L’importanza del pezzo di carta.

[Disclaimer: Questo post l’ho scritto tra domenica 9 e martedi’ 11, con lentezza estenuante perche’ fatico a trovare ritagli di tempo. Ho provato ad incorporare nel testo tutte le notizie (brutte) che arrivavano, poi mi sono arreso. Quindi tutte le notizie che menziono sono obsolete gia’ in partenza. D’altra parte, penso, se siete interessati alle notizie non le starete cercando qui.]

L’Intifadah silenziosa sembra diventare sempre piu’ chiassosa, e la frequenza tra un omicidio e l’altro si accorcia (tre in due giorni: link, link, e ancora link). Sono morti piu’ israeliani nell’ultimo mese che nei due anni precedenti (fonte). La spirale di violenza va troppo piu’ veloce della mia scrittura, non riesco mai a finire un post prima che ne sia successo un altro, o un altro paio. [1]

Quasi tutti i fatti violenti di queste ultime settimane hanno un protagonista palestinese (compreso l’evento di lunedi’ alla stazione di Tel Aviv: l’assassino e’ un ragazzo di 18 anni di Nablus infiltrato senza permesso attraverso il confine tra la Cisgiordania e “Israele propriamente detto”). [2]
Nell’evento violento del weekend, invece, la dinamica e’ stata diversa. Una pattuglia della polizia israeliana stava entrando a Kafr Kanna (un villaggio arabo nei dintorni di Nazareth) per arrestare qualcuno, e un ragazzo arabo (non la persona che dovevano arrestare) munito di coltello si e’ lanciato contro la macchina e li ha minacciati sbattendo il coltello contro il finestrino della camionetta.
Il primo comunicato della polizia narrava che i poliziotti gli avevano sparato per difendere la propria vita da una minaccia immediata, ma poi e’ spuntato questo video da cui si vede che il ragazzo, in quel momento, stava arretrando e gia’ non era piu’ a distanza tale da poter costituire pericolo mortale immediato:


(Oltre allo sparo in se’, notare come viene afferrato e trascinato il moribondo. Una volta ho fatto un corso di pronto soccorso, e decisamente non raccomandavano di portare cosi’ uno ferito al torso.)

Si direbbe quindi il tipico episodio in cui con “autodifesa” si intende “eccesso di reazione”. E’ un piccolo equivoco che capita ogni tanto ai poliziotti di tutto il mondo, e in tutto il mondo causa discussioni accese tra chi pensa che il poliziotto debba passare un grosso guaio e chi tifa per l’abbattimento senza se e senza ma di chi disturba il suo pubblico ordine.

L’episodio sarebbe abbastanza tipico se fosse successo in Cisgiordania (dove la risposta sproporzionata fa parte di una tradizionale dottrina di deterrenza – ad es.), ma e’ molto inusuale in Galilea, dove gli arabi sono cittadini israeliani.
Si confronti in particolare questo evento violento con l’evento violento di Bitunya, in Cisgiordania, durante l’ultimo Nakba Day, di cui parlai nella nota 1 di questo vecchio post, anch’esso caratterizzato da abbattimento a sangue freddo + versione ufficiale basata sull’autodifesa da pericolo immediato + video che la smentisce.

Avevo gia’ notato in alcuni post precedenti come faccia una grossa differenza avere la cittadinanza o no.
Che faccia una differenza legale e’ ovvio, ma a quanto pare fa anche una grossa differenza mediatica. Di abbattimenti in Cisgiordania ne ho letti tanti in questi mesi; tipicamente la “minaccia immediata” per il militare o per il poliziotto della Polizia di Frontiera (la polizia normale non opera la’) sono sassi, e l’autodifesa e’ di solito uno sparo alla testa o al torso. Di solito i giornali israeliani con l’esclusione di Haaretz [3] non menzionano ne’ il nome ne’ l’eta’ della vittima (di solito minorenne) e non danno, o danno con scetticismo (come nel caso di Bitunya gia’ menzionato sopra), la versione dei fatti delle persone vicine alla vittima. In questo caso invece tutti i principali quotidiani davano il nome, l’eta’, mostravano volentieri il video che smentiva la versione della polizia (anche quelli piu’ falchi come il Jerusalem Post), e qualche opinionista criticava il fatto, a sinistra perche’ ingiusto e a destra perche’ e’ inopportuno per le forze dell’ordine fare incazzare gli arabi buoni in giorni gia’ molto delicati con gli arabi cattivi.
In estrema sintesi: la reazione globale e’ stata tutto sommato molto simile a quella dei giornali occidentali in casi simili (si pensi ai giornali italiani per il caso Cucchi, ai giornali americani per l’abbattimento di Michael Brown a Ferguson). [7update]

Un altro esempio di questo filtro psicologico dei giornalisti israeliani (o almeno di quelli dei giornali che conosco e che hanno una versione in inglese) l’avevo notato un paio di settimane e mezzo fa. Ero indeciso se farci un post o no (poi comunque me lo scordai), ma il titolo l’avevo gia’ scelto:

“Io mangio cipolla, e a te piangono gli occhi?”
(Modo di dire siciliano.)

Residents in the Mount Scopus area were experiencing difficulties breathing because of tear gas that was fired in clashes between security forces and Palestinians in Isawiya and Silwan in East Jerusalem. (link)

L’area di Monte Scopus, abitata al 100% da ebrei, e’ molto vicina a dove abitavamo noi, quindi se fossimo ancora la’ avremmo probabilmente scoperto che effetto fanno i gas lacrimogeni [4]. Ma uno si chiede: se i residenti di Monte Scopus hanno problemi a respirare per i lacrimogeni sparati a Isawiya e Silwan, non sara’ lecito chiedersi se hanno problemi a respirare anche i residenti di Isawiya e Silwan? [5]
Vedere mappa (Monte Scopus e’ tra French Hill e Sheikh Jarrah; notare quanta strada deve aver fatto il gas proveniente da Silwan per arrivare li’):

Mappa creata con il tool online di Terrestrial Jerusalem: http://t-j.org.il/JerusalemAtlas.aspx

Mappa creata con il tool online di Terrestrial Jerusalem: http://t-j.org.il/JerusalemAtlas.aspx

Ok, nulla di troppo diverso da, per dire, i giornali italiani quando assumono il punto di vista della maggioranza in vicende coinvolgenti zingari (italiani) o immigrati. Pero’ sorprende in confronto con l’attenzione israeliana per il politicamente corretto, ad esempio anche in documenti ufficiali, musei, parchi, ecc.
(Gia’ avevo notato che c’e’ un surreale scollamento, da quelle parti, tra cio’ che i governanti/amministratori di entrambi i lati dicono e quello che in realta’ fanno; fortunatamente, anche se non sempre, quello che fanno e’ generalmente piu’ pacifico e cooperativo di quello che dicono. Poi e’ da vedere quanto dura.)

A volte uno si chiede se non sarebbe stato meglio per i palestinesi se Israele si fosse semplicemente annesso tutti i Territori Occupati (non solo Gerusalemme Est e Golan) dopo la Guerra dei Sei Giorni, e gli avesse dato la cittadinanza. L’annessione non c’e’ stata perche’ Israele non la voleva, perche’ ad abitare li’ erano troppi: l’annessione avrebbe cambiato l’equilibrio demografico e rischiato sul lungo termine che lo stato avesse una maggioranza araba. (E’ un’ossessione latente dei politici israeliani dal ’48 ai giorni nostri.)
E probabilmente anche la stragrande maggioranza dei palestinesi avrebbero rifiutato, come fecero i residenti di Gerusalemme Est nel 1980 quando la loro parte di citta’ fu formalmente annessa (anche se l’annessione non e’ riconosciuta da nessun altro stato, nemmeno dagli USA), e Israele coerentemente gli offri’ la possibilita’ di richiedere la cittadinanza: il ragionamento fu probabilmente che accettare la cittadinanza sarebbe stato consolidare il nuovo status quo. Con il senno di poi non fu una buona idea, e si aggiunge ai molti episodi a supporto della popolare battuta “i palestinesi non perdono mai un’occasione per perdere un’occasione”.
Lo statuto dei palestinesi di Gerusalemme Est e’ di residenti permanenti, con vari vantaggi rispetto agli altri palestinesi – voto alle municipali, possibilita’ di muoversi liberamente sia in Israele-propriamente-detto che in Cisgiordania (compresa l’Area A), possibilita’ di immatricolare l’auto con la targa gialla israeliana e quindi usarla dove gli pare [6], ecc. – ma possono perdere questo privilegio se qualcuno puo’ provare che il loro “centro di vita” non e’ piu’ a Gerusalemme (ad es., se non lavorano piu’ a Gerusalemme, o se hanno una residenza in Cisgiordania in cui passano la maggior parte del tempo e usano la casa di Gerusalemme solo occasionalmente o per affittarla ad altri). Molti degli espropri di case sono stati basati su questa regola.

Gia’ recensii qui quel documentario che spiegava che, secondo alcuni giudici di Corte Suprema attualmente in pensione che avevano contribuito a costruire l’ossatura legale del bizzarro sistema legale militare dei Territori, l’opzione di applicare semplicemente la legge israeliana tale e quale era stata scartata fin dall’inizio perche’ “se applichi la legge di uno stato a quella popolazione, di fatto la annetti, e se la annetti poi la devi fare votare”.
Si dedurrebbe quindi che c’e’ stato un certo scivolamento verso destra (o almeno verso il fottersene della forma delle cose) negli anni trascorsi tra il 1967 e oggi, perche’ adesso fa parte del discorso politico israeliano l’opzione di annettere la Cisgiordania e dare ai palestinesi cisgiordani lo stesso statuto di quelli di Gerusalemme Est (l’opzione fa parte del programma di uno dei partiti attualmente al governo, Casa Ebraica, che a quanto capisco rappresenta gli interessi e le idee dei coloni religiosi – link).
E qualche giorno fa il consiglio dei ministri ha approvato una legge controversa, che estenderebbe la legge israeliana ai Territori pero’ con un meccanismo sufficientemente complicato da aggirare le obiezioni della Corte Suprema (link). Se capisco bene, il comando militare che funge da legislatore nei Territori sarebbe tenuto da questa legge ad incorporare entro 45 giorni ogni nuova legge israeliana (ma non vale per quelle vecchie) tra le leggi dei Territori.
Chi la propone dice che sara’ vantaggioso sia per i coloni (che gia’ sono cittadini israeliani, ma a quanto pare nei Territori non godono di tutte le tutele israeliane, ad esempio delle leggi sul lavoro) che per i palestinesi; chi la critica sospetta che sara’ usata in modo sufficientemente perverso da fare comunque la differenza. Forse sara’ una mistura delle due cose (dubito che una lobby che ha a cuore gli interessi dei coloni abbia simultaneamente anche a cuore quelli dei palestinesi, pero’ il Levitico (24:22) dice chiaramente “Avrete una stessa legge tanto per lo straniero quanto per il cittadino; poiché io sono l’Eterno, l’Iddio vostro”.)

Immagine completamente off-topic. Cercavo, come illustrazione del post, un’immagine del passaporto israeliano (giusto casomai qualcuno fosse cosi’ tonto da non capire a quale “pezzo di carta” il titolo si riferisce) e sono inciampato in questa immagine, da qui. E’ carina e quindi la lascio.

[1] Oltre agli atti di violenza contro le persone, sono in crescita quelli contro le cose.
Tra vari vandalismi reciproci, passano la soglia della notizia internazionale, simmetricamente, una moschea bruciata in un villaggio palestinese cisgiordano vicino a una colonia, e una molotov contro una sinagoga in Galilea.
Certo, ovviamente che i colpevoli del primo atto siano dei coloni e’ al momento soltanto una congettura:

Shomron Regional Council Head Gershon Mesika, responded to accusations that settlers were behind the torching of the mosque and said: “The person who did this act is a pyromaniac who deserves to be condemned. However, it is important to note that as yet, no Jews have ever been arrested for torching a mosque, which calls for further investigation into the incident.”
(Fonte)

[Shomron e’ la Samaria, cioe’ la parte nord della Cisgiordania.]

Pero’ non e’ una congettura cosi’ campata in aria, visto che lo stesso articolo menziona un caso di incendio di un’altra moschea in un auto-dichiarato caso di “price tag attack”.
In effetti, l’argomento che nessun ebreo sia mai stato arrestato per atti del genere gli si potrebbe ritorcere contro (e sono quasi sicuro infatti di averlo gia’ visto usato dalla propaganda di opposta fazione.)

(Quello che ho capito e’ che non tutti i coloni sono dediti al vandalismo di proprieta’ arabe, anzi molti se non la maggioranza coesistono pacificamente. Pero’ il fenomeno, per quanto probabilmente minoritario, non e’ affatto marginale. Incidentalmente, trovo molto apprezzabile l’Anti-Defamation League che, sebbene la sua missione sia difendere il punto di vista ebraico, a differenza di molti di quelli che si prefiggono di difendere lo stesso punto di vista, non prova affatto a minimizzare il problema o a ribattere con un “eh ma loro invece”.)

[2] Qui si analizza il profilo tipico degli attentatori degli ultimi tempi, per dedurne che in generale sono dei cani sciolti: giovani, single e disorganizzati.
Sebbene questo sembri confermare il mio personale bias (basato su nulla piu’ che l’impressione superficiale ottenuta dalla lettura delle notizie originali), avvertirei pero’ di prendere l’accuratezza dell’articolo con delle grosse pinze, visto che del primo caso dice “He struck and killed a 29-year-old coworker”. Ma come coworker? Leggere il mio post corrispondente e i link al suo interno.

[3] Ma anche Haaretz a volte da’ acriticamente la versione dei fatti dell’Ordine Costituito. L’avevo notato per esempio nel caso del giudice di cui parlai qui.
Secondo uno studio che una volta era riassunto su wikipedia (poi qualcuno edito’) e che chi paga puo’ leggere qui, Haaretz tende ad avere un bias anti-palestinese piu’ spesso che pro-.
(Nonostante cio’ e’ evidente che il giornale ha una linea pro-pace, pro-due-stati, e anti-colonie. Lo stesso articolo dice che e’ meno pro-israeliano del New York Times.)

[4] Una volta qualcuno mi disse che se fossi andato al consolato italiano avrei avuto diritto a una maschera anti-gas da tenere in casa. Pero’ per pigrizia non l’ho mai fatto, considerando che Hamas non sembra avere gas letali e che Bashar al-Assad ha cose piu’ urgenti da fare che bombardare Israele. Non pensavo ai banali lacrimogeni.

[5] Un altro mezzo “anti-riot” molto usato e’ il classico idrante, che si usa pure da noi (ma da noi e’ praticamente alla parte superiore dello spettro, li’ mi sembra piu’ sulla parte bassa), in una variante che quando non ci sei di fronte puo’ anche fare ridere un po’ (lo confesso: io la prima volta ho riso un po’): invece dell’acqua, il camion cisterna spruzza liquidi maleodoranti. Pur non essendo mai stato presente mentre veniva spruzzato, so che odore ha e posso assicurare che e’ veramente mefitico. Avevo sentito questo odore a Betlemme e vicino alla citta’ vecchia di Gerusalemme, in entrambi i casi era il luogo di una protesta sedata la sera prima, e la prima volta avevo inizialmente immaginato che ci fosse una qualche fogna a cielo aperto (ammetto con vergogna di avere dei bias inconsci neocoloniali verso le municipalita’ gestite da arabi, come Betlemme – a mia discolpa va detto che Betlemme non assomiglia a un villaggio svizzero), poi mi era stato spiegato.

[6] Le macchine con targa verde, immatricolate dall’Autorita’ Palestinese, possono circolare solo in Cisgiordania e Gaza, e non in tutte le strade di Cisgiordania perche’ alcune strade che connettono le colonie tra loro e con la madrepatria, per motivi di sicurezza (dei coloni) sono solo riservate alle targhe gialle.
Un esempio e’ la statale 443, che prendevo ogni tanto per andare al lavoro come alternativa alla congestionata autostrada, prima che la statale diventasse abituale bersaglio di bombe molotov palestinesi, dopo di che mia moglie si preoccupo’ e me lo proibi’.

[7update] Update del 10/12/2014: un mese dopo, in un articolo che parla dell’arresto di alcuni dei rioters che nelle proteste seguite all’omicidio del ragazzo arabo avevano lanciato ordigni improvvisati, si legge il seguente riassunto della vicenda:

Israeli police said Hamdan had threatened the life of police officers as he tried to stab them with a knife while they were inside their cruiser. However, video footage of the incident led some people to interpret the events differently, and claimed Hamdan had tried to run away from the vehicle when he was shot.

Boh non so, francamente ditemi voi se dopo aver visto il video sopra formulereste la seconda meta’ del paragrafo allo stesso modo.

Intifadah silenziosa.

Negli ultimi tempi della nostra residenza a Gerusalemme, quando gia’ sapevamo del nostro imminente ritorno nelle campagne franco-svizzere, capitava molto spesso che gli amici e conoscenti europei ci chiedessero se eravamo contenti di tornare. E la risposta era imbarazzante da dare, perche’ la domanda non era mai intesa come una vera domanda ma sottintendeva un “dimmi quanto intensamente sei sollevato dall’andartene da quel posto spaventoso”, ma la nostra risposta non era quella attesa. Rispondevamo, infatti, che a noi stare li’ piaceva, e anche molto. E infatti dopo il ritorno abbiamo continuato ad averne nostalgia di un posto bellissimo e interessante su moltissimi livelli, dove abbiamo vissuto tutto sommato molto bene, giusto con qualche periodo di ansia e abbastanza amarezza nel verificare cosa succede alla psiche collettiva durante una guerra, ma insomma, quale posto al mondo e’ perfetto?

Comincio pero’ a sospettare che forse non siamo stati li’ in un momento “normale”, ma anzi in uno dei periodi di calma maggiore della storia recente. Giusto prima della sua fine.

