatti altri tre attraversando la neve alta (e in via di scioglimento, quindi inzuppandomi per bene le scarpe e i pantaloni) per recuperarne altri.
Via via le strade principali si liberavano, e incidentalmente ho incrociato un lungo corteo di auto diplomatiche nere con vetri affumicati, protette da varie auto della polizia (da una delle quali un poliziotto mi ha urlato qualcosa in ebraico, forse un invito a non fermarmi li’ a guardare e a farmi piuttosto i cazzi miei). Successivamente ho saputo che Kerry era in citta’ e che la neve gli aveva fatto cambiare leggermente l’agenda degli incontri con le autorita’ israeliane e palestinesi. Come posso lamentarmi dei ritardi nella mia agenda pratica, quando a essere ritardata e’ addirittura la Pace?
Il soleggiato pomeriggio di venerdi’ ha illuso molti locali che il ritorno alla normalita’ sarebbe stato rapido, ma noi esperti di climi piu’ nordici sapevamo invece che peggiori sciagure sarebbero seguite non appena il gelo della notte avrebbe trasformato il problema neve in problema ghiaccio [3]. In piu’, la notte ha portato una seconda nevicata di proporzioni simili alla prima.

Mentre vari quartieri della citta’ sono usciti dal blackout prima della fine del primo giorno, il nostro quartiere e’ rimasto al buio un po’ di piu’. E quando tutte le case dei dintorni hanno cominciato a illuminarsi, noi abbiamo continuato a stare al buio e al freddo, a dormire vestiti e col cappotto sotto vari strati di coperte e cercare rifugio per alcune ore ogni giorno nell’hotel dirimpetto, per cambiare la povera Gaia senza traumatizzarla troppo, controllare le mail, ricaricarci un po’ di calore prima di affrontare un’altra dura notte.
Il nostro padrone di casa, che abita al piano di sotto e aveva quindi il nostro stesso interesse a risolvere il problema, ha passato questi giorni a tempestare di telefonate tutti quelli che poteva disturbare nella compagnia elettrica araba. Il venerdi’ mattina, con l’aria di chi e’ ben conscio del proprio status e dei propri privilegi, ci ha informato con ottimismo che aveva il numero di telefono privato di un suo ex studente all’universita’ che e’ attualmente un manager alla compagnia elettrica, che purtroppo non rispondeva ancora al telefono ma sicuramente avrebbe poi messo pressione su chi di dovere. Visto come e’ finita, ci chiediamo che voto doveva aver messo a quello studente.

La normalita’ e’ tornata (per noi) la domenica sera. Al momento di scrivere questo post non so ancora cosa abbia causato questo ritardo (a un certo punto abbiamo ipotizzato che la cosa avesse a che fare con un grosso ramo di un albero caduto sui cavi elettrici proprio di fronte a casa nostra, ma ci e’ stato detto di no). Mentre ci rallegravamo, e commentavamo che il lunedi’ sarebbe stato normale e che probabilmente eravamo l’ultima casa di Gerusalemme ad uscire dal blackout, abbiamo scoperto che entrambe queste affermazioni erano false: ci ha chiamato la direttrice dell’asilo di Gaia per avvertire che loro sarebbero rimasti ancora chiusi perche’ l’intero quartiere (Beit Hanina) era ancora senza elettricita’ e le strade ancora ingombre di neve.
Nel mio post d’apertura avevo commentato che qui qualunque cosa, anche la piu’ terra-terra, sembra inestricabilmente connessa alla situazione Israelo-Palestinese, e infatti ecco che anche qua fa capolino la faccenda: Beit Hanina e’ un quartiere periferico al 100% arabo, che Israele considera a tutti gli effetti parte della municipalita’ di Gerusalemme (facendo infatti pagare le tasse municipali) e non della West Bank, ma senza provvedere quasi alcun servizio con l’esclusione dei pattugliamenti di polizia. Nessuna sorpresa, quindi, che nella prioritizzazione dei quartieri da riportare alla normalita’ per elettricita’ e trasporti venga dopo i quartieri dell’Ovest, i quartieri ebraici dell’Est, e il nostro quartiere che e’ arabo (con qualche insediamento ultra-ortodosso in case espropriate) ma che e’ sede di organizzazioni internazionali e consolati e ha probabilmente piu’ abitanti stranieri che autoctoni.