Oggi, per la seconda volta in 15 giorni, una macchina guidata da uno di Hamas si e’ lanciata sulla folla nel tratto di strada tra le due fermate di tram che usavamo noi (link). (La volta precedente e’ corrisposta al mio post precedente.) [1]
Questo in un contesto in cui gia’ da qualche tempo si parla di “Intifadah silenziosa” o “Intifadah calma”, intendendo un aumento delle rivolte di strada nei quartieri arabi [2] e degli atti di violenza tipo sassi o molotov, e in polemica con le ripetute affermazioni delle forze dell’ordine che “comunque questa non e’ la Terza Intifadah”.

Il riassunto della situazione recente da parte di un influente giornalista israeliano [3], il giorno prima di questo attentato:

We are stuck with the settlers, with the hatred of Arabs, with the fears and anxieties our leaders are instilling in us; they are stuck with the refugees, with the hatred of Jews, with the illusion that we can still be thrown into the sea.
(…)
The negotiations are resumed from time to time precisely because the hidden assumption on both sides is that nothing will come out of them.
(Nahum Barnea, da qui)

[1] Per una strana ironia del destino stavolta l’attentatore ha ucciso un arabo, ma di religione era druso e quindi suppongo che dal punto di vista di Hamas, che e’ un movimento esplicitamente islamico [a], la sua morte sia comunque meglio che niente.

[2] Sia questo che l’attentato molto simile di due settimane fa sono stati compiuti da membri di Hamas, ma dubito che le rivolte spontanee che capitano ormai quasi quotidianamente nei quartieri arabi di Gerusalemme siano organizzate da Hamas, sebbene Hamas le elogi. Un piccolo dettaglio a supporto della mia speculazione: nelle foto di rivoltosi si vedono spesso capigliature alla mohicana. Orbene, un dettaglio che mi aveva colpito quando mi era stato raccontato di come Hamas governa Gaza e’ che proibisce tassativamente i capelli alla mohicana. (Il dettaglio mi aveva colpito perche’ e’ una capigliatura estremamente alla moda tra i giovani arabi dei quartieri piu’ miserabili di Gerusalemme Est.)

[3] Nahum Barnea e’ un giornalista di centro-destra. Dopo il linciaggio di Ramallah del 2000 propose il “test del linciaggio” per attaccare i giornalisti di sinistra. Ha perso un figlio sedicenne in un attentato suicida nel 1996. Esponente di un “pacifismo pragmatico”, tende spesso a premettere che dei palestinesi non gliene frega niente e/o che considera i loro leader dei farabutti, ma ritiene e spiega che se gli israeliani vogliono vivere in pace devono prendere a calci in culo la lobby delle colonie (link a un ottimo articolo) e dare via un grosso pezzo dei Territori Occupati in fretta, anche senza negoziare. [d]

[a] I movimenti nazionalisti palestinesi “storici” (Hamas e’ relativamente recente, essendo stato fondato nel 1987) sono in generale laici, e spesso hanno avuto tra i loro leader dei cristiani (che hanno sempre avuto la tendenza almeno dall’800 a essere sovrarappresentati tra le elite palestinesi; ipotizzo perche’ in media piu’ istruiti grazie all’abbondanza di scuole cristiane gestite da europei).
Sembra strano, in questi tempi recenti in cui la questione israelo-palestinese sembra essere dominata sul piano verbale da argomenti religiosi [b], pensare che per la maggior parte del tempo il conflitto non e’ stato visto in questi termini dalle sue parti in causa, se non come “effetto al second’ordine”.

[b] Esattamente nel mezzo tra questi due attentati nel mio ex quartiere, c’e’ stato un altro atto terroristico di rilevanza (pero’ a Gerusalemme Ovest): un palestinese ha cercato di ammazzare un certo Rabbino Glick, un noto attivista di un movimento religioso secondo cui e’ opportuno, anzi necessario, andare periodicamente a pregare sul Monte del Tempio (cosa vietata ai non musulmani dalle forze dell’ordine israeliane, preoccupate di evitare provocazioni, per non parlare del fatto che il Rabbinato d’Israele vieta tout court a ogni ebreo di mettere piede sul Monte del Tempio, per la sua eccessiva santita’ – ne parlai qui). [c]

[c] E giusto per dimostrare come in quel paese niente e’ semplice, niente puo’ essere spiegato senza iniziare la frase con “e’ complicato”: e’ venuto fuori un video di Glick, girato poche settimane prima dell’attentato in cui, dopo essere entrato nella Spianata delle Moschee, canta una preghiera in arabo con alcuni musulmani, poi verso la fine del video (se capisco bene) gli insegna come tradurre in ebraico una frase che ha prima detto in arabo (non conosco nessuna delle due lingue ma in una ha detto Allah e nell’altra Adonai), e sembrano essere tutti molto di buon umore.

[d] E siccome, di nuovo, non si puo’ dire niente senza dover aggiungere da qualche parte un “e’ complicato”: contrariamente a quanto il lettore potrebbe pensare, l’idea di andare via dai Territori unilateralmente non e’ “di sinistra”. Si tratta infatti della dottrina di Ariel Sharon buonanima, che ritiro’ unilateralmente da Gaza proprio perche’ trovava aberrante negoziare con la controparte, e in contrasto con la mini-tradizione laburista (Rabin, Peres, Barak) di chiacchierare troppo e di troppe cose con Arafat.
Attualmente la sinistra israeliana dice che il ritiro da Gaza non porto’ pace proprio perche’ non fu parte di una negoziazione completa (cioe’ che includesse anche garanzie di sicurezza, oltre ad aspetti di mutuo interesse e mutuo controllo), la destra dice che fu una cazzata perche’ tenerci 7000 coloni e 1500-2000 soldati secondo loro era molto meglio, e insomma non so quanti siano rimasti a parte Barnea in Israele a difendere quella scelta, 10 anni dopo.

[nota bonus] Un po’ dopo essere stato raggiunto dalla notizia dell’attentato ho avuto uno strano presentimento, e ho visitato la pagina delle statistiche di questo sito. C’erano 4 visite oggi dal Regno Unito, cifra inusuale tranne quando litigo con il signor R.A.Z., che vive nel Regno Unito e si prefigge di monitorare l’antisemitismo nella blogosfera.
Insomma sembra molto in ansia di sapere il mio parere sulle novita’ del giorno, e io ne sono come al solito molto lusingato.

Effetto soglia.

Tornato ormai stabilmente nel cuore della Fortezza Europa, e quindi esposto maggiormente (tramite radio, giornali cartacei, amici di facebook che linkano cose) alle notizie dei paesi europei con i quali ho a che fare direttamente (Italia, Francia, Svizzera, Belgio) che a quelle da Israele/Palestina, come normale vengo a sapere solo gli eventi dalla Terra Santa che passano una soglia molto alta.
Giovedi’ solo grazie a una guardata casuale a repubblica.it ho saputo di un attentato vicino a dove abitavamo. Un palestinese affiliato ad Hamas [1] si e’ lanciato sulla piccola folla che attendeva il tram alla fermata Collina delle Munizioni, uccidendo una bambina di tre mesi.

Per avere piu’ dettagli sono andato a leggere la stessa notizia su ynetnews, dove si puo’ anche vedere il video preso da una telecamera di sorveglianza.
La fermata della Collina delle Munizioni era la piu’ vicina a casa nostra assieme a Shimon HaTzadik, dove poco prima della nostra partenza era avvenuto un evento in qualche senso simile, di cui scrissi qua [2]. Quand’ero li’, ogni giorno in macchina passavo almeno due volte da quello stesso incrocio da cui il terrorista ha deviato per lanciarsi sulla folla, e le rare volte che prendevo il tram lo prendevo da una di quelle due fermate. Ricordo quando avevamo una babysitter senza macchina [3] che andava a prendere nostra figlia al nido e la riportava a casa col tram. All’inizio l’idea ci stressava un po’ (non avevamo pero’ facili alternative), poi a furia di essere presi in giro dai locali ci eravamo rilassati. Negli ultimi mesi, dagli eventi di luglio in poi, sembra invece che i locali di entrambe le etnie usino molto meno il tram. (Questo articolo lo conferma.)

Una volta che la mia attenzione e’ riportata su Gerusalemme dal singolo evento sopra-soglia, continuo a leggere e mi faccio un’idea di tensioni che sono diventate sempre piu’ pesanti da quando siamo partiti, pur rimanendo sotto la soglia necessaria a meritare, per esempio, un articolo su repubblica.it [4].
Ad esempio, stasera mentre scrivo c’e’ Gerusalemme Est in fiamme (dalla descrizione sembra comparabile con la settimana di inizio luglio in cui ci barricammo in casa), ieri un ragazzino palestinese e’ stato abbattuto vicino Ramallah mentre tirava molotov sulle auto dei coloni, qualche giorno fa un colono ha messo sotto una bambina palestinese di 5 anni in Cisgiordania, uccidendola (incidente, pare) [5, 5bis], qualche settimana fa le tensioni nel quartiere arabo di Silwan (accanto alla Citta’ Vecchia) sono salite alle stelle quando un’organizzazione di destra ebraica che si prefigge la giudaizzazione del quartiere ha acquistato un gran blocco di case tramite un prestanome palestinese per impiantarci un numero record di coloni ebrei [6], creando uno shock sul lato palestinese (e minacce di morte ai proprietari che hanno venduto, che dovranno dimostrare agli ex vicini di non essere stati conniventi) e vari dibattiti tra destra e sinistra israeliana sul tema se sia veramente opportuno lasciare che organizzazioni come questa continuino a rompere i coglioni agli arabi di Gerusalemme, mettendo a dura prova lo status quo. Ma nessuno di questi eventi sembra passare la soglia per un articolo on-line su Repubblica.
L’effetto soglia è insidioso perché fa perdere il contesto, e ogni azione violenta, di una parte o dell’altra, sembra spuntare dal nulla a rompere uno status quo tutto sommato soddisfacente. E siccome le soglie sono soggettive [7], favorisce le proprie convinzioni pregresse su chi sia il popolo più cattivo nel conflitto. Spiega anche perché persino i guerrafondai locali (di entrambi i lati) abbiano spesso opinioni meno nette dei loro supporter occidentali.

Piantina del tram, da ynetnews.com

Appropriatissima pubblicita' scelta dall'algoritmo di ynetnews per tutti gli articoli relativi all'attentato della stazione del tram.

Appropriatissima pubblicita’ scelta dall’algoritmo di ynetnews per tutti gli articoli relativi all’attentato della stazione del tram.

[1] I vertici di Hamas l’hanno lodato per il suo atto, ma le autorita’ israeliane ritengono che non abbia agito secondo i loro ordini, ne’ che fosse in coordinamento con altri appartenenti al movimento, e che il suo sia stato un gesto spontaneo. Mi pare di capire che sia il modus operandi abituale dei membri di Hamas in Cisgiordania e Gerusalemme Est, di agire come cani sciolti. Vedasi l’assassinio dei tre ragazzi ebrei a giugno che ha causato l’inizio dell’Operazione Guardiano del Fratello.

[2] Ma dallo status meno chiaro come attentato terroristico. Mentre adesso si e’ trattato di un nazionalista gia’ noto per atti violenti, quella volta le notizie parlavano di una persona priva di affiliazioni politiche note, e proveniente da una famiglia che tradizionalmente “coesisteva”. Anche quella volta c’era un video, ma era stato preso con un telefonino da un testimone oculare dopo che il casino era iniziato, per cui non era utile a concludere che cosa fosse successo esattamente (se l’uccisione fosse stata volontaria), mentre stavolta mi sembra che il video non lasci dubbi. Anche quella volta il protagonista era stato sparato alla testa.

[3] Una delle poche babysitter non palestinesi che abbiamo avuto, e che purtroppo ci e’ stata sottratta dalla severita’ delle leggi israeliane sull’immigrazione. Del tutto inaspettatamente, visto che era per il 25% di sangue ebraico [a] e ambiva a fare l’aliyah in Israele (non per motivi religiosi, visto che era cattolica come il restante 75% della sua famiglia, ma perche’ diceva che le piaceva moltissimo il clima). Alcuni israeliani a cui l’abbiamo raccontato erano molto sorpresi, perche’ e’ noto il principio del nonno ebreo per avere la cittadinanza, per cui rimane il mistero di cosa possa esserci stato di sbagliato nel suo dossier.

[4] Mi viene in mente che il corrispondente di Repubblica da Gerusalemme, ho scoperto al nostro arrivo mentre visitavo un appartamento che ci interessava [b], vive dal lato ebraico di un quartiere (Abu Tor) diviso a meta’ dalla Linea Verde (la frontiera dell’armistizio del ’49).

[5] Personalmente, da quel che ho letto, mi sembra abbastanza verosimile che la versione ufficiale sia corretta, cioe’ che sia stato un incidente e non un atto motivato da rabbia nazionalistica anti-palestinese. E anche che il guidatore sia scappato non per sottrarsi alle sue responsabilita’ ma perche’ temeva il linciaggio da parte della folla che si era gia’ assembrata. Maggiori informazioni qui, in un blog sionista (Elder of Ziyon) che mi capita abbastanza spesso di linkare perche’ il suo autore fa moltissimo lavoro di ricerca sulle fonti primarie di ogni notizia. Anche se non raccomanderei di prenderlo troppo per oro colato, perche’ e’ abbastanza ottenebrato dall’ossessione che il mondo sia anti-israeliano e anti-semita da cadere (spero in buona fede) nella ripetizione identica delle malefatte comunicative che in maniera tanto convincente smaschera dall’altra parte. Per esempio, in quello stesso post che ho appena linkato, sembra cercare di dare il messaggio che i palestinesi lanciano macchine sulla folla abitualmente, e che entrare in un quartiere arabo di Gerusalemme con una macchina di targa israeliana sia una condanna al linciaggio. (In effetti, solo macchine di targa israeliana possono circolare a Gerusalemme, che sia in quartieri ebraici o in quartieri arabi. A quelle di targa palestinese l’ingresso in citta’ e’ vietato, come d’altronde in qualunque posto a ovest della Linea Verde e in alcune strade della Cisgiordania. Ma a parte quello, i quartieri arabi sono attraversati ogni giorno da migliaia di macchine di ebrei, molti dei quali riconoscibilissimi come tali dalla kippah o dall’abbigliamento ultra-ortodosso, per andare al lavoro o altrove, e sebbene le notizie di pietre o molotov contro di loro non siano rare, non sono nemmeno la norma.)
La piu’ probabile spiegazione dell’agguato palestinese alla macchina israeliana che mostra nella parte finale del suo post, e’ che non sia una macchina ebraica che entra nel quartiere di Silwan, ma quella di qualche colono gia’ presente nel quartiere, e quindi noto agli aggressori. L’atto e’ comunque criminale e desecrabile, ma visto che il buon Anziano di Sion insiste tanto che la stampa cattiva ignora sistematicamente il contesto, colpisce che lo stia occultando anche lui.

[5bi, aggiunto il 6/11/2014] Al momento di scrivere questo post non conoscevo la recente storia di Raed al Jabari (scoperta oggi tramite il blog di una lettrice di questo blog), raccontata qui, il cui confronto con la storia della nota [5] illustra l’inestricabile asimmetria tra un residente israeliano e uno palestinese della Cisgiordania (asimmetria gia’ discussa qui).

[6] Riguardo questa storia, offro due fonti di bias opposto.
La storia raccontata da un giornale israeliano. (Focus sulla rabbia nazionalistica diffusa degli abitanti palestinesi del quartiere, sulle minacce di morte ai proprietari che hanno venduto, e insinuazione che comunque abbiano venduto a prezzo sovra-mercato.)
La storia raccontata da un blogger israeliano di sinistra e anti-colonizzazione. (Focus sull’ideologia razzista/messianica dell’organizzazione colonizzatrice che ha compiuto l’operazione.)
A proposito di contesto mancante, la storia di questo quartiere di Silwan e della sua ri-colonizzazione ebraica e’ un altro fantastico esempio in cui entrambi i lati del conflitto riescono a dare prova di una malafede nauseante. Dal lato arabo (o occidentale pro-palestinese) troverete facilmente innumerevoli descrizioni della nequizia dei coloni, dell’equivoca organizzazione ELAD e del supporto che riceve dalle istituzioni israeliane. Il che sembra essere tutto vero, solo che non c’e’ mai neanche una nota a pie’ di pagina menzionante la presenza tra il 1881 e il 1936 di un centinaio di coloni ebraici yemeniti nel quartiere di Silwan (colonia di Kfar Hashiloah). Questa nota a pie’ di pagina e’ invece un punto centrale della narrazione da parte della destra israeliana pro-colonie. Un dettaglio mancante in questa narrativa e’ che pero’ tutti loro, nessuna eccezione, sono stati risarciti dallo Stato d’Israele, mentre la stragrande maggioranza dei profughi arabi del 1947-49 (47-48: guerra civile durante gli ultimi spasmi del Mandato Britannico, 48-49: Prima Guerra Arabo-Israeliana, aka Guerra d’Indipendenza Israeliana) si sono presi un bel cazzo di niente (anche dai fratelli arabi, intendo), a parte l’insulto di sentirsi dire “furono convinti ad andarsene dai loro stessi leader”. (Il che sembra implicare che ci si possa fregiare della qualifica di profugo solo se al momento di uscire di casa si e’ a pochi metri da un paramilitare che sgozza la tua famiglia. O comunque, sembra una definizione che invaliderebbe lo statuto di profugo di tutti i siriani e iraqeni che stanno scappando terrorizzati dall’avanzata di ISIL.)
Da entrambi i lati e’ molto raro trovare una descrizione che non sia volutamente vaga di cosa sia successo nel 1936 in quel quartiere. Nella narrazione destrorsa, gli ebrei sono stati cacciati via dal quartiere dai loro vicini arabi nel corso della “Rivolta Araba” che scoppio’ quell’anno in tutto il paese. La stessa narrazione si applica al rione di Shimon HaTzadik di cui parlo ricorrentemente (perche’ ci abitavo accanto e ci passavo spesso). Il dettaglio che viene omesso da entrambe le parti e’ che gli abitanti di Kfar Hashiloah furono consigliati dalle autorita’ inglesi di sgomberare, perche’ gli inglesi non avevano piani di assicurare la sicurezza di tutte le comunita’ ebraiche sparpagliate in giro, ma solo di quelle piu’ grosse. Agli arabi non conviene raccontarlo per ovvi motivi (dimostra chiaramente che gli ebrei erano esposti a un rischio mortale concreto), ma non conviene nemmeno agli ebrei, perche’ si sono basati un po’ troppo sulla narrazione auto-assolutoria del “non sono stati cacciati in punta di baionetta” nel parlare degli ex villaggi arabi.
(Ovviamente, e lo dico giusto nel caso che qualcuno non avesse colto il punto, anche chi non parte in punta di baionetta ma per semplice timore, o anche solo perche’ le condizioni di vita sono diventati sgradevoli, merita ogni empatia indipendentemente da quale sia la sua etnia, e idealmente anche una compensazione economica.)
(E comunque alcuni villaggi arabi e quartieri di citta’ arabe o miste furono effettivamente sgomberati in punta di baionetta, anche se la frazione e’ motivo di un asprissimo dibattito. Comunque, un fatto che non sembra essere controverso tra gli storici – sebben controversissimo tra i blogger – e’ che il massacro di Deir Yassin ebbe un effetto psicologico immenso sulla popolazione palestinese, e gioco’ un ruolo nella scelta di molti di scappare. Poi, che si aspettassero di “tornare nelle loro case sull’onda di armate arabe trionfanti” e’ forse plausibile – il wishful thinking e’ un fenomeno diffuso – ma e’ un altro discorso, che non ho mai capito perche’ dovrebbe invalidare il loro diritto a lagnarsi visto che questo non e’ avvenuto.)

[7] Ad esempio, è soggettivo decidere che la bambina di cinque anni messa sotto dal colono non meriti un articolo in Italia mentre quella di tre mesi ammazzata dal palestinese sì.
Una regola generale che ho notato e’ che i palestinesi che muoiono di morte violenta hanno meno probabilita’ di essere riportati nei media italiani mainstream (ovviamente invece i media “militanti” fanno esattamente il contrario, all’epoca dei tre ragazzi rapiti a Hebron mi sono imbattuto in qualche sito di “contro-informazione” che insisteva nel definirli “i tre soldati israeliani catturati”, basandosi probabilmente sulla prima versione distorta che era circolata all’inizio tra i palestinesi). A naso lo attribuisco a due possibili cause, non mutuamente esclusive: primo, la percezione che tra le due parti in causa siano i meno “occidentali” (su questo punto avro’ forse qualcosa di interessante da dire in qualche lungo post futuro) e quindi il giornalista occidentale empatizza meno naturalmente, persino quando magari e’ ideologicamente dalla loro parte; e secondo, il banale fatto che ne muoiano di piu’, quindi nella fredda logica giornalistica devono morirne tanti simultaneamente, o morire in maniera particolarmente orribile o particolarmente ingiusta, perche’ un giornale straniero possa trovare spazio per parlarne.

[a] Ogni volta che scrivo un post mi chiedo a cosa si attacchera’ il lehavista R.A.Z. (uso questo acronimo per tutelare la sua privacy, visto che e’ una persona importante) per dimostrare il mio antisemitismo. Ogni volta mi sorprende, come questa volta che nei commenti potete trovare che il riferimento al 25% di sangue ebraico l’ha scandalizzato. Pero’ ho gia’ spiegato che questa legge non ha niente a che fare col razzismo. La Legge del Ritorno deriva dal fatto che l’intera ragione dell’esistenza dello Stato d’Israele e’ offrire un rifugio dall’odio antiebraico. L’emendamento del 1970, di cui qua parliamo, deriva dalla considerazione che e’ storicamente esistito uno stato (la Germania nazista) in cui l’avere un nonno ebreo era la soglia oltre la quale si era perseguitati (anche se di religione diversa da quella giudaica) e quindi, come calco di questo, la legge d’immigrazione israeliana garantisce cittadinanza automatica a chi puo’ provare un nonno ebreo. Se domani uno nuovo stato antiebraico decidesse per legge di perseguitare tutti i cognomi con suffisso -stein, lo spirito della legge israeliana deve necessariamente seguire con la garanzia della cittadinanza a chi ha questi cognomi.

[b] Molto tempo dopo, quando ho scoperto l’estensione dell’antipatia israeliana verso gli onusiani (qua raccontai il primo episodio, poi ce ne sono stati altri, che forti di quell’esperienza siamo riusciti a rendere meno antipatici), mi e’ venuto il dubbio che la mancata chiusura dell’accordo col padrone di quell’appartamento potesse avere a che fare con le sue idee politiche. Come gia’ detto, appena arrivati cercavamo casa simultaneamente con agenti ebraici ed arabi, a Ovest e ad Est. Tutti ci chiedevano di sapere che facevamo (per sapere quanto ci potevamo permettere di pagare e se saremmo stati solventi) e a quell’epoca non ci sembrava strano spiegare che eravamo li’ per mia moglie che lavorava con UNESCO e che ci interessava sapere se da li’ era facile arrivare a Ramallah.
A Ovest avevamo una agente molto simpatica, che per qualche motivo ci ha subito detto che era di sinistra e credeva nella soluzione a due stati (anche quello, che sul momento ci sembro’ un po’ incongruo – perche’ un agente immobiliare ci tiene tanto a dirti cosa vota? – potrebbe essere conseguenza del suo sapere il lavoro di mia moglie). Quel particolare appartamento che visitammo nella stessa palazzina del corrispondente di Repubblica (mi cadde l’occhio sulla targhetta del citofono) era un po’ costosetto ma spazioso e relativamente ben posizionato per le nostre necessita’ (essendo vicino alla Linea Verde non era troppo complicato arrivare a Ramallah da li’) e apparteneva a un certo signor Yacov che possedeva vari appartamenti ed era da anni in contatto con questo agente. L’agente insisteva che aveva indizi del fatto che il signor Yacov avrebbe accettato in realta’ un affitto piu’ basso, e che comunque li’ a Gerusalemme e’ normale che tutti si aspettano di negoziare e che si puo’ facilmente tirare giu’ un 20-30%. Il signor Yacov pero’ con me fu gelido e ostile, e continuava a insistere che lui non negoziava mai, e che l’appartamento valeva quei soldi, punto, e se ci sembrava caro allora buona fortuna per trovare di meglio. L’agente era talmente costernata che nel riaccompagnarmi a casa continuava a balbettare delle scuse.
Sul momento pensai solo che il signor Yacov poteva avere ottime ragioni ma insomma non era proprio simpaticissimo. Ora mi chiedo se non fosse che in realta’ aveva deciso di odiarmi.

Sempre a proposito di Abu Tor e della nostra agente ebraica di sinistra, durante quella stessa giornata, ma prima di conoscere il signor Yacov, lei aveva parcheggiato in una via poco lontano anche per farmi vedere da fuori altri appartamenti che gestiva, casomai ci interessassero, e giusto per dare un po’ di contesto aveva aggiunto “questa e’ una strada diplomaticamente corretta! infatti da quel lato ci vivono ebrei e dall’altro lato arabi!”. Sebbene ancora io sapessi molto poco, avevo gia’ l’intuizione che non fosse una feature desiderabile. Ricordo che notai che c’era un gruppetto di gente dall’aria seria che ascoltava una guida che gli raccontava qualcosa (ero troppo lontano per sentire cosa) indicando una casa dall’aspetto del tutto normale. Mi chiesi se non fosse per caso uno di quei tour di “turismo politico” di cui avevo vagamente sentito parlare, in cui ti portano a vedere i luoghi dove succede o e’ successo casino.
Mesi dopo ho sentito varie volte di scontri nella zona mista di Abu Tor e quindi credo che la mia prima intuizione fosse corretta.

Un universo parallelo in Medio Oriente.

Un recente evento auto-celebrativo al CERN [1] mi ha ricordato un argomento on-topic di cui parlare: il progetto SESAME (sito ufficiale, wikipedia).
Si tratta di un nuovo laboratorio di fisica applicata basato su un sincrotrone usato come sorgente di fotoni di alta energia per studi di materiali, biologia, cristallografia, archeologia. Dal punto di vista delle applicazioni tecnologiche e delle ricadute su altre scienze e’ una cosa grossa, e chi ci investe soldi lo fa perche’ si aspetta ricadute immediate, sviluppo e progresso. Dal punto di vista di uno del mio campo tutto questo e’ molto rozzo, basti considerare che l’idea iniziale per SESAME era di riciclare, tale e quale, un vecchio acceleratore tedesco che gia’ non era di punta negli anni ’80 quando fu costruito, e nel 1999 era talmente obsoleto che la Germania lo dono’ gratis. (Ora pero’ a SESAME hanno deciso di costruirne uno nuovo piu’ di punta.)
Esistono vari altri laboratori di questo tipo altrove (anche in Italia). Pero’ SESAME e’ speciale perche’ 1) e’ in Medio Oriente (precisamente in Giordania), 2) e’ un progetto congiunto che mette insieme Israele, Autorita’ Palestinese, Giordania, Iran, Egitto, Pakistan, e altri. Da cui appunto il titolo “Un universo parallelo nel Medio Oriente?” per la presentazione da parte del direttore del laboratorio, l’israeliano Rabinovici, che potete vedere in questo video. Incidentalmente, Rabinovici e’ un teorico delle stringhe, notoriamente il sotto-campo della fisica piu’ disconnesso dalla realta’, il che puo’ sembrare inusuale per il ruolo di direttore di un laboratorio di scienza applicata, e fa intuire che la priorita’ per il profilo di direttore fosse piu’ di trovare una persona di alto profilo scientifico e capace di parlare con la sfera politica, che qualcuno scientificamente attivo nel campo del laboratorio stesso.
Il video e’ lungo ma racconta tanti aneddoti interessanti (ogni tanto pero’ bisogna fare fast-forward quando non riescono a proiettare roba), come il suo vicino di casa allarmato che sapendo che stava cominciando a lavorare con scienziati arabi gli mise nella cassetta delle lettere un articolo di giornale che elencava esempi di anti-semitismo [2] nella stampa egiziana. O le dispute quando fu proposto di dare il ruolo di direttore amministrativo a un palestinese – sorprendentemente Israele era sul lato dei favorevoli. Non esita a svelare le sue opinioni personali, per esempio dichiara non ambiguamente di avere una buona opinione del Processo di Oslo, opinione probabilmente minoritaria adesso tra gli israeliani. (E’ minoritaria anche tra i palestinesi.)

Quando mia moglie stava ancora considerando se fare domanda per il posto a Ramallah o no, una delle prime cose che mi venne in mente era proprio il progetto SESAME, di cui avevo letto qualche volta, e di verificare era se ci fosse qualche potenziale per me di sfruttare la cosa per diversificare i miei interessi di ricerca. Un rapido uso di google mi mostro’ che comunque le competenze che cercavano erano troppo tecniche per essere di mio gusto (ed essere io di loro interesse) e quindi lasciai stare, e contattai i colleghi del Weizmann invece. Col senno di poi, sarebbe comunque stato un delirio visto che il laboratorio di SESAME si trova semplicemente troppo lontano da Gerusalemme per poter fare avanti-indietro quotidianamente, per giunta attraversando la frontiera non dove e’ semplice (come quando andammo in vacanza in Giordania) ma dove il passaggio della frontiera e’ in Territorio Occupato e di conseguenza tutto e’ piu’ rognoso (e, in casi estremi ma non rarissimi, rognoso cosi’.) [3]

Di SESAME si e’ anche parlato quando un paio di suoi membri iraniani sono stati assassinati (link, link), si suppone dal Mossad. Non e’ del tutto soprendente, se si considera che le competenze necessarie per costruire SESAME sono in parte le stesse necessarie per costruire una bomba nucleare, e c’e’ una certa mortalita’ tra gli esperti nucleari iraniani in generale (link, link, link, link, link). [4]

La hall sperimentale di SESAME, foto da www.sesame.org.jo

[1] Altro materiale interessante nella stessa agenda:

  • altro talk di un altro israeliano che menziona esempi di collaborazione con palestinesi, pakistani ecc. nel mio specifico campo
  • altre slide con l’estremamente interessante racconto dei rapporti tra scienziati nucleari e particellari attraverso la Cortina di Ferro durante la Guerra Fredda, con aneddoti su come si facesse la scienza ai tempi di Beria.

[2] Usare la parola anti-semitismo quando l’autore e’ arabo e’ ovviamente un errore da matita rossa, perche’ gli arabi sono un popolo semitico, ma mi concedero’ questo errore perche’ 1) lo fanno tutti, 2) l’ultima volta che mi sono lanciato in questa precisazione nei commenti a un blog israeliano, e’ finita con una decina di commenti indignati e alcune sottili accuse di avere una hidden agenda.

[Update: e’ finita cosi’ di nuovo :(
Ma siccome l’equivoco e’ avvenuto stavolta con un commentatore abituale tutt’altro che stupido, sono aperto alla possibilita’ di essere io a formulare la cosa in maniera equivocabile.]

[3] Tra l’altro, furono anche loro (come noi) sorpresi dalla neve: link

[4] A proposito, il Mossad recluta, e io ritengo di avere il CV che cercano.

Corso di misticismo pratico.

Nei vestiti bianchi a ruota echi delle danze Sufi. (Immagine rubata da http://www.mistica.info/unsufi.htm)

Tra i vari impegni di questi giorni c’e’ anche la selezione di un nuovo dottorando sotto la mia responsabilita’. Non e’ mai cosa facile capire chi sia piu’ bravo tra gente laureata in paesi dai sistemi accademici diversissimi, e in generale mi fido poco dei voti, ma comunque non e’ che ci sia moltissimo altro da giudicare per la maggioranza dei neo-laureati ed eccomi quindi a scrutare riga per riga i voti di tutte le materie di tutti. (E siccome sono un professore democratico mi sono imposto di esaminare rigorosamente tutti i dossier senza cedere alla tentazione di trattare questi poveri ragazzi come numeri o di cassare senza leggerli i CV di chi viene da posti di scarsa fama.)
Puo’ essere d’interesse per il lettore appassionato di fattucoli di vita mediorientale sapere che una studentessa laureata in ingegneria in Iran ha studiato: Popolazione e Pianificazione Familiare; Pensiero Islamico; Misticismo Pratico nell’Islam; Rivoluzione Islamica e le sue Origini; Cultura e Civilta’ dell’Islam e dell’Iran; Storia dell’Islam; Testi Islamici; Stile di Vita (Etica Applicata).

Arrivederci e grazie per tutto l’hummus.

Il piano era di stare un anno (quindi fino a fine novembre), ma come tutte le cose belle anche questa finisce in anticipo, precisamente giovedi’ prossimo.
Un paio di mesi fa, nel giro di un paio di settimane, sia io che mia moglie abbiamo avuto buone notizie lavorative che, per una volta, ci inducono a spostarci entrambi nello stesso luogo fisico senza che uno dei due debba danneggiare la propria carriera (fino ad adesso ultimamente ci siamo alternati nel danneggiarcela – quest’anno passato a meta’ qui l’ha danneggiata leggermente a me, i due anni precedenti l’hanno danneggiata abbastanza a mia moglie). Mia moglie infatti ha vinto un concorso con un’altra agenzia dell’ONU e stara’ nella sede di Ginevra per due anni [1], io invece sono stato nominato Caro Leader, sempre per due anni, di un gruppo di ricerca abbastanza grosso (circa 300 persone da piu’ di 30 istituti sparsi per il mondo) all’interno della mia collaborazione internazionale al CERN, cosa che richiede di passare molto tempo, appunto, al CERN [2]. (Continuero’ a dividere il mio tempo ovviamente anche col mio istituto in Belgio – dove potro’ mettere a frutto l’esperienza maturata qui – pero’ fare su e giu’ tra Bruxelles e Ginevra e’ una passeggiata di salute in confronto alle 4 ore e mezza attraverso il Mediterraneo ogni volta quest’anno.)

Cosa succedera’ a questo blog? Ci ho pensato, e penso che continuera’ a esistere per un bel po’. Banalmente, perche’ a conti fatti ho raccontato una piccolissima frazione di cio’ che volevo raccontare. Ho un file, gia’ gigantesco, dove accumulo appunti per storie da raccontare qui. Tra lavoro e famiglia e’ una sfida trovare il tempo per un blog, e per smaltire gia’ solo le storie su cui ho appunti, ci vorranno mesi. Piu’ sicuramente altre cose che mi verranno in mente di tanto in tanto consultando le notizie da questa parte di mondo. Perche’ gia’ prevedo che non riusciro’ mai piu’ a tornare alla situazione precedente a quest’anno, quando questo conflitto era solo uno dei tanti verso cui volgere un interesse intellettuale e un’empatia astratta. (Non avrei mai immaginato, per esempio, la forte reazione che ebbi riascoltando questa canzone nei giorni della Terza Guerra di Gaza.)
Tornate qui, quindi, anche dopo giovedi’, per leggere dei post epocali come “Smells like refugee spirit”, “Il water di Pandora”, “They fought the law and the law won”, “Che ne sa la mosca, di quel che prova il ragno”, “Non sono una signora, ma una per cui la guerra non e’ mai finita”, e soprattutto dei nuovi post nella categoria “Analizzami sta minchia professore democratico”. Scoprirete anche cosa succede quando a costruire una colonia in Cisgiordania non sono degli israeliani ma dei palestinesi.