Stamattina, l’ultimo strascico (per me) del disagio nevoso ha anche portato un’interessante lezione culturale. Dovendo andare all’aeroporto di Tel Aviv [4] per prendere un aereo per Ginevra, avevo prenotato da lungo tempo il servizio di un gentile tassista arabo [5,6] che ci era stato consigliato e che ci aveva fatto un buon prezzo quando eravamo arrivati. Lo attendevo per le 9:15 ma visto che nella prima circostanza si era incasinato con l’orario ho preferito assicurarmi che non si sbagliasse di nuovo, e l’ho chiamato alle 8:15. Mi ha risposto che la strada per Tel Aviv forse aveva dei problemi, ma che avrebbe controllato. Sono quindi rimasto in attesa di sue notizie, e ho fatto un tentativo a vuoto di contattarlo, fino alle 9:15 quando sono entrato in panico. Dopo aver ormai prenotato un altro taxi, che sarebbe passato verso le 9:45, alle 9:40 mi ha chiamato incazzato: era li’ dalle 9 che mi aspettava nel luogo dell’appuntamento (di fronte all’hotel menzionato sopra). Il suo cellulare era scarico ma l’aveva appena ricaricato all’ingresso dell’hotel, quel tanto che bastava a chiamarmi. Ho deciso di affidarmi a lui (cancellando l’altro taxi, che si e’ incazzato lo stesso, ma almeno del mio uomo sapevo che era piu’ economico) e l’inizio della nostra conversazione in macchina e’ stata una ramanzina sul fatto che lui e’ una persona che mantiene la sua parola e se dice 9:15 e’ 9:15, caschi il mondo, e che se dice “devo controllare lo stato della strada” non vuol dire che ci sia la possibilita’ ipotetica che non si possa viaggiare, ne’ che abbia alcunche’ da comunicarmi al riguardo, visto che il mio arrivo all’aeroporto e’ garantito dal suo codice d’onore e che l’unica cosa che deve controllare e’ quali leggi dello spazio e del tempo sconfiggere per portarmi sano e salvo a destinazione.
(L’autostrada era infatti bloccata, ma lui conosce strade alternative, e sono effettivamente arrivato. Solo due ore prima della partenza, anziche’ le tre ore raccomandate per i controlli, ma alla fine e’ andata bene.)

[1] Io ho un posto all’universita’ belga di Louvain-la-Neuve, mia moglie e’ belga, ma abbiamo passato gli ultimi due anni nel Pays de Gex (Francia), alla frontiera con il cantone di Ginevra, perche’ in questo biennio sono stato responsabile delle simulazioni di un esperimento del CERN. Per noi sarebbe stato quindi piu’ comodo partire da Ginevra, ma per motivi ottusamente burocratici legati al fatto che il posto di mia moglie e’ finanziato dalla cooperazione belga si poteva solo partire da Bruxelles. Poco male perche’ abbiamo approfittato per salutare la famiglia e gli amici di mia moglie (e permettere a nostra figlia di farsi sommergere di regali di Saint Nicolas dal nonno belga) e, nel mio caso, i miei colleghi all’universita’ e informarli del piano di passare meta’ del tempo lavorativo in Terra Santa.

[2] Senza pero’ che compensino sabato e domenica, perche’ e’ quando i genitori internazionali non ne hanno bisogno.

[3] Mentre andavo da qualche parte la domenica mattina, un anziano arabo che sembrava uscito da una storia di Corto Maltese mi ha rivolto la parola per chiedermi se dalle mie parti c’e’ pure la neve [a] e infine segnalare con aria ieratica, battendo il ghiaccio con il suo bastone, “thiz iz like stone! like stone!”.

[4] Da molti anni, Gerusalemme non ha piu’ un aeroporto.

[5] Gli arabi di Gerusalemme Est, dopo l’annessione nel 1967, non sono considerati cittadini israeliani a tutti gli effetti, differentemente da quelli nei territori conquistati nella guerra del 1948-49, ma hanno una “Jerusalem ID” che da’ accesso ai servizi israeliani e al voto nelle elezioni municipali. Sono quindi autorizzati ad avere una targa israeliana e quindi a percorrere anche le strade che sono proibite alle macchine palestinesi, cioe’ tutte quelle israeliane piu’ alcune strade della West Bank che portano a colonie ebraiche. (Le altre strade della West Bank sono similarmente proibite agli israeliani, credo per proteggere la loro incolumita’.)

[6] Sebbene il passaggio del primo check-point sia stato quasi altrettanto smooth che passare la frontiera tra Francia e Svizzera, arrivati nelle vicinanze dell’aereoporto siamo stati fermati ed interrogati entrambi separatamente. Mentre aspettavamo che finissero di controllare la sua carta d’identita’, il tassista mi ha spiegato che se alla domanda “da dove venite” lui avesse risposto “Tel Aviv” saremmo passati senza problemi, ma siccome venivamo da Gerusalemme era automatico che scattassero i controlli visto che c’e’ una probabilita’ su due che l’autista sia palestinese. E dare una falsa risposta non era un’opzione saggia.

[a] Per chi fosse curioso: no, se per “dalle mie parti” intendiamo Catania dove ho vissuto fino all’eta’ di 23 anni. In quel lasso di tempo ha nevicato solo due volte in citta’, entrambe le volte pochi centimetri. Pero’ da noi si portano i bambini nei weekend d’inverno a conoscere la neve sull’Etna. E comunque i vari anni tra Belgio e Svizzera mi hanno permesso di conoscere un po’ la neve. Assicuro che questa nevicata sarebbe stata considerata abbastanza distruttiva anche in quei paesi.

2 pensieri su “Una terra con tanti problemi, ma non mi aspettavo il problema della neve.

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