Anch’io, come Papa Francesco, vado via senza riuscire a portare la Pace. Immagine rubata da http://www.custodia.org

[1] Il posto dopo due anni diventa fisso, ma le crudeli regole dell’ONU impongono mobilita’. Cercheremo di stare ragionevolmente vicini alla mia universita’ ma, non potendo sapere con certezza cosa succedera’ dopo, ho precauzionalmente gia’ bloccato su wordpress gli username unfisicoadonetsk, unfisicoahoms, unfisicoamosul, eccetera eccetera.

[2] La fisica delle particelle sperimentale, che e’ la Big Science per eccellenza, ha regole molto diverse da qualunque altra scienza. L’esperimento cui contribuisco da 10 anni e di cui come attivita’ primaria analizzo i dati ha 3000 contributori in totale (che comunque e’ un numero grande anche per il mio campo, il mio esperimento precedente ne aveva un ordine di grandezza di meno ed era gia’ considerato gigantesco), sparsi su vari temi.
Per dare un’idea di cio’ che sara’ il mio lavoro nei prossimi due anni, puo’ venire utile leggere questa bella intervista, in particolare tutta la parte dopo il rigo “You live on the Geneva-Tel Aviv line, right? Tell me about your life in Geneva. What do you do there the whole time?”. La persona intervistata e’ un mio collega nell’esperimento rivale, e l’ho conosciuto proprio nel mio mezzo tempo che ho passato nel suo istituto in Israele [a]. Al tempo di quell’intervista lui occupava un ruolo di coordinamento formalmente equivalente a quello che occupero’ adesso io, con la differenza che lui coordinava il gruppo dedicato proprio alla ricerca del bosone di Higgs nel momento in cui il suo gruppo e il gruppo analogo nel mio esperimento lo scoprivano, e quindi e’ entrato nella storia della fisica [b], e io invece no e quindi ho al momento piu’ probabilita’ di entrare nella storia del blogging che in quella della fisica [c].
Lui e’ definito il Mick Jagger della Fisica (il perche’ si capisce solo leggendo tutta l’intervista). Io sono molto piu’ noioso, e al massimo forse potrei aspirare a essere il Guy Delisle della Fisica.

[a] Ironicamente pero’ non potevo collaborare con lui, ne’ con gli altri suoi colleghi sperimentali, sebbene io sia uno sperimentale, perche’ quando si lavora in una collaborazione sperimentale di fisica delle particelle non si comunicano mai i risultati preliminari con il nemico. E quindi ho invece collaborato con il gruppo teorico locale, in quella che e’ stata una delle esperienze lavorative piu’ piacevoli della mia carriera. (L’articolo pero’ lo finiremo interagendo via mail e skype.)

[b] L’autore di PhD comics gli ha pure dedicato una striscia.

[c] Ma ovviamente non si sa mai! La particella di cui mi occupo io (non vi dico quale) e’ un po’ piu’ noiosa del bosone di Higgs ma attrae tanti contributori perche’ per vari motivi ci sono ragioni di credere che possa forse detenere le chiavi di Cosa C’e’ Oltre. Se dovesse essere vero e se dovesse venire fuori qualcosa di inatteso con i dati che cominceremo a riprendere l’anno prossimo a energia maggiorata, sentirete parlare di me e a tutti quelli che mi davano del pazzo potro’ dire “chi e’ il pazzo adesso? Ahr ahr ahr”.

Dove perse le scarpe ‘u Signuruzzu.

Da http://www.travellerexperience.com

Le ultime parole famose

Una frase che abbiamo molto ripetuto durante la pianificazione del weekend in Galilea e’ stata: “Piu’ lontani di cosi’ non si puo’, da razzi e sirene”. Neanche a farlo apposta.

Il buon samaritano

La gentilezza degli sconosciuti, soprattutto in culture diverse dalla mia, e’ sempre qualcosa che mi mette molto a disagio, perche’ non so mai come comportarmi.
Noto che quando ho problemi stradali e’ praticamente garantito che qualche arabo accorra ad aiutare (in una sorta di compensazione divina per il fatto che a causarmi cosi’ spesso dei problemi d’auto e’ l’ineffabile cialtroneria della compagnia di car rental araba presso cui affittiamo la macchina – e’ di gran lunga la piu’ economica sul mercato, e c’e’ un motivo). In questo caso, mentre alla periferia di Nazareth osservavamo la ruota devastata in maniera anomala della macchina che ci avevano dato il giorno prima (sospetto che fosse stata riparata a sputi), il nostro salvatore e’ stato un giovane studente arabo-israeliano di storia dall’italiano fluente (il suo obiettivo e’ diventare guida turistica) che ha passato una quantita’ commovente del suo tempo ad aiutarci. Provenendo da una cultura in cui al di sopra di una certa soglia di sbattimento nessuno farebbe nulla per nulla, alla fine della vicenda ho goffamente provato a dargli una mancia, che ha rifiutato con fermezza. E indicando il grosso rosario con crocifisso appeso al suo collo, ha spiegato: “tra cristiani ci si aiuta”. Mi sento un po’ in colpa, sapendo che ha sprecato il suo tempo per le persone sbagliate.

Ma noi purtroppo non ne abbiamo visti :( Foto presa sul lago di Tiberiade, tra il luogo della moltiplicazione dei pani e dei pesci e la pietra su cui Pietro edifico' la Sua chiesa.

Ma noi purtroppo non ne abbiamo visti :( Foto presa sul lago di Tiberiade, tra il luogo della moltiplicazione dei pani e dei pesci e la pietra su cui Pietro edifico’ la Sua chiesa.

Sulle orme di Madonna

La citta’ di Safed, nell’Alta Galilea, e’ sacra al Giudaismo e grande centro cabalistico (da cui la visita di Madonna qualche tempo fa), e per vari motivi merita una visita. Probabilmente pero’ meglio non di sabato, come invece abbiamo fatto noi. Ora, uno potrebbe anche dire che dopo quasi un anno avremmo potuto ormai interiorizzare il concetto che durante lo Shabbat non c’e’ nessuna garanzia di trovare da mangiare in giro, specialmente in un luogo sacro agli ebrei, pero’ a mia discolpa devo dire che ero convinto per qualche motivo che fosse una citta’ di popolazione mista. (Effettivamente lo era stata, prima della Prima Guerra. Da allora il quartiere arabo e’ il Quartiere degli Artisti, e per fortuna l’highlight del quartiere, che e’ il centro d’esposizione che raccoglie le principali opere degli abitanti del quartiere, e’ aperto anche durante le feste.)

Non leggendo l'ebraico, posso solo supporre che la placca ricordi la battaglia di Safed del 1948. Interessante che la mappa corrisponda ai confini del Mandato Palestinese tra il 1917 e il 1922, quando gli inglesi non avevano ancora separato Palestina e Transgiordania. Il Sionismo Revisionista di Jabotinski reclamava tutto il territorio, ma tale massimalismo territoriale non e' piu' di moda da qualche decennio, che io sappia.

Non leggendo l’ebraico (o meglio, leggo l’alfabeto ma questo di solito aiuta poco), posso solo supporre che la placca ricordi la battaglia di Safed del 1948 (infatti l’unica parola che capisco e’ Haganah). Interessante che la mappa corrisponda ai confini del Mandato Palestinese tra il 1917 e il 1922, quando gli inglesi non avevano ancora separato Palestina e Transgiordania. Il Sionismo Revisionista di Jabotinski reclamava tutto il territorio originario del Mandato, in opposizione col pragmatismo di Ben Gurion e degli altri Padri Fondatori, ma tale massimalismo territoriale non e’ piu’ di moda da qualche decennio, che io sappia.

La terra, la guerra, varie questioni private.

Ieri mattina tutti i capiscioni di tutti i giornali locali e mondiali (se qualcuno ha un contro-esempio me lo faccia sapere) spiegavano come nessuna delle parti in causa nel conflitto di Gaza volesse riprendere la guerra, e la giornata e’ poi finita come sappiamo.

Finora dicevo che incredibilmente ero riuscito a essere via durante tutta la durata della guerra (partito per l’Europa appena prima dell’inizio delle ostilita’, rientrato durante il cessate-il-fuoco), ora non lo posso dire piu’. A mezzanotte una forte sirena ci ha svegliato tutti; ancora mezzo addormentato sono andato a rassicurare nostra figlia che piangeva, poi mia moglie mi ha informato che era proprio la sirena anti-missile (di cui aveva avuto esperienza qui), quindi dovevo portarla dalla sua stanza (una delle meno sicure della casa) alla nostra (la piu’ sicura, ma solo nel senso che e’ meno esposta ad eventuali detriti da razzi intercettati) entro il canonico minuto e mezzo [1]. Poi c’e’ stato il botto, in lontananza. Mia moglie: “Ecco, questo e’ il rumore che fanno i razzi intercettati”. Io: “Ah me lo immaginavo diverso”. “Si’, se non lo sai non penseresti che e’ quello. Buona notte”. Poi oggi a pranzo, a Rehovot, lo stesso botto (ma niente sirena): mi hanno spiegato i colleghi che probabilmente era sopra Ashdod o Ashkelon, che tutto sommato non sono cosi’ lontani da la’. (Poi ho controllato, quello di quell’ora era su Ashdod.) Giusto questo sabato, a una festa per bambini, uno dei genitori raccontava di come nel 2007 il sindaco di Ashkelon gli raccontasse di come fino a pochi anni prima il suo comune e quello di Gaza collaborassero molto di piu’ tra di loro di quanto Ashkelon collaborasse adesso con qualunque altro comune israeliano, e si diceva triste che adesso la loro interazione fosse solo attraverso i razzi.

Sempre nella mattina di ieri (quando, appunto, l’aspettativa comune era che i colloqui del Cairo non avrebbero raggiunto convergenza entro mezzanotte ma mancasse tutto sommato poco e che quindi la tregua sarebbe stata estesa) lo Shin Bet aveva reso noto che dall’investigazione sui militanti di Hamas cisgiordani arrestati nell’Operazione Guardiano del Fratello avevano dedotto che il ramo cisgiordano di Hamas stava pianificando lo scoppio della Terza Intifada, ma non tanto per attaccare Israele quanto per fare un colpo di stato nell’Autorita’ Palestinese.
Notizia che tra i suoi dettagli contiene una buona notizia per i miei studenti: inaspettate opportunita’ di lavoro per i laureati in materie scientifiche, anche dall’estero.

An emphasis was put on recruiting people who had studied chemistry or engineering.
(…)
Other key members of the network included (…) Dr. Majdi Mafarja, 32, who was recruited in Malaysia. Mafarja has a doctorate in computer science, specializing in encryption and cyber warfare.

Abbas ovviamente non l’ha presa bene. Chiaramente queste sono fonti israeliane e se uno volesse fare lo scettico potrebbe commentare sul fatto che abbiano deciso di rivelare la cosa proprio adesso, nel mezzo di negoziati in cui il fronte unico palestinese e’ cruciale, e allora perche’ non prima visto che e’ passato almeno un mese dall’ultimo di questi arresti; e pero’ la notizia e’ verosimile [2] visto che, nonostante il grande sfoggio di unita’ ai colloqui del Cairo, simultaneamente c’erano anche notizie come questa:

Fatah says Hamas placed its activists under house arrest during Gaza war: Fatah officials say the rival Hamas movement has placed scores of Fatah activists in Gaza under house arrest during the Gaza war and has shot several in the legs for not staying indoors. One of those attacked, Sami Abu Lasheen, told The Associated Press on Monday that Hamas gunmen shot him in both legs in late July. Abu Lasheen is undergoing treatment at a Jordanian hospital, but says he will need several months to recover. A Hamas official denied that house arrests were imposed as a policy. (Associated Press)

(Vedasi anche il post “Il giuoco delle parti”, scritto in tempi di “pace”.)

In generale ho trovato abbastanza incomprensibili (per me) le negoziazioni del Cairo. Hamas, Fatah e le altre fazioni palestinesi negoziavano come un’unica entita’, vis-à-vis Israele. Ma in realta’ Israele e Fatah avevano un interesse comune, che era quello di consegnare il controllo di Gaza all’Autorita’ Palestinese dominata da Fatah, contro l’interesse di Hamas e delle fazioni ad essa alleate in Gaza.  Cioè in pratica Fatah siede su entrambi i lati del tavolo dei negoziati. Comparativamente piu’ facile capire le motivazioni di Egitto, Qatar, USA e tutti gli altri che hanno messo il becco nella faccenda e che hanno sempre in mente anche la proxy war che stanno combattendo in Siria e Iraq. [Update: questo articolo riassume bene il ruolo del Qatar in tutto quanto.]

Tra l’altro, ogni volta che crolla un cessate-il-fuoco tra Hamas e Israele entrambe le parti danno la colpa all’altro. In genere mi faccio l’idea che sia colpa di Hamas, i cui leader hanno già mostrato da molti anni di avere poca considerazione per le perdite civili negli attacchi di risposta israeliani, ma questa volta noto un’anomalia nella causalita’. L’evento cruciale di ieri sera, infatti, e’ stato il bombardamento in cui sono morti la moglie e il figlio di 3 anni di Mohammed Deif, e forse lo stesso Mohammed Deif, il principale stratega militare di Hamas [3]. Secondo gli israeliani e’ morto, secondo Hamas no, ma viene fatto notare che Hamas puo’ avere molte ragioni per negare la sua morte (necessita’ di non validare le fonti di intelligence israeliane, tenere alto il morale, non svelare un temporaneo vuoto al vertice della catena di comando, ecc.)

Ora, il punto interessante e’ che per Hamas e’ stato quello il momento in cui il cessate-il-fuoco e’ stato violato (da Israele), e i suoi razzi sono stati una risposta (questa versione ignora altri razzi che Hamas ammette che sono stati sparati, ma non da loro bensi’ da un’altra fazione fuori dal loro controllo), mentre per Israele e’ stata Hamas a rompere la tregua con i razzi, a cui hanno risposto con quell’attacco (piu’ altri). Ieri sera mi sembrava piu’ verosimile la versione israeliana, stamattina pero’ ho letto questa frase:

In this context, it is fair to ask why the IDF did not try to hit Deif earlier in the current operation. The answer can probably be found in the phrase “operational opportunity”. Hamas leaders were deep inside their tunnels and hidden bunkers long before the fighting began. Perhaps Mohammed Deif made a mistake and left his hiding place prematurely.

E che coincidenza, che giusto quando Hamas decide di rompere la tregua, e l’IDF decide di colpire per punirli, capita che il pezzo grosso che e’ gia’ sfuggito a vari tentativi in passato commetta la prima distrazione della sua carriera!

Comunque niente paura, forse la tregua duratura e’ vicina. La politica in Medio Oriente e’ piena di sottigliezze.

I soliti pacati lettori di http://www.ynetnews.com

Le anziane signore assetate di morte nelle loro poltrone all’estero: non infrequenti tra i pacati lettori di http://www.ynetnews.com

[1] Nel frattempo confermo che in effetti, come dicevo qualche settimana fa, sembra che ci siano solo due rifugi publici in tutta Gerusalemme Est (entrambi in quartieri-colonia ebraici), contro un gazillione a Ovest. (Il numero di rifugi privati dovrebbe essere molto piu’ equilibrato. Dopo la Prima Guerra del Golfo, nel 1991, quando Saddam Hussein sparo’ dei missili contro Tel Aviv nella speranza di coinvolgere Israele nella guerra e farla diventare la Terza Guerra Mondiale, per legge tutte le nuove costruzioni devono prevedere una camera blindata e pressurizzata in ogni appartamento. Noi invece ci eravamo scelti un vecchio appartamento in un bell’edificio di quelli di una volta, quindi niente camera blindata.)

Qua la lista ufficiale dei rifugi pubblici a Gerusalemme.

Qua invece una mappa creata da utenti di googlemaps due anni fa (quindi nessuna garanzia di completezza, e infatti a Est ne mostra solo uno e non due) che pero’, nei casi in cui ho verificato, sembra coerente con quella lista:

sheltersSe il motivo e’ l’assunzione che tanto nessun arabo bombarderebbe altri fratelli arabi, sovrastimano decisamente l’accuratezza dei razzi di Hamas, che gia’ in queste settimane sono finiti anche nei dintorni di Betlemme ed Hebron. (In entrambi i casi probabilmente l’obiettivo era Gush Etzion. Andate su googlemaps e cercatelo per avere un’idea dell’imprecisione sotto questa ipotesi.)

[2] Anche se sembra esserci qualche scettico:

However, a political analyst for the Israeli newspaper Haaretz mocked the news, writing on Twitter: “[Shin Bet] claimed that Hamas was planning to carry out a coup in the West Bank using six pistols, seven RPGs and 20 M16 guns… Yes, it is true.”

Caveat: la fonte e’ indiretta, non ho ritrovato questo testo su twitter (forse era scritto in ebraico?), e non dice nemmeno chi sia questo analista politico. Sarei grato se qualcuno potesse confermare (e dirmi il nome) o smentire.

[3] Personaggio di cui, per una peculiare coincidenza, si e’ parlato improvvisamente tantissimo sui media israeliani negli ultimissimi giorni, come qui, dove ne davano una descrizione affascinante:

Some Israeli reports say he is missing an eye, limbs and is confined to a wheelchair. His whereabouts are also a mystery; an Israeli minister said last month that Deif had been in hiding in his own tunnels for years.

Le conseguenze dell’amore.

Quando una notizia mette di cattivo umore, a volte la pubblicita’ automatica sul sito ti restituisce il sorriso. Era capitato quando avevo appreso da facebook che un cecchino palestinese aveva sparato a un soldato a poca distanza dal nostro quartiere (ne avevo parlato qui) e giusto accanto, scelto evidentemente da un’accurata intelligenza artificiale, un banner mi invitava a provare il gioco “sniper”.

Adesso invece leggo una notizia sulle minacce fisiche ricevute da una coppia mista arabo-ebraica che sta per sposarsi, ad opera dell’organizzazione Lehava che si prefigge di minimizzare il numero di donne ebraiche che si sposano con goym e di conseguenza escono dal Popolo Eletto; ed ecco l’appropriatissima pubblicita’ scelta da un potente algoritmo:

Se vi piace raccapricciarvi, consiglio vivamente di leggere i commenti dei lettori sul fondo dell’articolo, circa meta’ dei quali sono in difesa di Lehava. Dubito che la proporzione sia rappresentativa della societa’ israeliana – d’altra parte si puo’ dire che uno che perde tempo a litigare sui commenti a un giornale online ha un’alta probabilita’ di essere una brutta persona – pero’ da quando so che aspetto hanno gli adesivi di Lehava bilingui arabo-ebraici, che dicono agli arabi “non azzardarti nemmeno a pensare a una ebrea”, li noto dappertutto:

[Update del 24/8/2014: precedentemente qui, per mancanza di mie foto, avevo messo un’immagine presa da un altro sito. Un caro amico ha espresso delle critiche costruttive nei commenti, per cui ho sostituito con foto mie.]

Mi ero gia’ imbattuto in Lehava ai tempi di uno dei primi post di questo blog, in quel caso si trattava di minacce a due ragazze ebree che vivevano in una colonia nella cisgiordania. In effetti, pare che un effetto collaterale inatteso della colonizzazione, che per la destra e’ una cosa da incentivare il piu’ possibile, siano un certo numero di matrimoni misti. I rapporti tra coloni ed autoctoni non si limitano a sassate e fucilate, ma anche rapporti di lavoro (i commerci ebraici assumono spesso manodopera palestinese) e, inevitabilmente, anche quell’altro tipo di rapporti li’. Questo articolo di qualche anno fa racconta di come questi ultimi due aspetti siano drammaticamente legati nella psicologia di Lehava, che cercava di impedire al management di un supermercato nella colonia di Gush Etzion di assumere personale palestinese, o almeno farli lavorare in settori separati.

According to Bentzi, when Lehava contacted owner Rami Levy and told him of the situation, Levy expressed sympathy with the cause and said he was trying to prevent further instances. But Lehava says Levy has not taken any concrete steps toward that end.
Suggestions such as employing men and women in separate departments or hiring only same-sex employees were not adopted, according to Lehava.

But Levy says the claims are unfounded. “It’s all lies. None of it is true,” said Levy last week. “I don’t know who these people are, and I don’t understand why their baseless claims are being publicized.”
Levy says he was never contacted by the organization, nor has he ever heard of any of his employees becoming romantically involved.
“We discourage these types of relationships.”

Da notare come da un lato il signor Levy si distanzi dai mattocchi di Lehava, ma dall’altro ci tenga anche a dire che comunque certe porcherie sono scoraggiate sul posto di lavoro.

Levy says he is opposed to intermarriage and has even provided separate employee dining areas for men and women in some of his branches. “We have a synagogue in every store, and I am more cautious of intermarriage than Lehava is,” he says. When asked what measures he would take if he heard about an instance of an impending intermarriage between two of his employees, Levy said he would speak to the hearts of both parties involved and try to persuade them against it.

Insomma, almeno e’ un moderato.

[Update, 19/10/2014]: a proposito di Lehava, leggere qui.

Da notare come ad esacerbare la questione sia il fatto che, come raccontavo qui, non e’ facile ottenere un matrimonio non religioso in Israele, in quanto se sei classificato in una religione il tuo matrimonio dev’essere officiato dalle autorita’ religiose della tua religione. Tra le grandi religioni monoteiste, solo il Cristianesimo ammette il matrimonio di un credente con un miscredente, alla sola condizione che quest’ultimo accetti di educare i figli “secondo i valori cristiani” (cosa che viene di solito interpretata abbastanza liberamente oggidi’, tipo che l’essere brave persone e’ in accordo con i valori cristiani e quindi basta non educarli a essere delle merde ed e’ ok). Per Islam e Giudaismo, un matrimonio misto implica che uno dei due si converta. (Da cui i commenti pro-Lehava dell’articolo linkato all’inizio, che fanno notare che si e’ convertita lei, a riprova della solita arroganza patriarcale araba. Va pero’ detto che, a quanto capisco, la conversione al Giudaismo e’ una roba cosi’ lunga e rognosa che alla fine richiede molta meno motivazione per un ebreo convertirsi all’Islam. [Update del 17/8/2014: questo articolo apparso oggi sembra confermare la cosa. Ma suggerisce anche da chi andare perche’ la cosa sia, sebbene non piu’ rapida, quantomeno meno sgradevole, tipo che non si debba smettere di vedere i propri amici non-ortodossi o cambiare asilo dei bimbi.])

(Fonte ignota. Trovata su http://www.ilpost.it/2014/06/08/matrimoni-israele/ ma presumibilmente veniva da altrove.)

(Fonte ignota. Trovata su http://www.ilpost.it/2014/06/08/matrimoni-israele/ ma presumibilmente veniva da altrove.)

Il numero di siti di dating per ebrei e’ sorprendente, a riprova della grande domanda per un matching che non sia solo caratteriale ma anche religioso (non so quanto la questione sia anche razziale, ufficialmente Lehava non e’ razzista ma e’ solo preoccupato per la sopravvivenza della religione giudaica che e’ cio’ che definisce il Popolo Eletto). A me piace moltissimo il logo di questo, specializzato in haredi:

Devo ammettere che hanno l'aria felice.

Devo ammettere che hanno l’aria felice.

Anche se e’ piu’ divertente questo, riservato alle mamme ebree che sanno cos’e’ meglio per la propria prole.

Ma nel settore laico della societa’ israeliana c’e’ chi e’ orgoglioso di fare scelte diverse:

La guerra e’ pace.

[Colonna sonora]

Piu’ di una persona in commenti espressi altrove [1] mi ha attaccato perche’ in questo blog ho usato la parola “rapire” in varie istanze per il caso dei soldati israeliani catturati da Hamas, dimostrando quindi un bias pro-sionista [2]. In una guerra, mi e’ stato fatto notare, soldati o militanti sono catturati, non rapiti. Ho dovuto concordare (e infatti ho editato almeno le occorrenze piu’ recenti) pero’ la discussione mi ha fatto venire in mente il seguente dubbio: ma formalmente, o almeno dal punto di vista di Israele, e’ una guerra o no?

Mi toglie questo dubbio l’Avvocatura dello Stato, che ha respinto una petizione all’Alta Corte di Giustizia che chiedeva allo Stato di dichiarare questa Operazione una Guerra (link). Scopro quindi che la guerra non e’ mai stata dichiarata [3]. Si capisce abbastanza chiaramente dall’articolo che la questione di fondo e’ che se e’ una guerra c’e’ da cacare i denari alle categorie di cittadini (israeliani) che hanno diritto a indennita’ o agevolazioni fiscali per danni causati da una guerra.

Ma come, direte voi (e mi son detto io), ma se abbiamo letto innumerevoli citazioni verbatim da Netanyahu e altri politici che usavano proprio la parola guerra! Ma l’Avvocatura dello Stato risponde anche a questo (anche se in riferimento all’Operazione Piogge Estive del 2006, che pero’ wikipedia non elenca tra le Guerre di Gaza):

“the decision to identify the campaign in 2006 as a ‘war’ was symbolic and ceremonial, and had no budgetary or legal significance.”

(Intanto viene fuori che il rigo finale del mio post precedente era stato troppo frettoloso – a memento del fatto che scrivere di eventi avvenuti negli ultimi minuti non e’ mai una buona idea. La tregua di 72 ore era stata si’ interrotta alla 70esima ora da una salva di razzi, ma sembra che fosse solo un modo per dire, in raffinato linguaggio politico, “concordiamo con la proposta egiziana di un’estensione di 5 giorni dei colloqui ma riteniamo che su alcuni dei punti a cui teniamo non ci sia stata sufficiente convergenza”.)

La risposta ufficiale dell’Avvocatura dello Stato.

Parlando di categorie che hanno danni dalla guerra pure quando non e’ una guerra, sembra (non sorprendentemente) che il settore turistico locale sia stato devastato questa estate. Se siete pro-palestinesi non gioite, perche’ il turismo e’ anche un’importante fonte di entrate per i palestinesi (Betlemme, Gerusalemme Est e Gerico sono i casi piu’ eclatanti). Mentre io ero in Europa a lavorare, mia moglie riceveva la visita di una nostra amica e le faceva fare dei giri nel weekend, e luoghi abitualmente pieni come uova erano tutti a loro disposizione. Tenetelo presente se volete fare le “vacanze intelligenti” prossimamente, con il bonus se siete pro-israeliani o pro-palestinesi [4] di sentirvi orgogliosi di aiutare il recupero dell’economia di chi vi sta piu’ simpatico tra i due.

Nel riportarmi a casa sabato dall’aeroporto, il nostro tassista di fiducia si lagnava dei guadagni perduti durante questa guerra. Non solo il grande deficit di turisti, ma per giunta gli arabi benestanti della citta’, anziche’ saltare di locale in locale in taxi nelle sere di Ramadan (festa lunga un mese durante la quale si digiuna di giorno e si gavazza di notte) se ne stavano a casa per via del clima pesante. (Infatti la sua lagnanza numero due era che durante questa guerra era diventato abituale che gruppi di ebrei ortodossi tirassero sassate al suo taxi nuovo nuovo per esprimere dissenso verso la sua etnia.)

In compenso, i proprietari di case arabi di Gerusalemme Est saranno gli unici inequivocabili vincitori della guerra. Il proprietario della nostra casa infatti prevede che verso novembre iniziera’ la ricostruzione di Gaza, e l’UNWRA e altre agenzie ONU inizieranno a importare esperti stranieri, ai quali pero’ non sara’ permesso risiedere a Gaza e risiederanno quindi a Gerusalemme Est. (Un motivo per la preferenza dell’Est rispetto all’Ovest e’ che lavorare quotidianamente con gli arabi e risiedere in un quartiere ebraico puo’ essere mal visto da entrambi; un altro motivo e’ il gran numero di vandalismi e minacce verbali contro personale ONU e specialmente UNRWA e le loro proprieta’, specialmente durante l’eccitazione collettiva di un tempo di guerra, come stiamo vedendo nel bollettino di sicurezza [5]. Conosciamo pero’ vari funzionari ONU che vivono in quartieri ebraici, o addirittura a Tel Aviv perche’ gli piace la movida.)

Note e digressioni:

[1] Prendo l’occasione per segnalare a tutti quelli che scoprono il mio blog tramite degli “share” su facebook che a me farebbe piu’ piacere se i commenti fossero qui, e creassero quindi un dialogo, anziche’ essere scritti su facebook stesso in risposta a chi ha fatto “share”. (Include anche il caso dei miei auto-share automatici.)

[2] Da quando questo blog ha cominciato a diventare popolare (da quando sono iniziati gli Eventi di Luglio i lettori che provengono dal mio facebook sono stretta minoranza, dicono le statistiche di wordpress) ho ricevuto un certo numero di attacchi frontali (purtroppo quasi mai immortalati qui, vedi nota [1]). A consolarmi e’ il fatto che circa meta’ mi accusano di un bias pro-sionista e l’altra meta’ di un bias pro-palestinese. (E se avessero ragione entrambi?)

[3] Forse perche’ la Striscia di Gaza non e’ uno stato, e ha uno statuto fumoso sia dal punto di vista delle Nazioni Unite – per le quali e’ Territorio Occupato da Israele, in quanto questo ne controlla tutti gli accessi e lo spazio aereo – sia dal punto di vista di Israele, per il quale non e’ parte di Israele (avendola de-occupata nel 2005 nell’interpretazione “boots on the ground” di Occupazione) e certamente non e’ parte della Palestina, visto che insistono sul fatto che la Palestina non esiste.
[Update: leggere i commenti per una discussione su questa nota.]

[4] O entrambi? Perche’ no? Ha creato scalpore questo sondaggio che dimostra che, per esempio, alla maggioranza dei francesi in realta’ non gliene frega un cazzo di nessuno di loro.

[5] Come gia’ scrissi qua, e come verificato in altre conversazioni avvenute da allora, la percezione israeliana e’ che l’ONU sia fortemente anti-israeliana per partito preso. Ma se e’ vera questa notizia, l’ONU ogni tanto fa fare la correzione di bozze delle sue dichiarazioni pubbliche agli israeliani per assicurarsi che nessuno si offenda troppo. (A me la notizia sembra verosimile, dato che tutti i vari statement ufficiali dell’ONU che ho letto finora hanno un bilancio perfetto tra paragrafi in cui si suggeriscono violazioni di diritti umani o crimini di guerra di un lato e dell’altro. Ovviamente, siccome sono noiosissimi, i giornali riportano solo le parti interessanti, dando l’impressione di durissimi j’accuse invece del cauto burocratese che e’.)

:(

Con lui avevo scambiato solo poche chiacchiere, mesi fa, una volta che eravamo andati simultaneamente a prendere le nostre bimbe dalla babysitter che avevamo all’inizio. Sua figlia e mia figlia, a quanto pare, giocavano molto insieme.

Come se non bastasse, la tregua e’ finita.

Cittadino modello.

Se dovessi avere problemi con la giustizia mentre ci troviamo in Israele (sono tornato sabato), cercherei di farmi difendere dall’Avvocato Siniya Harizi Moses.

Apprendo di lui dalla notizia dell’arresto di dieci estremisti ebrei che un paio di settimane fa hanno pestato due ragazzi arabi fino a ridurli cosi’:

Dovendo spiegare perche’ e’ improbabile che il suo assistito possa avere commesso un atto cosi’ antisociale, l’Avv. Harizi Moses usa l’argomento seguente:

My client has no criminal record, he’s normative, was supposed to enlist to a combat unit in the army this summer

Effettivamente, come e’ possibile che qualcuno che odia gli arabi possa desiderare di arruolarsi in un’unita’ di combattimento dell’esercito?

Comunicazione di servizio.

[Questo post sparira’ dal cyberspazio quando avra’ assolto la sua funzione.]

Se sei la persona che da un paio di giorni cerca su google, in italiano, informazioni sugli affitti a Gerusalemme Est e continua a inciampare in questo blog (o se sei un’altra persona che cerca la stessa informazione) puoi lasciare un messaggio qua, specificando l’indirizzo mail nell’apposito campo (sara’ visibile solo a me, non ad altri lettori), visto che cerchiamo appunto qualcuno che prenda il nostro appartamento dopo che ce ne andiamo.

Tutti gli altri: circolare, non c’e’ nulla da vedere.

La tomba e altri racconti dell’incubo.

Stamattina ho rassicurato l’ennesimo collega (sono in Belgio) che no, siamo tranquilloni, abbiamo avuto un po’ paura un mese fa ma la guerra e’ fisicamente lontana da Gerusalemme. Poi a mezzogiorno arriva la notifica da facebook, qualcuno ha postato su “Jerusalem Expat Parents” che c’e’ grande presenza della polizia all’incrocio tra via Shimon HaTzadik e la grande strada che segue il percorso della Linea Verde (il confine dell’armistizio del ’49) e separa il nostro quartiere da Mea Shearim.

In pratica 3 minuti da casa nostra.

Ho un vado ricordo che mia moglie oggi non lavora a Ramallah ma ha dei meeting a Gerusalemme, e le mando un messaggio per dirle di stare attenta.

(Mi ha poi detto che stava proprio li’ vicino e sentendo gente che urlava e vedendo decine di poliziotti che correvano aveva gia’ capito rapidamente che era il caso di cambiare strada.)

Rubo la foto al solito blogger israeliano che cito spesso e che passa spesso dal mio quartiere:

Poco dopo i giornali online israeliani hanno cominciato a dare la notizia, ma ci sono volute ore prima che ci si capisse qualcosa. In breve: secondo le ricostruzioni il guidatore di una ruspa (arabo) che lavorava in un cantiere ha cominciato ad attaccare la gente, uccidendo una persona, e ha poi ha ribaltato un bus (vuoto a parte il conducente), prima che arrivassero dei poliziotti ad abbatterlo.

L’episodio e’ interpretato come un attentato terroristico, anche se il solito giornale “centrista” che uso come riferimento (soprattutto perche’ non mette mai i suoi articoli a pagamento, a differenza di quegli accattoni di Haaretz) ha rapidamente messo online un articolo in cui dava il punto di vista di un amico di famiglia, ovvero che secondo lui era improbabile che fosse un attentato visto che il guidatore non aveva nessuna affiliazione politica nota e che “came from an affluent family without any history of attacks on Israel” (frase che mi ha ricordato questa brutta storia di qualche mese fa) e che forse aveva inizialmente perso il controllo della ruspa, per poi farsi prendere dal panico e combinare ulteriore danno. Il credito che il giornale da’ alla sua ipotesi si puo’ vedere dal titolo dell’articolo (“Source close to Jerusalem terrorist: It was an accident”).

Alcune ore dopo, un episodio inequivocabilmente terroristico e’ avvenuto a pochi km di distanza (un uomo mascherato ha sparato a un soldato vicino al Monte degli Olivi, ferendolo gravemente). Qualcuno ipotizza una matrice comune, qualcuno che il secondo sia una reazione spontanea al primo (indipendentemente dal fatto che il primo fosse terrorismo o incidente.)

Un dettaglio curioso: la vittima del primo episodio (l’uomo che e’ stato ucciso dalla ruspa prima che fosse coinvolto il bus) e’ un haredi residente di Mea Shearim, che appartiene a una piccola organizzazione di estrema destra, Atra Kadisha (cosi’ ignota da non avere nemmeno una pagina su wikipedia, per cui linko questo in mancanza di meglio).

La descrizione degli eventi iniziali:

Yossi, who lives near the construction site where Wallis was killed, said “throughout the day there was a supervisor from Atra Kadisha which oversaw the Arab worker to make sure he did not dig near grave sites. One of the neighbors saw the incident and at one point the digger’s driver hit him. (…)

Atra Kadisha (significa “Sito Sacro” in aramaico) ha come missione di proteggere le tombe da qualsiasi tipo di scavo. Sembrano avere una reputazione di estremismo e rottura di coglioni. Colpisce che tutte le notizie che ho trovato cercando Atra Kadisha su google (tutte da giornali israeliani, di diversi orientamenti politici) sono unanimemente molto poco empatiche verso questa organizzazione, con l’eccezione di quella di oggi linkata sopra che da’ in assoluto la descrizione piu’ positiva letta finora:

“Rabbi Avrohom Wallis, a 29-year-old resident of Mea Shearim in Jerusalem, was killed in a terrorist attack earlier Monday while working at a construction site for Atra Kadisha, an organization which assures graves are not disturbed during building.”

Memo to self: stare alla larga (anche) dai cantieri.

[Update, 14/8/2014]: ieri e oggi veniva consigliato di stare alla larga da un punto leggermente piu’ in basso della stessa strada, per via di una protesta di ultra-ortodossi. L’unico accenno che ho trovato online e’ questo. Sembra che ci siano sempre di mezzo delle tombe. Indaghero’ se potro’.

Il signore che conta i morti a Gaza.

C’e’ un funzionario del Ministero della Salute di Gaza che passa il suo tempo auto-sepolto vivo in un ospedale, dorme (di rado) su un materasso nel suo ufficio e non vede la famiglia da tre settimane. La sua deontologia professionale e’ messa in dubbio da circa meta’ dell’opinione pubblica e data per scontata dall’altra meta’. In ogni caso, anche per chi ne e’ scettico, i suoi dati sono preziosi perche’ qualunque altro tipo di dato e’ ancora meno affidabile. Alcune fonti secondarie, come l’ONU o altre che linko qui, possono essere preferibili in termini pragmatici perche’ si sono date la briga di verificare nei limiti del possibile e ripulire dai doppioni, ma mi sembra di capire che la fonte primaria e’ una sola ed e’ lui coi suoi assistenti.

La metodologia ONU e’ spiegata ad esempio qua:

“the Protection Cluster collects and verifies information regarding fatalities in Gaza, and these preliminary figures are used by the humanitarian community in situation reports. In terms of methodology, the UN Office of High Commissioner for Human Rights (as Protection Cluster) compiles initial reports of fatalities from the media and other sources, and works with Palestinian and Israeli human rights organizations to cross-check and verify these reports, and whether the individuals are civilians or combatants. Fatality figures are only included once they have been corroborated by more than one organization.”

Dallo stesso articolo, un cross-check dettagliato fatto dal lato israeliano su un sotto-campione:

Reuven Ehrilch of the Meir Amit Intelligence and Information Center, an Israeli think tank, told The Media Line that its comparison study of the names of the Palestinians killed in Operation Protective Edge and the relationship between terror groups and uninvolved citizens revealed that out of 152 names checked, 71 were identified as terror agents and 81 were uninvolved citizens.

Trovo degno di nota che questo venga usato per rassicurare il lettore che quindi le cose vanno benone e la moralita’ dell’IDF e’ matematicamente dimostrata. A me pero’ 81 innocenti certificati su 152 casi verificati non sembra una percentuale tanto bella (53%), ne’ qualitativamente molto diversa dal circa 75% che viene citato normalmente. Smentisce solo l’ipotesi che la stragrande maggioranza delle vittime siano innocenti, la quale d’altra parte e’ un’ipotesi che solo un supporter pro-palestinese molto ottenebrato potrebbe prendere in considerazione (come dicono gli americani, “your strawman is too easy to knock down”). C’e’ addirittura una pagina di wikipedia dedicata a spiegare che chi fa questo e’ uno stronzo.

In questi ultimi giorni mi sono imbattuto in vari articoli di gente che ha fatto delle semplici analisi statistiche sui dati funebri di Gaza. I grafici di questo post vengono tutti da questo articolo, segnalato da un collega israeliano (con cui di solito discuto di analisi di altri tipi di dati); non e’ molto up-to-date (i dati sono di una settimana fa, quando i morti erano solo circa 500; al momento di scrivere, sono piu’ di 1200) ma e’ ben fatto. Si tratta di un autore che, se ha un bias, ce l’ha pro-israeliano (basta dare un’occhiata all’homepage) ma conclusioni essenzialmente identiche le raggiunge questo articolo in italiano, basato su dati un po’ piu’ recenti (l’articolo e’ di due giorni fa e usa dati di due giorni prima) e il cui autore, se ha un bias, potrebbe averlo pro-palestinese a giudicare dal sito su cui scrive. [1]

L’analisi piu’ semplice che fa e’ basata su questo grafico:

Cliccare la figura per andare all’articolo.

L’autore fa l’assunzione (probabilmente ragionevole) che le donne militanti siano rare. (Hamas non e’ noto per la sua difesa della parita’ dei sessi). Assume quindi, come fanno anche gli anti-guerra, che in prima approssimazione tutte le circa 100 donne di questo grafico siano vittime innocenti. Argomenta che, dato che le donne sono circa il 50% della popolazione, e nel sample in questione invece solo il 22%, questo dimostra la falsita’ dell’affermazione che l’IDF cerca intenzionalmente di uccidere civili. Ripeto quindi il commento di cui sopra sullo “strawman argument”. Cio’ che io ho appreso invece da questo grafico e’ che le vittime innocenti sono circa il 40% di quel campione (circa 100 donne, piu’ secondo la nostra assunzione un numero uguale di uomini innocenti, fa circa 200 su 500). Date le molte incertezze su questi numeri, e i possibili bias statistici non considerati (come suggerisce lui, forse le donne sono protette di piu’, mandate nei rifugi prima, mentre gli uomini devono lavorare), il risultato di questa “analisi inclusiva” e’ tutto sommato abbastanza compatibile col 53% dall'”analisi esclusiva” fatta dal Meir Amit Intelligence and Information Center (il quale puo’ a sua volta avere dei bias statistici sottili, non necessariamente in malafede.)

Trae le stesse conclusioni anche da questo grafico, piu’ ricco di informazione:

Dalla stessa fonte.

L’autore confronta con la struttura demografica di Gaza (fonte, anche se purtroppo non ha lo stesso “binning”) per dimostrare che i segmenti di eta’ corrispondenti al profilo tipico del militante sono sovra-rappresentati rispetto alla popolazione generale.

Incidentalmente: con lo stesso grafico, grazie al fatto che mostra simultaneamente la divisione per eta’ e per sesso, abbiamo l’opportunita’ di potere usare un “campione di controllo” (in questo caso, le donne) per verificare l’assunzione che la distribuzione di eta’ delle vittime innocenti segue grosso modo la demograzia generale di Gaza. (E’ naturale aspettarselo, ma e’ sempre utile verificare tutte le assunzioni che si puo’, anche quelle che sembrano ovvie.)

C’e’ un dettaglio in questo grafico che non ho visto commentato da nessuna parte finora. Lo faccio io, perche’ non ho affatto una spiegazione, ma forse e’ proprio per questo (il non avere una spiegazione ovvia) che non viene commentato cosi’ spesso (di solito alla gente piace spiegare le cose per cui si ha una spiegazione).

La differenza maschi-femmine, che abbiamo usato sopra per la stima naif delle vittime innocenti usando i numeri sommati per tutte le eta’, e’ molto grande anche nella fascia d’eta’ 0-10: 40 maschi e 20 femmine. Potrebbe benissimo essere una fluttuazione statistica, ovviamente, in fondo se non sbaglio il calcolo si tratta solo di piu’ di una deviazione standard di differenza. Cioe’ giusto un po’ improbabile ma non raro. Se consideriamo tutti i minorenni (0-17) siamo a circa 70 contro circa 30, e se non erro siamo a circa 4 deviazioni standard, cioe’ l’ipotesi che sia solo una fluttuazione statistica diventa molto improbabile. Attenzione, avendo esteso il range fino a 17 anni abbiamo indebolito la validita’ dell’approssimazione che siano tutti non combattenti, visto che ci sono notoriamente anche militanti minorenni. (Per la morale occidentale sarebbero comunque vittime innocenti).

Io punto il dito su questa anomalia, ma francamente non ho idea di come spiegarla. Da notare come non abbia senso in nessuna delle due ipotesi estreme: se l’IDF avesse una discriminazione perfetta tra militanti e civili e si astenesse sempre da un attacco quando c’e’ il rischio di coinvolgere innocenti, non ci sarebbe nessuna vittima nel range 0-10; se l’IDF cercasse intenzionalmente di uccidere civili, maschi e femmine sarebbero 50% in tutti i segmenti d’eta’, compreso quello.

Ho pensato alle seguenti spiegazioni:

  • Dati truccati alla fonte, con eta’ delle vittime abbassate sistematicamente? Questa e’ la prima spiegazione che ho pensato (ci sarebbe quindi un “feed-down” dal picco della distribuzione, e sarebbe quindi piu’ forte per i maschi che per le femmine). Ma non ho visto questo riportato dai vari “think tank” israeliani che verificano le persone una a una, quindi non sembra plausibile che sia una cosa frequente.
  • Gli uomini di Hamas, per motivi culturali, vanno in giro preferibilmente con i figli maschi che con le femmine? Boh, ma anche se fosse, l’IDF non ci aveva detto che rinunciano ad attaccare un obiettivo se ci sono innocenti vicino? (Vedasi il mio commento qui sul fatto che sembra che tutti considerino assolutamente ok ammazzare un bambino e una vecchia se si trovano in macchina con un obiettivo verosimilmente legittimo.)
  • La presenza di piu’ militanti minorenni di quanto io pensi? Potrebbe spiegare parte del segmento 11-17, ma e’ improbabile per il segmento 0-10. E come detto sopra, sarebbe lecito comunque considerarli non punibili come gli adulti, come facciamo nei nostri sistemi legali. (Incidentalmente: la discussione su quello che ne pensate di quest’ultima frase non puo’ prescindere dal dirimere preliminarmente la questione se questa sia una guerra o un’operazione anti-terrorismo. Ufficialmente, per l’IDF e’ la seconda, o almeno lo era all’inizio.)
  • Dalla distanza e’ difficile capire l’eta’, mentre e’ piu’ facile capire il sesso. Questa mi sembra convincente per il segmento 11-17, ma non tanto per 0-10.

Vedremo con piu’ dati. (Si prevedono almeno altre due settimane di guerra, perche’ questo e’ quanto l’IDF stima necessario per la distruzione di tutti i tunnel, quindi avremo sicuramente abbastanza statistica da dirimere il dubbio se sia solo una fluttuazione.)

Al di la’ di questo dettaglio che non capisco (che ha buone probabilita’ di non essere importante), un punto sicuramente importante che puo’ alterare l’interpretazione di questi dati, e che purtroppo credo sia impossibile da quantificare: la stessa struttura d’eta’ “simil-militante” ce l’ha non solo il campione dei veri militanti, ma anche un sotto-campione delle vittime innocenti, gli uomini che sono scambiati per militanti proprio perche’ hanno quel profilo d’eta’. Sempre in quel post linkavo un articolo dove si racconta tra le altre cose:

“In the morning we identified four men, aged 25 – 40, with keffiyehs, standing outside the house talking. It was suspect. We reported it to intelligence, specifying the house they were about to enter.

Intelligence passed this on to the Shabak (Israeli Security Agency) who reported that this was known as a Hamas activist’s house. This is automatically acted upon. I don’t remember what we used – whether it was a helicopter or something else, but the house was bombed while these guys were inside.

A woman ran out of the house holding a child, and escaped southward. That is to say, there had been innocent people inside.”

A parte l’ultimo paragrafo (che si riallaccia al problema dell’ammazzare innocenti per la colpa di essere nella stessa casa di terroristi o presunti terroristi), notare che non e’ detto che i due uomini “sospetti” fossero terroristi. La probabilita’ era piu’ alta che per persone sorteggiate a caso, ma esaminiamo i criteri per cui lo Shabak ha preso questa decisione: erano tra i 25 e i 40 anni, chiacchieravano accanto alla casa di un attivista e poi ci entravano dentro. Il primo criterio e’ bastato per attirare l’attenzione inizialmente, il terzo ha determinato la loro morte. Non sappiamo se alla fine erano davvero complici dell’attivista o giusto parenti o amici non implicati in azioni belliche. Inoltre, rilevante anche notare che non c’erano prove che fossero in procinto di sparare un razzo. La morale comune ammette di uccidere un potenziale assassino quando pone una minaccia immediata; uccidere a freddo un omicida o un potenziale omicida e’ a sua volta omicidio.

Comunque, la risposta alla domanda se l’IDF stia commettendo crimini di guerra non potra’ venire (se mai verra’) molto facilmente, come per esempio da analisi inclusive dei dati. Necessariamente dovra’ essere basata su singoli casi, in ognuno dei quali ci sara’ un certo livello di soggettivita’ nella valutazione della proporzionalita’ dell’attacco.

In qualsiasi azione, idealmente qualunque militare vorrebbe simultaneamente massimizzare l’efficienza (frazione dei target che vengono uccisi) e massimizzare anche la purezza (frazione degli uccisi che appartengono al target; ovvero equivalentemente minimizzare la frazione degli uccisi che sono innocenti). Le due cose sono in contraddizione, e quindi ogni singola scelta e’ un compromesso tra i due obiettivi. Su qualunque punto dello spettro si trovi il compromesso scelto, ci sara’ sempre chi lo difendera’ come una scelta di buon senso e chi lo chiamera’ un crimine di guerra. [2]

Per alcuni uccidere quei due signori di 25-40 anni e’ stata una scelta prudente e per altri una barbarie (“meglio un civile morto che un terrorista vivo” contraddice un principio base a cui siamo educati.)

La fascia rosa e' la zona ai cui abitanti e' stato detto dall'IDF di evacuare.

La fascia rosa e’ la zona ai cui abitanti e’ stato detto dall’IDF di evacuare. (Fonte: ONU)

[1] La lista degli autori e’ sul fondo dell’homepage, e tutti i nomi che riconosco sono di sinistra.

Un altro autore di quel sito, la cui simpatia pro-palestinese sembra dichiarata apertamente (in passato ha fatto volontariato a Betlemme), ha scritto anche lui, pur senza analisi di dati, in un articolo ben scritto per spiegare che Israele non ammazza indiscriminatamente i civili.

Gli rubo qualche paragrafo, giusto per stimolare a leggere tutto il resto:

Ci sono tre comportamenti, nei riguardi dei civili, in guerra: il primo è quello di cercare di ridurre al minimo le vittime civili, anche a costo di fare operazioni militari meno efficaci; il secondo è quello di ignorare la quantità di vittime civili che un’operazione militare possa comportare; il terzo è quello di cercare di fare più morti civili possibile.

Israele si comporta in un modo che rientra nello spettro fra il primo e il secondo, a seconda dell’opinione che se ne ha. Hamas si comporta inequivocabilmente nel terzo modo. Israele vuole uccidere il meno possibile o se ne frega. Hamas vuole uccidere il più possibile.

(…)

Naturalmente la distinzione fra Israele e Hamas è ben lontana dall’esaurire la questione, perché fra ”cerca di uccidere il meno possibile” e “se ne frega” c’è uno spazio enorme, che va dalla condotta esemplare ai crimini contro l’umanità.

Lo stesso autore spiega anche la sua interpretazione del perche’ Hamas si comporta come si sta comportando, che e’ la domanda piu’ ricorrente per tutti gli occidentali.

[2] Chiaramente, l’empatia per un popolo diverso dal proprio e’ piu’ bassa che per il proprio, e ancora piu’ bassa e’ quella per un popolo nemico. E’ quindi ragionevole aspettarsi che il punto di compromesso ottimale sia considerato diverso da un popolo in guerra che dagli osservatori esterni. (E infatti il 95% degli ebrei israeliani supporta questa guerra, e il 45% ritiene che l’IDF dovrebbe andarci ancora piu’ duro, mentre solo 3-4% pensa che dovrebbero andarci piu’ piano – fonte – mentre la maggior parte della comunita’ internazionale invece e’ orripilata.)

E’ interessante quindi leggere che compromessi che errano verso il lato poco piacevole possono fare parte della prassi dell’IDF anche riguardo ai propri stessi uomini: wikipedia ci racconta della Direttiva Annibale, che ufficialmente non esiste (come d’altronde le bombe atomiche) e che ha molto senso, razionalmente: Hamas, Hezbollah e altri gruppi cercano continuamente di catturare vivi dei soldati israeliani per usarli come pedina di scambio, sfruttando l’emotivita’ collettiva (sorprendentemente, in questo Israele infatti in passato si e’ dimostrato piu’ mollacchione dell’Italia!), per cui un soldato catturato fa molto piu’ danno che se morisse. (Secondo questo signore questo principio sarebbe gia’ stato applicato durante questa guerra, alcuni giorni fa.)


[Update dell’1 agosto]:

Mi sono appena imbattuto nella notizia di un giornalista italiano che testimonia che la strage del parco giochi di Shati e’ stato un incidente di Hamas e non dell’IDF (e che non riteneva salubre dirlo finche’ la sua sicurezza era nelle mani di, appunto, Hamas), confermando la ricostruzione dell’IDF.

Questo si riallaccia al punto 1 del caveat che avevo gia’ linkato.

Ovviamente tutti i pro-IDF staranno in questo momento furiosamente forwardando la notizia (e quasi tutti gli anti-IDF se ne staranno astenendo) per dimostrare che non e’ vero che tutti i morti civili sono dovuti all’IDF (strawman argument, again) e ho gia’ visto qualcuno fare confusione tra la strage del parco giochi di Shati e le varie scuole ONU colpite (tra cui questa che invece, a quanto so, al momento e’ attribuita all’IDF e secondo l’ONU anche criminalmente.)

In effetti sembra che i razzi di Hamas e dei loro (attuali) alleati della Jihad Islamica siano molto imprecisi, come gia’ scrivevo qualche mese fa.

Siccome dire solo questo senza fornire numeri puo’ significare tutto e niente, e siccome se mi mettessi a quantificare senza dare qualche dettaglio su come ho contato mi esporrebbe al sospetto di contare le cose come mi pare a me [a], ho appena sbattuto su dropbox un file di testo col copia-incolla dei dati del bollettino di sicurezza, raccolti in “tempo di pace”. La statistica tra i primi di gennaio e i primi di giugno, come potete vedere, non e’ neanche troppo piccola, grazie ai razzi che ogni tanto la Jihad Islamica sparacchiava un po’ per esercizio e un po’ per rompere i coglioni. (Mi sono fermato ai primi di giugno perche’ poi il formato delle mail e’ cambiato. L’unico edit che ho fatto e’ stato, per la comodita’ di conteggio del lettore, spezzare su piu’ righe gli eventi avvenuti in posti diversi o in giorni diversi, che talvolta erano riuniti in una sola riga.) In quel particolare momento storico l’interpretazione degli eventi (compresa la fiammata di attivita’ di meta’ marzo) era che Hamas stava formalmente rispettando il cessate il fuoco in corso dal 2012, ma volutamente chiudendo un occhio sulle attivita’ della Jihad Islamica in modo da fare qualche pressione su Israele. Per questo Israele minacciava Hamas ma limitava le sue risposte ad attacchi di precisione chirurgica (in quel caso in effetti le vittime innocenti erano molto rare).

[a] Da quando questo blog ha cominciato ad essere sharato selvaggiamente su facebook, gia’ mi sono beccato un po’ di accuse di bias sia pro-sionista che pro-palestinese. Meno di quante temessi ma piu’ di quante sperassi. Per fortuna in numero equo, il che mi rassicura.

(Peccato che le accuse espresse in maniera piu’ pittoresca siano avvenute su facebook e non nei commenti qui, perche’ non posso riportarle senza violare la privacy.)


[Update del 2 agosto, in riferimento alla nota 2]:

Ieri qualunque speranza di una soluzione diplomatica imminente e’ andata a farsi fottere, in un’ennesima spettacolare dimostrazione della follia omicida di Hamas (omicida nei fatti piu’ verso il proprio stesso popolo che verso il nemico). I fatti sono noti a chiunque legga i giornali, per cui riassumo piu’ che altro a beneficio dei lettori provenienti dal futuro: Hamas aveva dato l’accordo a un cessate il fuoco di 72 ore, da usare per negoziare al Cairo un cessate il fuoco di lunga durata. Entro due ore dall’inizio del cessate il fuoco, soldati israeliani sono stati attaccati, alcuni uccisi, uno (Hadar Goldin) catturato.

Avevo gia’ dimenticato la Direttiva Annibale (pur avendola linkata io stesso quando ho scritto questo post) ma me l’ha ricordata questo paragrafo dell’articolo stesso in cui ho appreso la notizia del rapimento:

These hours are the golden hours and the IDF and Shin Bet will do their best to obtain the “golden knowledge” in order to make sure Israel doesn’t have another Gilad Shalit on its hands, or to verify that the suspected kidnap victim is no longer alive – which makes it easier, no matter how painful that might be.

(Fonte: ynetnews.com)

La parte che ho grassettato mi ha fatto venire in mente la Direttiva Annibale, ma mi sono chiesto se e’ complottismo di bassa lega o se c’e’ qualcuno dall’apparenza seria che scrive nei media mainstream che lo prende sul serio. Per cui per curiosita’ ho googlato la stringa “hadar goldin hannibal directive”, e vedo che sembra che sia un’ipotesi presa abbastanza sul serio. Interessante anche restringere la ricerca ai siti israeliani (per chi non lo sapesse, c’e’ un’opzione su google che restringe la ricerca a un dominio di primo, secondo, terzo livello: “hadar goldin hannibal directive site:il” ricerca solo nei siti che finiscono con .il, ovvero israeliani.)

[Update, 31/12/2014]: a mesi di distanza, nei media israeliani si parla apertamente dell’applicazione della Direttiva Annibale in quello specifico caso, e ci si chiede se il massacro di civili conseguente sia stato appropriato (link).

Incidentalmente, e senza nessuna intenzione di voler sembrare un apologeta di Hamas (non lo sono, li considero degli assassini sia nell’ideologia che nella prassi), e solo perche’ mi ha sorpreso tantissimo quando l’ho letto qualche tempo fa, linko qui un articolo del Jerusalem Post (giornale di destra) di quando Gilad Shalit e’ stato liberato, che racconta che le condizioni in cui fu tenuto in cattivita’ non erano quelle che uno si immagina. Se Hadar Oldin e’ ancora vivo mi auguro che le sue condizioni siano comparabili, entro i limiti di quello che e’ possibile in questo momento in un’enclave sotto attacco e senza acqua potabile. [Mini-update del 3 agosto: non era gia’ piu’ vivo. Le circostanze non sono ancora molto chiare, e il corpo non e’ stato ritrovato. Questo ha fatto pensare ancora piu’ gente alla Direttiva Annibale, pero’ contestualmente e’ anche venuto fuori che Oldin era parente del Ministro della Difesa, quindi si puo’ arguire che e’ improbabile che lui possa aver dato quell’ordine.]

I paragrafi piu’ sorprendenti del racconto di Gilad Shalit:

Schalit remembers his time in captivity clearly. He was not held in basements and he was not tortured other than slight “annoyances” in his first days of captivity. Though they hit him a bit and tied him to bars, they quickly understood that he was fragile and would die in their hands if they beat him too badly. They did not want him to die, that would have been a catastrophe. At that point, Schalit was the Palestinian people’s greatest asset.

During his captivity he was passed among several Palestinian families around the Gaza Strip. He watched television, listened to the radio and was even occasionally allowed to surf the internet. He heard all of the news reports during “Operation Cast Lead” in winter 2008-9, and watched all of the 2010 World Cup games. He specifically remembers the game he saw when he was moved from one family to another – it was a game featuring Spain, the world champions. All in all, he was treated reasonably.

The main problem was food. There were not many culinary options and Schalit was forced to eat what Gazans eat, which is mainly humus. Understandably he was in a depressed state, which affected his appetite, which in turn caused a dramatic drop in his weight. He did not go on a hunger strike, and indeed never considered the option. One day he ate with a family on their rooftop in Khan Yunis and from their roof he could see the Mediterranean. Under other circumstances, he could have believed that he was on vacation.

Ovviamente, una vacanza di 5 anni e’ una cosa spaventosa di per se’, indipendentemente da quanto affettuose siano le tue guardie. Ma questo vale anche per i prigionieri in un carcere (il confronto piu’ fair e’ con i palestinesi in attesa di giudizio da anni, che probabilmente ricevono un trattamento “occidentale” nel senso di non essere torturati, ma differentemente dagli occidentali e dai cittadini israeliani – arabi compresi – non hanno diritto ne’ a vedere un giudice ne’ a sapere esattamente quali sono le accuse – link.)

Se Parigi avesse il deserto…

…sarebbe una piccola Gerusalemme

Ho appreso dell’esistenza di un luogo alla periferia di Parigi chiamato Piccola Gerusalemme (ci hanno fatto pure un film) tramite la radio francese alcuni giorni fa. Il giorno prima, infatti, li’ si era svolta una delle varie manifestazioni pro-palestinesi francesi degenerate in violenza. Alcuni gruppi di immigrati arabi avevano picchiato e inseguito dei contro-manifestanti ebrei costringendoli a rifugiarsi in una sinagoga (link).
La radio intervistava un residente ebreo del quartiere, che spiegava con costernazione che quel quartiere, popolato in gran misura sia da ebrei che da musulmani, era sempre stato considerato un modello di coesistenza, e per questo veniva chiamato Petite Jerusalem.
Mi ha fatto sorridere, perche’ per me Gerusalemme e’ la citta’ della coesistenza tossica, in cui la mescolanza tra ebrei e arabi e’ come acqua e olio. Quel commento mi e’ sembrato naif come le magliette “Gerusalemme citta’ della Pace” con la croce, la stella di David e la mezzaluna: l’assunzione e’ che le religioni predichino la pace (cosa che tra varie cose fanno, in effetti, ma quanto questo aspetto sia enfatizzato dipende dal momento storico), ma Gerusalemme e’ la citta’ del Conflitto, e lo e’ proprio perche’ ci sono troppe religioni.
Invece in Israele quando qualcuno vuole citarti un modello di coesistenza riuscita ti cita Haifa, citta’ bi-etnica e guarda caso laicissima (l’unico monumento religioso degno di nota ad Haifa e’ la tomba del Baha’u’llah, sacra ai 5 milioni di baha’i del mondo, quasi nessuno dei quali, peraltro, vive in Israele).
Certo, non che tutto vada sempre a meraviglia neanche li’.

god-middleeast

Buonanotte, buonanotte, fiorellino sinistro

Manifestazioni contro la guerra di Gaza avvengono in continuazione nelle principali citta’ israeliane, con ebrei di sinistra e arabi israeliani spesso uniti nella protesta. Ma ci sono anche tante manifestazioni di destra a favore della guerra, e ci sono vari casi di squadrismo contro manifestanti di sinistra (ad es.). E giusto per sconvolgere tutto cio’ che pensavo di aver capito dell’estrema destra israeliana, ecco che scopro l’esistenza degli skinhead ebrei (ad es.) e di una moda copiata para para (con appena un tocco di photoshop a differenziarla) dai neonazisti tedeschi:

goodnight-leftside

Sometimes I feel we are in a different country

Mentre noi siamo belli paciarotti alla periferia di Ginevra (io per lavoro, mia moglie per vacanza, entrambi per sbrigare anche delle faccende pratiche), il nostro padrone di casa (arabo) di Gerusalemme si preoccupa per noi:

Hi Xxx
I hope everything is alright with you and the family
Yyy

Ma come, noi siamo quasi sul punto di buttare le schede telefoniche nella spazzatura per il fastidio di continuare a sentirci dire da persone care che secondo loro non e’ il caso di tornare laggiu’, e lui che e’ laggiu’ si preoccupa di come stiamo quaggiu’?
Rispondo quindi:

Dear Yyy,
thanks a lot for your concern; we are all fine, right now in Geneva […]
Actually, *we* are constantly concerned for you and your family: is everything ok in Jerusalem? We check the awful news every day, and we understand that there have not been any rockets towards Jerusalem lately, but we just noticed a title on the Haaretz website saying that, again, mobs attacked some Palestinians in Jerusalem. How is it now? Is it dangerous for Arabs or Arab-looking people? We hope that everything is ok.
Cheers,
Xxx

(Tra l’altro, anche il nostro tassista di fiducia – anche lui arabo – riporta vari episodi di sassate contro il suo taxi e insulti contro lui e famiglia, da quando sono iniziati gli “eventi di luglio”.)

La mail successiva e’ cio’ che mi ha spinto a scrivere questo post, perche’ credo che nella sua semplicita’ sia un’eccellente descrizione di come la vita continui:

Hi Xxx
We are fine, unhappy to see what is happening in Gaza. Jerusalem is fine, there are isolated events here and there against arab boys and girls but all in all things are ok till now. As you know our neighborhood is very quiet, we hear fire crackers here and there, that’s all.
Sometimes I feel we are in a different country.
Kalandia crossing to Ramallah sees demonstration only at night, during the day people are going back and forth to work as if nothing is happening.
[…]
Do not worry about your wife and daughter being here.
Yyy

Incidentalmente, comunque, poco dopo ho letto nel bollettino di sicurezza che non sono solo gli Arab-looking ad avere qualche fastidio a Gerusalemme Est in questo particolare momento storico:

On 21 July 14, 1935 hrs, an ISF soldier reportedly assaulted and injured a UN staff member with a rifle stock in Shu’fat. Another soldier reportedly opened fire at him, though the bullet didn’t hit him.

On 22 July 14, 0800 hrs, an Israeli woman reportedly spat at a UN staff member on a UN marked vehicle on Bar Kochva Street in French Hill in East Jerusalem.

(Ed ecco come pietosamente viene ridicolizzata la mia assunzione costante, ripetuta varie volte anche su questo blog, che se mai come stranieri avessimo avuto da temere personalmente dei fastidi etnici, sarebbero probabilmente venuti da arabi che ci prendono per ebrei.)

(Incidentalmente, noto che le aggressioni arabe contro ebrei, che al nostro arrivo erano grosso modo in pari o superiori, sembrano in netto calo ultimamente. Non ho spiegazioni al riguardo, mi aspetterei che seguissero l’escalation. Cerchero’ di essere quantitativo un giorno quando avro’ il tempo di automatizzare la cosa, o in alternativa di riempire una tabellozza a mano.)

Un’altra cosa che ho appena imparato sulle guerre asimmetriche.

Da ragazzino ero un appassionato ludologo. A un certo punto ho scoperto l’esistenza di un’intera famiglia di giochi da tavolo asimmetrici. Dall’Africa alla Scandinavia, diverse civilta’ nel corso di alcuni millenni hanno inventato giochi in cui i due avversari hanno un numero diverso di pedine, soggette a regole di movimento e cattura diverse. Un altro esempio di giochi asimmetrici, in questo caso molto moderni, sono i vari boardgames basati sull’emulazione di effettive battaglie o campagne militari del passato. Siccome questi boardgames sono destinati a un pubblico di nicchia che da’ simile importanza alla verosimiglianza storica e alla giocabilita’, e siccome spesso quando una parte del conflitto ha perso, al prim’ordine, e’ perche’ era meno forte, e’ prassi che questo squilibrio di forze sia riflettuto nel gioco, e i due giocatori abbiano obiettivi finali diversi: ad es. il giocatore che impersona Napoleone a Waterloo ha vinto se riesce a non perdere entro N turni di gioco, ed e’ patta se all’N-esimo turno la differenza di forze in campo e’ un tot.

Questa introduzione solo per dire che in una vera guerra asimmetrica la definizione di chi vince o perde non ha niente di normale. Gia’ ho scritto in passato (in tempi di “pace”, cioe’ quando i razzi verso Israele erano solo ogni tanto, e Israele rispondeva solo contro il punto del lancio) della mia sorpresa per la strategia di Hamas consistente nel far morire N dei suoi militanti, piu’ M civili a caso, giusto per sperare che ogni tanto un razzo bucasse un marciapiede israeliano, e proclamare vittoria in quel caso.
Ora immagino che i vertici di Hamas stiano proclamando la vittoria e festeggiando a champagne, visto che l’arrivo di un razzo al suolo, senza fare alcun danno, a 5 km dall’aeroporto Ben Gurion (quindi passando per la prima volta tra le maglie del Duomo di Ferro) ha inpanicato le compagnie aeree straniere, conseguentemente causando una reazione mediatica in Israele piu’ forte che la morte nello stesso giorno di vari suoi soldati:

Bomba o non bomba.

[Colonna sonora]

Chirurgia con l’ascia bipenne

L’IDF ha una fama di serieta’, onesta’ e umanita’ talmente forte tra gli israeliani che finisco con l’esitare tantissimo ogni volta che sto per parlarne male. E’ comune leggere articoli israeliani che si riferiscono all’IDF come “l’esercito piu’ morale del mondo”. Ho quindi esitato tantissimo prima di scrivere la seguente frase: ma su che cacchio e’ basata questa fama?
Le cifre fornite dall’ONU al momento di scrivere questo post sono di 375 palestinesi morti, di cui almeno 270 civili, di cui 83 bambini e 36 donne. Sono cifre considerate per difetto, avverte questa fonte, perche’ sono solo i casi verificati. Pero’ ho avvertito io stesso nel post precedente che durante lo svolgimento di una guerra tutte queste cifre sono da prendere con le pinze, in particolare le fonti primarie sono sempre meno affidabili che in tempi di pace.
Per cui, come valore conservativo volevo prendere quello stimato dall’IDF stessa, ma purtroppo l’IDF non sembra interessata a fornire questo numero al pubblico, dice solo il numero di operazioni.
A testimonianza di quanto io stesso sia (fossi) inconsciamente influenzato da pregiudizi positivi nei confronti dell’IDF, davo per scontato che nel suo sito di propaganda ci fosse qualche menzione dei propri stessi errori. Per la strana storia dei quattro ragazzi che giocavano a pallone sulla spiaggia, morti bombardati da una nave, almeno nei giornali si dice che l’IDF “sta investigando”. Ho cercato invano sul loro sito qualcosa riguardo questa investigazione.
Ammetto anche di aver almeno parzialmente creduto, nei primissimi giorni dell’Operazione Margine Protettivo (nome molto piu’ tranquillizzante del terribile Operazione Piombo Fuso del 2008-2009, pero’ sembra che questa sia molto piu’ mortale e devastante), alla storia degli attacchi mirati con precisione chirurgica. Piu’ passavano i giorni, e anche prima del carnaio di questo weekend, e piu’ mi veniva da dire “precisione chirurgica un paio di coglioni”. E’ finita che l’ha detto, quasi verbatim, pure il Segretario di Stato americano, ed e’ tutto dire. (Una delle sue affermazioni piu’ ricorrenti e’ “ho un record di 29 anni consecutivi di voti sempre favorevoli a Israele al Congresso”.)

Il sito dell’IDF, cosi’ come il governo, tantissimi giornalisti e anche gente comune, ripetono un mantra che probabilmente e’ basato sulla realta’: che Hamas usa spesso scudi umani, e cerca di usare scuole, ospedali, moschee, aree densamente abitate come scudo. Tutto probabilmente vero, e infatti pochi giorni fa l’UNRWA (agenzia ONU specifica per i rifugiati palestinesi) ha denunciato la scoperta di una ventina di razzi nascosti in una delle sue scuole, e ha emesso un comunicato molto duro contro Hamas perche’ cosi’ facendo ha messo a rischio gli 80mila profughi rifugiati nei locali delle sue scuole, facendole diventare obiettivi potenziali di attacchi. Pero’ le varie interviste a piloti che raccontano di vari casi in cui non hanno bombardato obiettivi militari chiarissimi sembrano stonare un po’ con vari dettagli.
Per esempio, annegata tra varie notizie di operazioni in cui molti piu’ civili o presunti civili erano stati ammazzati quel giorno, ce n’era una relativamente minore:

“Palestinians reported at least three people were killed in a strike on a car in Khan Younis. The IDF confirmed the strike, saying terrorists were traveling in the vehicle. A man, that was probably the strike’s target, was killed, along with a 10-year-old boy and an elderly woman.” Da http://www.ynetnews.com (cliccare la foto per l’articolo)

Questa qui non ha attratto molta attenzione, visto che almeno uno dei morti era probabilmente un terrorista. E colpisce in effetti la chirurgica precisione dell’attacco, capace di fare esplodere una singola automobile e basta. (Capita abbastanza spesso, anche in tempi “di pace” nei mesi scorsi ho letto vari casi del genere, comprese motociclette.)
Se erano in grado di determinare con precisione l’identita’ del terrorista dentro la macchina, probabilmente erano in grado di determinare l’eta’ e il sesso degli altri passeggeri. L’IDF insiste che persegue la minimizzazione delle vittime innocenti. E’ possibile conciliare con la notizia di cui sopra, solo considerando che la parentela con un militante faccia uscire dalla categoria “innocenti”, anche se si hanno 10 anni.

(Vedere anche questo articolo scritto da un israeliano che ha fatto il servizio militare in un corpo speciale di paracadutisti durante la Seconda Intifada, e racconta varie cose di cui non e’ fiero, piu’ un episodio raccontatogli da un amico dall’Operazione Piombo Fuso. E questi erano casi in cui il protagonista eseguiva gli ordini. Esistono anche i casi come quello di Bitunya, o altri che emergono ogni tanto, in cui atti atroci sono commessi da soldati “ideologicamente motivati” per iniziativa personale. Si tratta quasi certamente di una piccola minoranza dei soldati, ma colpisce il fatto che siano sistematicamente negati dall’IDF o al massimo relegati alla categoria “investigheremo l’accaduto” e poi quasi sempre dimenticati.)

Circola su facebook.

Circola su facebook [1].

I meccanismi dell’empatia

Ho precedentemente raccontato della sera in cui scrutavo compulsivamente i thread su facebook di stranieri residenti a Gerusalemme per capire se le esplosioni sentite da mia moglie fossero razzi, se fossero esplosi al suolo o intercettati, ecc.; ho anche gia’ fatto intuire, in quel post, di come facebook fosse essenzialmente usato da questa comunita’ come sfogatoio per una situazione per tutti noi inusuale.

Tra gli stranieri che ho tra i contatti, non pochi hanno contatti palestinesi, alcuni anche a Gaza [1]. E in un thread in cui tutti (genitori stranieri a Gerusalemme) forwardavano informazioni, si scambiavano consigli su come comportarsi se fosse arrivata la bomba, si dicevano l’un l’altro quanto e’ terribile questa ansia, e si lagnavano di questo e di quello (ad es., del fatto che non esistono rifugi anti-missile nei quartieri arabi; per chi vive nella parte nord di Gerusalemme Est i piu’ vicini sono nei quartieri-colonia ebraici di French Hill e Pisgat Ze’ev [2]), ecco il piccolo dettaglio che istantaneamente fa sentire una merda:

messaggio-da-gaza

Ovviamente ero infinitamente molto piu’ stressato per il piccolissimo rischio corso da mia moglie e mia figlia (io ero lontano) che non per il rischio molto piu’ reale corso da quella donna sconosciuta e i suoi bambini. Ma inoltre, per il solo fatto che c’era un solo grado di separazione tra quella donna e me su facebook, ero anche molto piu’ stressato per lei e per i suoi figli che per la maggior parte della popolazione di Gaza.

Similmente, mi ha fatto un effetto molto forte leggere, nella mail di un collega, che un nostro altro collega sta ospitando a casa sua (nel distretto di Tel Aviv, dove i razzi di Hamas sono frequenti ma non come al Sud) alcuni parenti fuggiti da una delle citta’ israeliane vicine al confine con Gaza. Se non conoscessi nessun israeliano, sospetto che non proverei molta empatia (se non su un piano molto astratto) con gli abitanti di Sderot o Ashdod o Ashqelon che stanno impazzendo per le sirene che suonano in continuazione; presumo che penserei che il rischio che corrono e’ comunque infimo rispetto a quello delle loro controparti a Gaza, e che quindi la mia empatia (sempre astratta) sarebbe piu’ giustamente spesa per questi ultimi. Ma una cosa che ho imparato e’ che quando conosci “persone vere” su entrambi i lati di un conflitto, non c’e’ nulla di strano ne’ di innaturale nel provare strette allo stomaco per entrambi, senza che sappia di cerchiobottismo.

Quando le bombe cadevano su mia madre di quattro anni

A Catania da qualche anno c’e’ un bel museo dedicato allo sbarco degli Alleati in Sicilia. Se e’ ancora aperto vi consiglio di visitarlo (non e’ molto noto, o almeno non lo era quando ci sono stato, quindi c’e’ anche il bonus della poca folla). Una delle feature, nella sezione dedicata ai bombardamenti (era il tempo in cui la parola “terrorismo” era usata per il massacro di civili da parte di eserciti regolari, ed il suo uso era molto meno carico di emozioni di adesso), e’ una stanza che riproduce un rifugio collettivo dell’epoca, che trema in maniera realistica mentre altoparlanti mimano il fragore delle bombe. Carina, eppure non ho provato una connessione emotiva veramente significativa con le persone che ci si erano trovate dentro nel 1943. E questo nonostante il fatto che mio padre e mia madre avessero 6 e 4 anni a quell’epoca e siano effettivamente stati testimoni di quei bombardamenti. La prima volta nella mia vita che ho provato dei veri brividi al pensare cosa devono aver provato queste due persone cosi’ vicine a me, e’ stato pochi minuti fa durante l’associazione di idee che mi ha spinto a scrivere il paragrafo che state leggendo. A fare il link emotivo non e’ stata un’esperienza vissuta in prima persona ma quella in interposta persona di altre persone care, mia moglie e mia figlia, che erano presenti durante tre sirene d’allarme (due a Gerusalemme, la terza all’aereoporto Ben Gurion mentre aspettavano di partire per Ginevra, quando per la prima volta hanno avuto un rifugio in cui entrare – con calma e disciplina, e il volo non ha avuto nemmeno un minuto di ritardo: difficilissimo su queste basi arguire che sia stata un’esperienza traumatica. E’ stata solo un’esperienza spiacevole. E per quanto minima, avrei voluto che non gli fosse capitata. Il racconto di mia figlia sulle “grosse ambulanze” che le facevano paura mi ha squagliato il cuore.)
Questo dimostra ancora di piu’ l’importanza di conoscere persone sui due lati del conflitto. Qualche volta i razzi di Hamas fanno qualche danno sulle citta’ israeliane (di solito indirettamente, tramite i detriti del loro intercettamento in aria), e se conosci qualcuno in quelle citta’, la prima cosa che pensi non e’ “si’ ma non e’ niente in confronto a Gaza”, quello che pensi e’ che speri che non succeda niente a loro, alle loro famiglie e ai loro amici, e maledici Hamas forse tanto quanto la maledicono loro.

Palermo bombardata non sembrava troppo diversa da Gaza, in queste foto. Mia madre viveva in citta’, mio padre di solito vedeva i bombardieri dalla distanza, da Bagheria.

Un piccolo test collegato a quanto detto sopra: che sensazioni vi trasmette questo video girato a Gaza pochi giorni fa durante dei bombardamenti israeliani? Immagino che la media delle persone prive di collegamento diretto o indiretto con il conflitto non provino nessuna particolare emozione per questa sequenza di luci nel buio, anche se vi ho appena informato di cosa sono quelle luci. Un anno fa di questi tempi sarebbe stato lo stesso per noi. Adesso io, che non conosco l’autrice del video, ne sono un po’ scosso, e mia moglie che la conosce ne e’ sconvolta. Eppure non si vede nessuna scena shock, solo delle luci nel buio.

Un razzo al cerchio, una bomba alla botte?

Se finora ho dato l’impressione che allora, se sono tutti giustificati ad aver paura, allora c’e’ si’ una simmetria (emotiva, a differenza dell’asimmetria di mezzi bellici, organizzativi, comunicativi, ecc.), meglio specificare che non penso esattamente questo. Comunque qualcuno sta provando molta piu’ paura di qualcun altro.
Inoltre, mi dispiacerebbe se qualcuno pensasse che per me la conseguenza logica di empatizzare per le paure di chi abita in posto sia giustificare azioni di vendetta, punizioni collettive, ecc.; ne’ la mentalita’ di faida, che sembra egualmente presente tra le due parti del conflitto, ne’ la legge della giungla per cui il piu’ forte ha diritto a qualunque azione che aumenti la sua sicurezza, a detrimento di quella altrui. (Il “diritto all’autodifesa”, quando e’ menzionato a sproposito, passa dallo status di cosa ovvia e condivisibile allo status di chiagni e futti.)
Ho gia’ raccontato un episodio su piccola scala in cui la parte forte (io) aveva paura della parte debole (un bambino che soppesava dei sassi e ci guardava con sospetto). Avrei certamente fatto uso della disproporzione di forze a mio vantaggio se la parte debole avesse fatto o tentato di fare un qualsiasi danno a me e ai miei cari. Non avrei pero’ risposto a un sasso con una pistolettata in testa. Senza esagerare, ci sono gruppi d’opinione (non solo in Israele) che considererebbero invece la pistolettata in testa giustificata, sia dentro che fuori della metafora.

Inoltre: non sono di quelli che vedono di default una maggiore moralita’ nelle vittime: qualche giorno fa, un blogger israeliano che leggo da mesi e con cui ho scambiato qualche mail ha postato qualcosa che condivido, risparmiandomi la fatica di ulteriore verbosita’.

Digressioni:

[1] Che in questo momento storico sia normale avere una connessione a banda larga perfettamente funzionante anche sugli altopiani etiopi (true story) o, appunto, nel mezzo di un’enclave assediata e sotto bombardamento, e’ una cosa che non finira’ mai di affascinarmi. Come potremo mai, io e mia figlia quando sara’ adulta, capire l’un l’altro le rispettive visioni del mondo visto che avremo avuto le nostre adolescenze in due lati della storia separati da uno spartiacque di una portata tale che Gutenberg in confronto non e’ stato nessuno? (Perche’ si’, ok, e’ stato molto importante per la civilta’ moderna permettere ai poveri di leggere libri a buon mercato, ma vuoi mettere il permettere a qualunque perditempo di qualunque popolo in guerra di andare a trollare sui commenti di youtube?)

[2] Su questo ci faro’ un post un’altra volta, sia perche’ abbisogno di piu’ dati per evitare di propagare (in buona fede) un dato fuorviante, sia perche’ gia’ questo post e’ troppo lungo.

Tutto quello che sai e’ falso.

[Il titolo e’ ovviamente una citazione del grande bestseller internazionale di qualche anno fa. A scanso di equivoci: se richiesto del mio pacato parere su quel libro, rispondo che e’ indegno di essere usato per nettarsi il culo quando si fa la merda sciolta.]

Ogni volta che qualche grande evento polarizza l’opinione pubblica, i tifosi delle opposte parti in causa cominciano a forwardare, postare, twittare, etc., qualunque materiale che si suppone metta in luce la malvagita’ di una parte e la sofferenza dell’altra.
Ci sono due grandi fenomeni collettivi che mi fanno andare ai matti:

1) La maggioranza delle persone con una forte opinione non si pongono mai il problema dell’attendibilita’ delle fonti. La quasi totalita’ delle informazioni o foto farlocche si possono sgamare con pochi minuti di ricerca su google, e il mio approccio e’: se non perdi quel tempo tu prima di postare una cosa a cui sembri tenere, costringi me a perderlo perche’ l’argomento mi interessa e se mi interessa voglio essere sicuro di non ripetere a mia volta cazzate; e avendo tu perso il mio tempo invece del tuo, sei veramente uno stronzo. In alcuni casi anche la scarsa coerenza logica interna della notizia avrebbe dovuto farti scattare un campanello d’allarme prima di ritrasmetterla.

2) Nella minoranza di persone che spiccano al di sopra della massa del punto 1), ahime’, la maggioranza cade in un’altra fallacia: controllare attentamente solo cio’ che contraddice la propria convinzione sulla moralita’ di una parte. Questo tipo di persone credono sinceramente che ci sia una delle parti in causa (una che molti anni fa hanno deciso di odiare) che, senza vergogna alcuna, mette in atto una campagna di propaganda menzognera. Cosi’ come quella parte li’ non ha rispetto per la vita umana, il benessere dei bambini, il Bene e il Bello, figuriamoci se ha interesse per la Verita’.

A beneficio di questa ampia comunita’, provvedo due link che troveranno utili:

I numeri sono tutti sbagliati, secondo l’articolo linkato dall’immagine.

Ho paura che molti di voi forwarderanno solo uno di questi due link, mi auguro che qualcuno invece capisca cosa voglio dire.
Cio’ che voglio dire: che quando c’e’ un conflitto (armato o latente) la prima cosa che ci si deve aspettare e’ che le informazioni siano manipolate; che anche se ritieni che la “tua” parte sia piu’ morale dell’altra, devi aspettarti manipolazioni anche da quel lato; che forse pero’ non c’e’ assolutamente un motivo per ritenere che una parte sia piu’ morale dell’altra; che tutti i popoli in guerra si ritengono piu’ morali del proprio nemico e, quando credi quello, sovente credi anche che diventi giustificato fare gli stessi atti immorali che attribuisci all’altro (vale per l’ammazzare civili per ritorsione per l’uccisione di civili da parte dell’altro, e vale anche per il manipolare le informazioni per controbilanciare le manipolazioni dell’altro).
E questo senza nemmeno prendere in conto il fatto ancora piu’ banale che essere oggettivi e’ estremamente difficile gia’ quando si guarda alla situazione come stranieri esterni, figuriamoci quando sei parte in causa di una guerra tribale, e probabilmente una gran parte degli errori fattuali messi in giro da privati sono in assoluta buona fede. (Per cui tendo a dare ai privati il beneficio della presunzione di innocenza. Per gli errori messi in giro da entita’ statali o para-statali, invece, partirei dalla presunzione di colpevolezza.)

Chiaramente, ci sono delle asimmetrie. Cosi’ come questa guerra e’ asimmetrica, anche i mezzi di propaganda sono asimmetrici. I palestinesi usano moltissimo l’approccio bottom-up per la propaganda, in particolare reti sociali. Nuovo contenuto propagandistico appare letteralmente dal nulla e si propaga solo in accordo con le leggi della Memetica. Purtroppo cio’ che determina la fitness di un meme rispetto ai suoi competitori ha piu’ a che fare col contenuto emotivo che con la sua completezza ed esaustivita’, per non parlare dell’accuratezza. Anche gli israeliani e i loro supporter fanno un uso massiccio delle reti sociali, ma il nuovo contenuto arriva spesso da un approccio top-down: siti ufficiali dell’esercito o dello stato (che hanno verosimilmente a disposizione tra i migliori specialisti in comunicazione del paese). I memi originati dal basso esistono pure nel caso pro-israeliano, qui arguisco solo che il materiale top-bottom e’ quasi assente per i pro-palestinesi.

(Specifico quasi, perche’ qualche tentativo ovviamente esiste, ma lascia a desiderare. Per esempio anche Hamas prova a seguire l’approccio top-down, col sito ufficiale delle brigate Al Qassam. Confrontare con il blog dell’IDF, che e’ forse il confronto piu’ mele con mele che si possa fare.)

Razzi e canguri.

Stamattina le notizie di una radio svizzera menzionavano circa 120 razzi sparati da Hamas su Israele, e circa 40 intercettati da Iron Dome. Il cronista, per enfatizzare i freddi numeri, ha aggiunto “circa uno su tre”. Mi ha fatto riflettere su quanto sia facile equivocare i dati quando non si conosce un contesto. In realta’, e’ fuorviante dire che Iron Dome ne acchiappa uno su tre. E’ piu’ corretto dire che circa due razzi su tre sono talmente imprecisi da mancare le zone densamente popolate su cui sono diretti, e di quelli che azzeccano la traiettoria giusta quasi tutti sono intercettati in aria da Iron Dome.

La lista dei danni a cose e persone provocati dai razzi finora (o meglio, di solito dai detriti di razzi intercettati) non fa piacere, ma inevitabilmente induce l’osservatore esterno al confronto con i bombardamenti di Gaza, e l’asimmetria e’ da vertigine. I giornali israeliani ne sono consapevoli, qui per esempio si paragona Hamas a un cane con la museruola legato a una catena che ringhia disperatamente perche’ non riesce a mordere; qui c’e’ un video con interviste alla gente che va in spiaggia a Tel Aviv ed e’ divertita dal diversivo provveduto dalle sirene d’allarme.

Una tv americana ha utilizzato la foto qui sopra da Gaza dicendo che era da Israele (“an Israeli family trying to salvage what they can”) [link]. Nell’universo parallelo creato da questo equivoco ed esistito nel tempo trascorso tra la messa in onda del programma e la rettifica, il conflitto e’ stato simmetrico e quello che sta succedendo a Gaza ha avuto un senso comprensibile.